Massimo D’Antona: la sua eredità

articolo tratto da Rassegna Sindacale (www.rassegna.it)

20 maggio 2014
A 15 anni dall’assassinio del giuslavorista, la Cgil ricorda il suo contributo. Sorrentino: D’Antona guardava al lavoratore in carne ed ossa, al lavoro come progetto di vita. Orlando: lavoriamo in sua vece per cambiare l’Italia con il lavoro al centro

Erano da poco passate le 8 di mattina del 20 maggio 1999 quando il professor Massimo D’Antona, consulente del Ministero del lavoro, usciva da casa sua in via Salaria, angolo via Po, a Roma. Stava andando al lavoro, nel suo studio, non molto lontano da lì. Superato l’incrocio con via Adda, all’altezza di un cartellone pubblicitario che lo nascondeva dalla vista dalla strada, intorno alle ore 8.13, D’Antona viene bloccato dal commando di brigatisti rossi nascosto all’interno del furgone parcheggiato al lato della via. E lì viene barbaramente assassinato. Dopo anni d’indagini, l’8 luglio 2005 arriva il verdetto da parte della Corte d’Assise di Roma: ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma.

Come ogni anno, nel quindicesimo anniversario della sua tragica scomparsa, proprio in quel luogo, il professore è stato ricordato in una commemorazione pubblica, alla presenza della cittadinanza e delle istituzioni, grazie sopratutto all’impegno della Cgil. Tante persone, tante bandiere e corone di fiori, tre le quali quelle inviate dalla Camera, dal Senato e dal Presidente delle Repubblica. Oltre alla moglie del giuslavorista, Olga D’Antona, erano presenti anche il sindaco della Capitale Ignazio Marino, il ministro del lavoro Giuliano Poletti, e il presidente della Regione Nicola Zingaretti.

Dopo un minuto di silenzio, e la deposizione della corona dei fiori ha preso la parola Serena Sorrentino, già segretario confederale della Cgil. «Gentili ospiti, personalità, istituzioni, care compagne, compagni e amici, noi tutti cara Olga, cara Valentina, anche oggi a 15 anni dal barbaro assassinio del Prof. D’Antona ci stringiamo intorno alla vostra famiglia. 15 anni sono un tempo lungo, ma la forza delle idee di D’Antona alimentano la memoria e condizionano il vissuto di chi, riformista e democratico, opera per l’affermazione dei diritti del lavoro e della sua rappresentanza non potendo che avere a riferimento il suo lascito di attività di ricerca, analisi e intervento legislativo; e soprattutto di chi voleva cambiare le relazioni sindacali ripartendo, come lui stesso affermava, “da democraticità, trasparenza dell’azione sindacale, maggiore certezza per l’efficacia dei contratti, estensione di contrattazione collettiva e diritti sindacali anche alle piccole imprese”. Ciò che lui rese concretezza per i lavoratori dei settori pubblici con il Testo Unico sul pubblico impiego, la legge sulla rappresentanza e la privatizzazione del rapporto di lavoro e non riuscì a portare a termine, per la prematura scomparsa, nel privato, ancora oggi è punto di riferimento dell’azione sindacale che vive negli accordi sottoscritti in questi anni in tema di democrazia e rappresentanza e nell’ambizione di arrivare alla realizzazione di una legge sulla rappresentanza che unifichi lavoratori pubblici e privati, atipici e tipici».

Ha proseguito Sorrentino, ricordando il giuslavorista assassinato dalle Br: «Scriveva nel 1996, riflettendo sul processo di trasformazione industriale e degli effetti sull’occupazione: “…la questione delle questioni è che il diritto del lavoro così com’è non solo cattura un modello antropologico del lavoratore che perde centralità ma, in quanto le istituzioni giuridiche sono istitutive di un modello di società, rischia di rivelarsi elemento frenante rispetto all’esigenza di rifondare, in primo luogo nella cultura, la funzione del lavoro in una società che conosce la crescita senza occupazione”. Di riforme del mercato del lavoro da quegli anni ne abbiamo conosciute molte – nota Sorrentino – ma l’attualità di queste riflessioni testimonia che nella regolazione del lavoro e del welfare norme, leggi e contratti debbono guardare al lavoratore “concreto” cioè al progetto di lavoro che è anche progetto di vita, come affermava D’Antona. Ancora oggi la nostra tensione, e attenzione, riguarda un punto di analisi sui cui, come altri, D’Antona non smise mai di cimentarsi e che è proprio della cultura sindacale: il principio secondo il quale sono i diritti a dover orientare le norme, consapevoli che i processi di trasformazione industriale sia pubblici che privati non possono prescindere, dal lavoro non solo come fattore e misura della sua produttività ma come soggetto attivo del processo di trasformazione».

«Lavorò a codificare la rappresentanza – sottolinea Sorrentino – per qualificare attraverso la contrattazione le trasformazioni organizzative non dimenticando mai che le regole non possono prescindere, quando si parla di lavoro, dalle persone. Nella ricerca di una codificazione della rappresentatività e contrattazione, legati alla coesione sociale, alla giustizia distributiva e al progresso economico, c’era l’idea che il diritto del lavoro ha bisogno di contesti giuridici e di autonomia collettiva che si misurino con il fatto che il lavoro senza aggettivi, come soleva dire, ha una funzione sociale, ha cioè un’anima di cui bisogna tener conto ed esserne interpreti consapevoli nella mediazione di interessi che oggi rischia in nome della crisi di far regredire una funzione positiva del diritto del lavoro in continua trasformazione. Il tema della contrapposizione tra lavoro e non lavoro, generi, generazioni, atipici e strutturati, investe il ruolo della rappresentanza sindacale, della legislazione, dei sistemi di welfare che rischiano di essere in perenne conflitto in ragione di un modello sociale messo in crisi dal cambio di paradigma europeo di crescita sostenibile. Tutti questi temi furono oggetto della sua attività e ricerca scientifica e ancora oggi sono punto di riferimento per chi comprende che è possibile trasformare ed innovare le relazioni industriali e il mercato del lavoro solo riformando la rappresentanza delle parti attraverso un vasto processo democratico che le renda soggetto attivo, responsabile, agente contrattuale vero. Viviamo tempi difficili in cui molti di questi principi, a partire dalla funzione stessa della rappresentanza sociale sono messi in discussione. Gli strumenti e gli schemi regolativi possono cambiare essere adeguati a tempi e contesti, come lo stesso D’Antona sosteneva, ma i riferimenti valoriali e la prospettiva progressiva delle tutele non possono e non devono arretrare.

«Il 20 maggio è l’anniversario dello Statuto dei lavoratori – prosegue Sorrentino -, quella legge che va difesa ed estesa includendo quei soggetti che ad oggi non hanno pari tutele. Inclusione, anche questo concetto caro alla ricerca ed analisi di D’Antona che oggi proviamo a portare dentro la contrattazione collettiva come risposta ad una parte dei dualismi del mercato del lavoro e alla contrapposizione tra legge e contratto. Colpendo D’Antona il terrorismo volle colpire simbolicamente un intellettuale, un uomo delle istituzioni, un democratico riformista animato dalla tensione di portare a compimento il progetto di ricerca su percorsi per i quali il sindacato potesse essere nell’effettività soggetto di trasformazione e innovazione ripartendo dalla regolazione della rappresentanza ed esigibilità della democrazia nei luoghi di lavoro. Possiamo e dobbiamo nel continuare l’opera di modernizzazione del diritto del lavoro preservando l’attenzione ad una visione culturale ed antropologica per la quale il lavoro è si fattore di produzione ma (nelle sue articolate forme) progetto di vita e a ciò vanno commisurati diritti, tutele ed opportunità e una piena codificazione delle relazioni sindacali per i settori pubblici e privati. Non si può con la testimonianza restituire una vita all’affetto dei suoi cari, ma si può, facendo vivere l’elaborazione di D’Antona nell’azione sindacale rendergli giustizia sostanziale rispetto a chi nel colpire un uomo voleva fermare il suo pensiero».

Dopo la lettura di un messaggio della presidente della Camera Laura Boldirini, ha parlato Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione. “Allora – ha ricordato – quell’attentato sembrò a noi, cittadini comuni, il tentativo di bloccare una riforma del paese, di fermare un uomo che si era messo al servizio di un’istituzione per tentare di cambiare l’Italia. Quello è stato un passo determinate, perché ha dimostrato quanto l’impegno civile trovi spesso dei meccanismi infermali che cercano di fermarlo. Era un rigurgito di chi provava ad uccidere una nuova idea dell’Italia. Per questo, oggi, di fronte a nuovi rigurgiti che cercano di fermarci, dobbiamo ricordare quanto sia importante provare a cambiate le nostre istituzioni e la nostra Repubblica”.

Guglielmo Epifani, attualmente presidente della X Commissione della Camera, ha ricordato che “quella mattina, noi della Cgil venimmo presi da un duplice sentimento. Il primo fu di dolore, perché Massimo era stato un nostro collaboratore per tanti anni, il secondo di incredulità, perché non riuscivamo a capire chi potesse esser stato. Poi capimmo, e per noi fu chiaro che dovevamo reagire e reagimmo. Ancora oggi,15 anni dopo, non possiamo abbassare la guardia. Perché la violenza è ancora nemica del dialogo, della razionalità, del senso dell’interesse generale. Per questo, anche oggi, la sua figura risulta un esempio fulgido di buon servizio al paese e di una persona onesta che cerca il bene comune”

Infine ha preso la parola Andrea Orlando, ministro della Giustizia che ha ringraziato a nome del governo la Cgil per l’invito “a questo evento che non è rituale”. “Il nostro paese è stato più volte ferito dal terrorismo – ha ricordato – e più volte abbuiamo pensato che quel male fosse vinto. Ma è riemerso più volte. E’ accaduto anche nel caso D’Antona. Massimo era un riformatore che voleva cambiare l’Italia senza compromettere le conquiste ottenute, ed ha pagato con la vita la sua passione per questo paese. Quella ferita, il terrorismo, però non era chiusa. Oggi sembrano anni lontani, ma il seme dell’intolleranza è sempre pronto a riemergere”. Per questo, secondo il ministro, la sua figura resta fondamentale, “perché era persuaso che la concertazione e oil dialogo fossero lo spazio per il contributo al dibattito, per alimentare il progresso. D’Antona accettava di misurarsi con la concreta realtà del mondo del lavoro e delle relazioni industriali, per tutelare il lavoro e la persona. Se fosse ancora qui, sarebbe il primo ad ingegnare soluzioni per arricchire il confronto sul lavoro e sulla crisi. Per onorare la sua mitezza e lealtà, dobbiamo lavorare noi in sua vece affinché l’Italia cambi e si metta al centro il lavoro e le donne e gli uomini del lavoro”.