Legge di Bilancio 2018 – 2020: audizione presso le Commissioni

Audizione presso le Commissioni Bilancio congiunte del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati preliminare all’esame della Legge di Bilancio per il triennio 2018-2020 (6 novembre 2017).

Non è la Legge di Bilancio che serve al Paese. La CGIL ritiene che il tratto di questo Disegno di legge non si discosti dalle Leggi di Bilancio e Stabilità precedenti: il “sentiero stretto” scelto dal Governo è sempre nel solco dell’austerità (con nuovi tagli strutturali alla spesa, privatizzazioni e condono delle cartelle esattoriali} e della svalutazione competitiva (programmando riduzione dei salari e un alto tasso di disoccupazione anche al 2020}. Ci sono risorse insufficienti sul capitolo investimenti, leva fondamentale per creare crescita, sviluppo e buona occupazione. Non ci sono misure sul versante fiscale significative a partire da una riduzione dell’imposizione tributaria sul lavoro e la lotta all’evasione continua a essere marginale. Si prevedono una pletora di bonus e di micro interventi che non rappresentano lo shock necessario per far ripartire il Paese, soprattutto nel Mezzogiorno. A parte un lieve aumento delle risorse contro la povertà (attraverso il REI}, si mantiene lo status quo e non si affrontano le grandi disuguaglianze che attraversano l’Italia. Ad eccezione del rinnovo dei Contratti dei lavoratori pubblici, non si danno ancora risposte sui temi posti unitariamente dalle Organizzazioni sindacali, soprattutto sulla previdenza. Sugli ammortizzatori sociali le misure sono parziali, servono più strumenti e più risorse. La politica industriale e per lo sviluppo sostenibile è ancora affidata troppo agli incentivi e al mercato.

Prospettive macroeconomiche

Dalla Nota di aggiornamento del DEF 2017 e il Documento Programmatico di Bilancio (DPB) inviato alle Istituzioni europee si evince che il Governo scommette su una crescita nel triennio in corso maggiore del previsto, per continuare su un sentiero, seppur rallentato, di austerità e svalutazione competitiva, soprattutto del lavoro.

La crescita attuale è determinata più dal ciclo economico che dagli stimoli fiscali. Il Governo, infatti, punta su una maggiore vivacità del commercio estero (più esportazioni nette) e sulla “fiducia” del mercato interno (più consumi e investimenti privati). Eppure, all’orizzonte sono evidenti i segnali di instabilità globale (rischio di una nuova bolla finanziaria e incertezze nella politica economica USA, tensioni geopolitiche, Brexit, riduzione del QE da parte della BCE, ecc.), così come incrementi della produzione o degli ordinativi non anticipano significativi aumenti degli investimenti fissi e dell’occupazione.

Anche per il biennio 2018-2019, il Governo prevede una crescita di 1,5 punti percentuali di PIL ogni anno (anziché 1,2 punti), dovuta soprattutto all’impatto positivo della rimodulazione delle imposte indirette, disattivando le cosiddette clausole di salvaguardia: per il solo fatto di non aumentare l’IVA, si dovrebbe generare una tale fiducia negli operatori economici nei prossimi anni da produrre una crescita aggiuntiva di 0,3 punti ogni anno (e mancate entrate per 0,6 punti). L’artificio contabile delle clausole di salvaguardia risulta quanto meno discutibile.

La domanda interna (al netto delle scorte) dovrebbe garantire un contributo alla crescita del PIL 2018 pari a 1,1 punti percentuali. La scommessa del Governo è tutta fondata su una crescita mai vista degli investimenti nel prossimo triennio, soprattutto in macchinari e attrezzature (+11 per cento) e in costruzioni (+5,6 per cento).

In ogni caso, anche nella migliore delle ipotesi, nel prossimo triennio il tasso di crescita del PIL italiano resta tra i più bassi d’Europa e, in generale, di tutte le economie avanzate.

Le previsioni del Governo appaiono ancor meno plausibili se si considera che nel DPB non aumenterà mai l’incidenza sul PIL degli investimenti fissi pubblici (pari al 2,1 per cento dal 2017 al 2019 e al 2,0 per cento al 2020) e che anche l’enfasi sul “Piano nazionale Impresa 4.0” non è supportata dalle stesse stime di impatto nella Nota di aggiornamento del DEF 2017, che contano appena 1,2 punti di PIL in 5 anni. Per il 2018 sono previsti solo 300 milioni di investimenti pubblici aggiuntivi. Ricordiamo che, nell’economia italiana rispetto al livello di investimenti fissi totali del 2007 ne mancano ancora 100 miliardi di euro.

In relazione all’articolo 1, comma 140 della Legge 232/2016 che istituisce il Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese, lo stesso viene cosi rifinanziato, per un totale di 37,88 milioni di euro: anno 2018 euro 940 milioni; anno 2019 euro 1.940 milioni; per ciascuno degli anni dal 2020 al 2033 euro 2.500 milioni. Viene predisposto un unico fondo che riguarda i seguenti settori di spesa: trasporto e viabilità; mobilità sostenibile e sicurezza stradale; infrastrutture, anche relative alla rete idrica e alle opere di collegamento, fognatura e depurazione; ricerca; difesa del suolo e dissesto idrogeologico,  risanamento ambientale e bonifiche; edilizia pubblica, compresa quella scolastica e sanitaria; attività industriale ad alta tecnologia e sostegno alle esportazioni; digitalizzazione delle amministrazioni statali; prevenzione  rischio  sismico;  investimenti  in  riqualificazione  urbana  e sicurezza  delle  periferie; potenziamento infrastrutture e mezzi per l’ordine pubblico, la sicurezza e il soccorso; eliminazione delle barriere architettoniche. I finanziamenti andrebbero in aggiunta a quanto già previsto per il fondo investimento 2017, finanziato per 47,550 miliardi di euro. Permangono, però, strutturali le difficoltà di spesa che rendono contraddittoria e poco efficace la programmazione, in quanto: (i) l’utilizzazione delle risorse presuppone una progettazione definitiva, allo stato, è assolutamente insufficiente, come mancante è la capacità sistemica del monitoraggio sullo stato d’attuazione delle singole opere; (ii) la programmazione è accentrata nelle mani della presidenza del Consiglio;

(iii) i finanziamenti spalmati dal 2020 al 2033 rispondono più ad una impostazione propagandistica che ad una effettiva capacità programmatoria.

Anche la rivendicazione da parte del Governo di aver creato 900 mila occupati (presente nei documenti di economia e finanza) va ridimensionata considerando che, secondo i Conti nazionali Istat, dal raffronto fra secondo trimestre 2017 e stesso periodo 2008 mancherebbero oltre 1  milione e 200 mila unità di lavoro (equivalenti a posti di lavoro a tempo pieno). Inoltre, la forte incidenza dei contratti a termine e, in generale, delle forme di impiego non a tempo indeterminato, tra i nuovi occupati dell’ultimo triennio indica un problema anche nella qualità del lavoro creato, soprattutto per le nuove generazioni.

Nel quadro macroeconomico “programmatico” il tasso di disoccupazione non scende sotto il 10%  prima del 2020 (nel 2007 era sotto il 6%) con la conseguente disoccupazione giovanile sempre attorno al 35%. Anche nell’ultima Nota di aggiornamento del DEF si programma un incremento della produttività (mediamente mezzo punto l’anno) maggiore delle retribuzioni, per le quali se ne prevede addirittura una flessione (pari a -0,6 punti da 2017 al 2020) che, per ragioni matematiche, in assenza di importanti incrementi dell’occupazione, comporta anche un’ulteriore compressione della quota del lavoro (mediamente un punto ogni anno nel prossimo triennio). Le conseguenze negative su consumi e investimenti sono intuitive.

Manovra e finanza pubblica

La previsione di una maggior crescita comporterebbe una livello di indebitamento netto della P.A. pari all’1 per cento del PIL in termini tendenziali. D’accordo con la Commissione europea, il nuovo obiettivo per il 2018 sarà di 1,6 punti di deficit (anziché 1,2 per cento come previsto ad aprile): circa 11 miliardi di deficit per il prossimo anno, tra articolato del Ddl Bilancio 2018-2020, il cosiddetto Decreto fiscale (Decreto Legge n. 148 del 13 ottobre 2017 recante “Disposizioni urgenti in materia finanziaria e per esigenze indifferibili”, in vigore dal 16 ottobre 2017) e rifinanziamenti (11,6 nel 2019 e 2,6 nel 2020). Eppure, rispetto al 2,1% si continuano a comprimere i margini espansivi per mezzo punto di PIL dal 2017 al 2018.

Pur rinviando ogni anno il Pareggio di bilancio (indebitamento netto strutturale intorno allo 0,5), si continuano a generare avanzi primari sempre più ampi (dall’1,7 del 2017 al 3,5 per cento del 2020), ossia nuovi tagli della spesa e nuovi aumenti iniqui delle entrate, tali da deprimere la domanda aggregata e, perciò, la crescita potenziale.

In termini di saldi, sempre riferiti all’indebitamento netto, il Ddl Bilancio determina una riduzione netta delle entrate per circa 9,4 miliardi di euro nel 2018 (4,8 miliardi nel 2019, mentre nel 2020 si realizza un incremento del gettito per 1,5 miliardi). Sul  lato  delle  spese,  invece, il saldo netto conta incrementi netti nel 2018 pari ad appena 1,6 miliardi (poco più dei tagli strutturali previsti).

Sempre in  ragione della stima di una maggiore crescita, il debito pubblico in  rapporto al PIL dovrebbe continuare a calare, mantenendosi comunque sopra il tetto del 130%. Anche il MEF sottolinea come il rapporto debito/PIL fosse sotto il 100% nel 2007 e prevede di arrivare attorno al 123% nel 2020. Appare evidente che il Fiscal compact non funziona se non quando l’economia cresce “spontaneamente” più di quanto incidano le misure restrittive. Tuttavia, nei documenti del Governo non è presente alcun cenno alla possibilità di schierare il nostro Paese per non ratificarlo nei Trattati alla sua scadenza naturale, a fine 2017.

Politiche fiscali e lotta all’evasione

Su 26,4 miliardi di interventi (maggiori spese e minori entrate), 15,7 miliardi sono minori entrare (14,9 in ddL Bilancio a cui si devono aggiungere gli 800 milioni di euro previsti nel cosiddetto Decreto fiscale) finalizzati ad annullare l’aumento dell’IVA per il 2018. La sterilizzazione delle clausole di salvaguardia, quindi, riguarda completamente il 2018 e parzialmente il 2019. Senza un ulteriore intervento, per circa 9 miliardi, nel 2019 le aliquote IVA riprenderanno a salire.

Le stesse risorse (15,7 miliardi di euro), peraltro, potrebbero essere indirizzate almeno parzialmente , ad esempio, per il welfare e per modificare il sistema previdenziale.

Le maggiori entrate in Legge di Bilancio derivano da varie misure di lotta all’evasione, dalla nuova rottamazione delle cartelle esattoriali, dall’estensione della fatturazione elettronica nel B2B (Business to business, ovvero tra soggetti passivi IVA), dalla riduzione del limite alla compensazione automatica dei crediti fiscali. Le misure di lotta all’evasione anche se importanti incideranno in modo relativo e non strutturale (nel 2018 per meno di 2 miliardi). In Italia l’evasione si attesta sui 111 miliardi di euro evasi, ogni anno.

È previsto anche il rinvio di un anno dell’entrata in vigore dell’imposta sul reddito imprenditoriale (IRI); in merito a quest’ultima proroga, essa vale circa 1,8 miliardi. Questo significa che la sua istituzione significherà un consistente abbattimento delle imposte, di nuovo, polverizzato, non selettivo e quindi di scarsa efficacia.

Le coperture della manovra nel 2018 derivano in gran parte dai tutti questi provvedimenti, parte dei quali, tuttavia, producono entrate solo dal 2019.

Tutta la Legge Bilancio 2018, in realtà, risulta essere composta da una miriade di piccoli interventi con effetti molto limitati, per le spese come per le coperture, fatte salve ovviamente le imponenti risorse utilizzate per il blocco dell’aumento delle aliquote IVA. In particolare, molte nuove entrate fiscali derivano soprattutto da anticipi d’imposta e dalla riapertura del condono delle  cartelle previsto nel cosiddetto Decreto fiscale, che vale circa 400 milioni per il 2018.

Le riaperture dei condoni rafforzano l’idea di una amministrazione che, incapace di recuperare quanto non versato, si piega all’evasore incentivando nuova aspettativa di condoni futuri e quindi nuova evasione.

Proprio il Decreto fiscale, che costituisce parte integrante della manovra, appare più come un “milleproroghe” e le misure presenti costituiscono una sorta di manovra minima, considerando le nuove entrate (neutralizzazione di una parte degli aumenti IVA ad aliquota ridotta, estensione dello split payment, ecc.) e le esigenze indifferibili (prestito-ponte per Alitalia, fondo esodati, fondi di garanzia per le Pmi, ecc.).

In merito alla tassazione IRPEF del lavoro, che doveva essere la fase 3 del ridisegno del fisco dello scorso Governo, in Legge Bilancio si prevede esclusivamente uno scivolamento ed una traslazione di 600 euro annui della soglia di calo graduale degli 80 euro: un intervento richiesto dalla CGIL per evitare gli effetti distorsivi del bonus, anche se – sottolineiamo – acquisito solo parzialmente e con un impatto di soli 210 milioni di euro sui contribuenti che forniscono il 53% delle entrate IRPEF totali.

Previdenza

Con l’articolo 22 viene modificato il termine della sperimentazione dell’APE volontaria e aziendale, fino al 31/12/2019 (non più 31/12/2018).

Sull’APE volontaria persiste il nostro giudizio negativo, in quanto non si tratta di un anticipo pensionistico, ma, bensì di un prestito di natura finanziaria.

Viene ampliata la platea dei potenziali beneficiari dell’APE sociale:

  • riducendo i requisiti contributivi alle donne con figli (la riduzione è pari a 6 mesi per ogni figlio fino ad un massimo di 2 anni);
  • facendo rientrare soggetti con un contratto a tempo determinato cessato, a condizione che il lavoratore, nei 3 anni (36 mesi) precedenti la cessazione del rapporto di lavoro, abbia avuto periodi di lavoro dipendente per almeno 18 mesi.

Come indicato nel documento unitario del 20settembre 2016 presentato al Governo, in occasione del tavolo di confronto sulla fase due del verbale di sintesi sottoscritto il 28/09/2016, abbiamo la necessità di ampliare la platea dei beneficiari dell’APE sociale, rimuovendo le rigidità inserite nella stesura della norma originaria.

In particolare, sui soli due punti indicati nella Legge di Bilancio, chiediamo la valorizzazione per le donne, di un anno di contribuzione per ogni figlio, fino ad un massimo di due.

Mentre, per i contratti a tempo determinato, riteniamo non debba essere posta alcuna verifica di durata del rapporto di lavoro negli ultimi 3anni.

Con l’articolo 23 si regola la previdenza complementare nel Ddl Bilancio 2018. La CGIL ha condiviso l’introduzione, in via sperimentale, nel sistema della previdenza complementare di una prestazione definita rendita integrativa temporanea anticipata (RITA) e poi abbiamo valutato positivamente la modifica legislativa contenuta nella legge annuale della concorrenza e del mercato (L. 124/2017) in merito alla prestazione anticipata e l’introduzione nell’ordinamento della prestazione temporanea che, a richiesta dell’iscritto, può coprire con una rendita il periodo un arco temporale definito tra la inoccupazione e l’accesso alla prestazione di previdenza.

Per questi motivi (sperimentazione della RITA e innovazione per quanto attiene le prestazioni di previdenza complementare a copertura dei periodi di inoccupazione che precedono l’erogazione della pensione pubblica) avremmo preferito parlare di stabilizzazione dopo un periodo di sperimentazione della norma transitoria e dopo aver verificato gli effetti delle modifiche normative al decreto 252 del 2005 relative alle prestazioni di previdenza complementare introdotte dalla Legge 124/2017.

Tuttavia, se il Governo e il Parlamento dovessero insistere sulla strada della trasformazione in via definitiva della sperimentale RITA si renderebbe necessario la riscrittura comparata tra il D.Lgs. 252/2005, la Legge 124/2017 e la normativa proposta dal Ddl Bilancio 2018 con riferimento alla semplificazione normativa e alla certezza del prelievo fiscale. Inoltre, occorre mettere in armonia e dare coerenza tra la RITA e la Rendita temporanea poiché la seconda a differenza della prima non si applica ai lavoratori del pubblico impiego iscritti al fondo di previdenza complementare.

In coerenza con i rinvii alla cosiddetta fase 2, CGIL, CISL e UIL hanno presentato e illustrato in diverse riunioni al Ministero del lavoro, acquisendo dal confronto sia tecnico che politico su alcuni punti un consenso che non trova traduzione nell’articolato del Ddl Bilancio 2018.

In particolare, ci riferiamo agli impegni contenuti nel verbale sulle pensioni per la promozione delle adesioni alla previdenza complementare tra i lavoratori dei settori privati e per i dipendenti pubblici, il tavolo di confronto per agevolare gli investimenti dei fondi pensione nell’economia del paese e per l’equiparazione del trattamento fiscale dei dipendenti pubblici a quello dei lavoratori privati e la parificazione delle regole civilistiche in materia di tipologia delle prestazioni.

In particolare, per quanto attiene la promozione delle adesioni alla previdenza complementare, è convincimento che si rende necessario una normativa per:

  1. promuovere una campagna pubblica per la promozione delle adesioni con il meccanismo del silenzio/assenso per i lavoratori privati e per i lavoratori pubblici in regime di TFR;
  2. garantire la libertà di scelta dei lavoratori della piccola e media impresa;
  3. regolamentare,   attraverso   la   contrattazione   collettiva,   l’Adesione   con   il   trasferimento automatico del TFR al fondo pensione e il diritto del lavoratore al recesso;
  4. realizzare una procedura di versamento della contribuzione al fondo pensione attraverso  l’F24 e la procedura UNIEMENS dell’INPS:

Per quanto attiene il sistema fiscale  della previdenza complementare, si richiede la riduzione dell’imposta sui rendimenti, l’innalzamento della quota di esenzione dell’imposta sul patrimonio destinato a investimenti in economia reale e la semplificazione della tassazione delle quote di prestazione maturata per i periodi anteriori al 2007.

IL CONFRONTO SULLE PENSIONI

Il Governo ha scelto di non dare seguito agli impegni assunti con la sottoscrizione del Verbale del  28 settembre 2016. Verbale che aveva permesso, nella prima fase, all’emanazione di importanti misure che hanno introdotto un principio di flessibilità di accesso alla pensione, come: la pensione anticipata per i lavoratori precoci; l’APE sociale; il cumulo contributivo gratuito; la semplificazione della normativa per i lavoratori usuranti; eliminazione delle penalizzazioni previste per la pensione anticipata (62 anni). Inoltre, per i pensionati, l’estensione della quattordicesima e della no-tax area.

Invece, la cosiddetta fase due, nonostante 6 mesi di confronto con il sindacato, non ha avuto risultati concreti, addirittura si è prodotto un arretramento rispetto alle proposte che erano state presentate al tavolo. I temi oggetto di confronto nella fase due, sarebbero dovuti essere:

  1. pensione di garanzia nel contributivo e per i giovani;
  2. aspettativa di vita;
  3. valorizzazione del lavoro di cura e delle donne;
  4. flessibilità in uscita;
  5. rilancio della previdenza complementare;
  6. separazione tra assistenza e previdenza, rivalutazione delle pensioni.

Nel corso di settembre il Governo aveva presentato “piccole” proposte su alcuni temi della fase due. Viste le significative distanze in quella fase, le organizzazioni sindacali, che avevano l’obiettivo di determinare risultati concreti sui punti fissati nel Verbale di sintesi, nella direzione indicata dalla piattaforma sindacale, che rimane il riferimento del sindacato per una riforma organica del sistema previdenziale nel nostro Paese, è stato presentato il 20 settembre 2017 un documento unitario con le proposte CGIL, Cisl Uil sui temi previdenziali nella fase due del confronto con il Governo. Diversi i punti indicati nel documento unitario, tra cui:

    • il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il 2019 e l’avvio del confronto per una modifica dell’attuale normativa;
    • il superamento della disparità di genere delle donne e la valorizzazione del lavoro di cura;
    • il sostegno alle pensioni nel contributivo e dei giovani, al fine di garantire assegni dignitosi e flessibilità in uscita;
    • il  rafforzamento  della  previdenza  complementare  attraverso  il  rilancio  delle  adesioni  ed estensione della fiscalità incentivante anche ai lavoratori pubblici;
    • la separazione della spesa previdenziale da quella assistenziale;
    • il ripristino della perequazione dei trattamenti pensionistici;
    • l’allargamento della platea dell’APE sociale e per i lavoratori precoci;
    • la revisione delle norme del termini di percezione dei Tfr e dei Tfs nel pubblico impiego;
    • la verifica delle risorse residuate per l’opzione donna e l’ottava salvaguardia degli esodati;
    • la riforma della governance di INPS ed INAIL, per realizzare un sistema efficiente, trasparente e partecipato.

Molte di queste proposte non avrebbero avuto nessun impatto, in termini di risorse, sul bilancio attuale. Pochi giorni fa l’Istat ha reso noti i dati dell’incremento di 5 mesi dell’aspettativa di vita, portando quindi all’innalzamento dei requisiti pensionistici sia per la pensione di vecchiaia che quella anticipata. Per la vecchiaia uomini e donne passerebbero dal 01.01.2019 a 67 anni di età (anziché 66anni e 7mesi), mentre, per quella anticipata, le donne a 42 anni e 2mesi (attualmente 41anni e 10mesi) e gli uomini a 43anni e 2mesi (contro gli attuali 42anni e 10mesi).

La cosiddetta Legge Monti-Fornero sulle pensioni è stata un’enorme operazione di cassa che ha prelevato nel periodo 2012-2020 circa 80 miliardi di euro. Una manovra che ha introdotto elementi di eccessività rigidità, che ha spostato per tutti il traguardo pensionistico, ben oltre i livelli degli altri Paesi europei, con ricadute importanti, anche di natura sociale.

Abbiamo chiesto al Governo di bloccare questo meccanismo folle e l’avvio di un confronto per una modifica per superare e differenziare le attuali forme di adeguamento, tenendo conto anche delle diversità nelle speranza di vita e del fatto che tutti i lavori non sono uguali.

Verificheremo se ci sarà una vera disponibilità a cambiare i meccanismi sull’aspettativa di vita e a dare risposte concrete ai temi posti nel Verbale del 28 settembre 2016 relativi alla fase 2 e se ci sarà bisogno di scegliere altre strade per ottenere risposte.

Pubblica Amministrazione e Lavoro pubblico

Innanzitutto, è presente lo stanziamento economico con il quale dare attuazione a quanto previsto dall’Accordo Governo Sindacati del 30 novembre 2016 in tema di rinnovo dei Contratti collettivi di lavoro per il triennio 2016/2018.

Con lo stanziamento di 1 miliardo e 650 milioni di euro che si aggiungono al 1 miliardo e 200 milioni già stanziati, si finanzia l’aumento economico previsto da quell’accordo di 85 euro medi mensili a decorrere dal 2018.

Le risorse previste coprono tale incremento per il rinnovo dei CCNL del triennio 2016/2018 per i dipendenti delle amministrazioni centrali dello Stato, delle Agenzie Fiscali, per i dipendenti della Scuola ed AFAM e dei Corpi di Polizia, dei Vigili del Fuoco, delle Forze armate. Si tratta di un incremento complessivo del 3,48%.

Per le altre amministrazioni (Sanità; Funzioni locali; Enti Previdenziali; Università; Ricerca) le risorse necessarie per il rinnovo dei contratti collettivi – spese obbligatorie – sono a carico dei bilanci dei singoli enti nei quali debbono trovare la relativa copertura, senza incidere sui servizi dei quali sono titolari tali amministrazioni. Tale situazione presenta profili di forte criticità in particolar modo nel Servizio Sanitario Nazionale e nel sistema delle autonomie locali.

Sulla questione relativa agli aiuti per i Comuni commissariati per mafia (articolo 34), le risorse messe a disposizione dei suddetti comuni vengono acquisite dalle risorse già stanziate con il fondo per gli aiuti ai Comuni italiani. Non ci sono, perciò, nuove risorse o risorse aggiuntive per sostenere il fondo. La CGIL valuta positivamente la costituzione di una sezione dedicata ai Comuni commissariati per mafia, anche se sottolinea la necessità di prevedere risorse ad hoc.

QUESTIONE 80 EURO

Con il Ddl Bilancio viene poi individuata una soluzione parziale con la quale si evita che i rinnovi dei contratti collettivi di lavoro per i lavoratori italiani producano effetti negativi sul bonus degli 80 euro. In particolare il passaggio della fascia di reddito (24.000 euro dalla quale inizia la riduzione del bonus), a 24.600 e il passaggio dalla fascia di reddito (26.000 dalla quale si azzera il bonus) a 24.600 euro fa si che, nel caso dei lavoratori dipendenti dalle P.A., l’incremento contrattuale non incida totalmente o parzialmente su tale beneficio, determinandone la riduzione o l’azzeramento. Chiaramente si tratta di una misura correttiva, ma che lascia inalterato il problema rinviandone la soluzione strutturale.

OCCUPAZIONE NELLA P.A.

Sono previste alcune misure di nuova occupazione:

  • 7.400 assunzioni tra Vigili del Fuoco Polizia Forze Armate;
  • 440  stabilizzazioni  di  contratti  a  tempo  determinato  in  servizio  presso  gli  sportelli  unici d’immigrazione del Ministero dell’Interno nel biennio 2018/2019;
  • 200 assunzioni al MIBACT;
  • 1.600 assunzione di ricercatori nel sistema universitario e della ricerca;
  • 1.400 unità di personale amministrativo non dirigenziale nell’amministrazione giudiziaria, per le quali è assolutamente necessario prevedere un percorso di stabilizzazione della platea dei lavoratori tirocinanti, che dal 2010 già operano nel settore.

Continua a mancare un disegno di più ampio respiro anche di carattere finanziario che affronti il tema dell’occupazione necessaria in particolar modo nei servizi fondamentali alla persona.

ISTRUZIONE, UNIVERSITÀ E RICERCA

È previsto uno stanziamento economico aggiuntivo rispetto a quello relativo alle risorse economiche per assicurare l’incremento di 85 euro medi mensili per i lavoratori dipendenti dalle amministrazioni centrali, per i dirigenti scolastici per “eliminare progressivamente la differenza retributiva tra questo personale e la dirigenza di seconda fascia delle altre amministrazioni della stessa Area dirigenziale (università e ricerca)”.

Tale incremento economico, pur rispondendo ad una logica di superamento delle diversità retributive, si colloca criticamente nella stagione dei rinnovi contrattuali dopo gli 8 anni di blocco con le pesanti ripercussioni sul potere di acquisto di tutte le retribuzioni del settore pubblico e in particolare della scuola.

Analogamente si pone la misura relativa alla trasformazione delle misure di valutazione dell’anzianità per i professori universitari, sottoposta al blocco negli anni passati. Si tratta di una misura parziale, che si colloca anch’essa criticamente nello stesso comparto di riferimento e che comunque continua a non risolvere il tema del rapporto di lavoro di queste figure oggi sottoposto alla sola previsione legislativa.

POLIZIA DI STATO

Nelle questure, nei reparti e negli uffici della Polizia di Stato in tutta Italia oggi operano solamente 99.630 unità di personale. L’organico previsto nel 1989 era di 117.200 unità di personale, peraltro mai raggiunte. Da allora, nonostante la crescita dei reati, i poliziotti sono diminuiti fino ad arrivare al – 14,5 % di oggi. Tutto questo a causa del mancato turn over.

La “Legge Madia” fissa a 106.000 i nuovi organici della Polizia di Stato. Nei fatti si é diminuito per legge l’organico previsto, ma i problemi restano perché, anche rispetto al tetto di 106.000 unità, mancano pur sempre all’appello oltre 9.000 poliziotti. La “Legge Madia” ha previsto per la Polizia di Stato, tra 2017 e 2018, 1.782 assunzioni, molte delle quali assorbite già dall’incremento dei posti del bando di concorso da 1.148 agenti di polizia, attualmente in svolgimento, portato a oltre 2.000.

Nel 2018, dunque, le nuove assunzioni saranno al netto circa 1.000. Numeri che devono oggi fare i conti con i pensionamenti che rischiano di vanificare nuovi incorporamenti. Incorporamenti che, peraltro, da oltre 15 anni avvengono esclusivamente dal solo mondo militare tra le file dei volontari dell’esercito in ferma breve o prefissata.

RAPPORTI FINANZIARI REGIONI ENTI LOCALI

In merito alla finanza degli Enti locali la Legge di Bilancio 2018 utilizza una formula che prova ad indirizzare maggiormente i capitoli di spesa su cui gli enti locali, soprattutto le regioni, devono operare risparmi. Difatti, è previsto un contributo di 2,2 miliardi di euro da suddividere tra le regioni, il quale tuttavia non dà luogo ad un innalzamento dell’indebitamento della P.A. in quanto in corrispondenza del contributo le regioni a statuto ordinario dovranno conseguire un egual valore positivo del saldo per il “concorso alla finanza pubblica delle Regioni per il settore non sanitario”, che oltre ai 2,2 miliardi sarà alimentato da altri 400 milioni di tagli ad altre voci tra cui 94 milioni all’edilizia sanitaria. Vi sono inoltre alcuni contributi, anche rilevanti, destinati alle province, città metropolitane e comuni, i quali però vanno ad inserirsi in un percorso di tagli pluriennali già previsti da leggi Bilancio precedenti.

È previsto il passaggio alle Regioni dei dipendenti a tempo indeterminato dei Centri per l’impiego e l’attivazione delle procedure di stabilizzazione dei contratti a tempo determinato nonché dei co.co.co degli stessi centri per l’impiego a cura delle Regioni e/o delle agenzie regionali in deroga al regime delle assunzioni e delle misure di contenimento della spesa per il personale.

Importante è il finanziamento aggiuntivo previsto per garantire l’esercizio delle funzioni fondamentali per le province e le città metropolitane fino al 2021 (352 milioni per il 2018; 110 milioni annuali per il biennio 2019/ 2020; 180 milioni dal 2021).

Importante, anche se parziale e tardivo, lo stanziamento ad hoc per le province “dissestate” o che hanno presentato il piano di riequilibrio finanziario.

Si tratta della terza presa d’atto che la Legge di Bilancio 2015 (L. 190/2014) aveva determinato l’impossibilità per le stesse  di esercitare le funzioni fondamentali delle quali erano  titolari  a seguito della Legge “Del Rio”. Anche in questo caso, continua a mancare un disegno di rilancio in particolar modo nell’esercizio delle funzioni fondamentali.

Lavoro e ammortizzatori sociali

Nel nostro Paese, la prima misura di politica economica deve essere il sostegno agli investimenti, pubblici e privati, che possano generare nuova occupazione di qualità, far ripartire la domanda e in particolare quella interna, favorire la crescita. L’occupazione che va rilanciata è la buona occupazione, quella che favorisce il lavoro stabile, di qualità, che non a caso da tempo la CGIL rivendica con il Piano del Lavoro e la Carta dei diritti universali del lavoro. Solo in questo contesto si possono promuovere politiche volte a favorire l’ingresso stabile dei giovani nel mercato del lavoro; aumentare il tasso di occupazione e recuperare i divari con gli altri paesi europei e quello tra Nord-Sud del Paese; sostenere una ripresa per un’occupazione di qualità e tale da poter rilanciare lo sviluppo del Paese.