Antiriciclaggio: la dissimulazione

Per la contestazione del reato di auto-riciclaggio, non occorre che il bene rinveniente dal reato presupposto sia poi utilizzato in un’attività economica lecita. Il chiarimento deriva della sentenza 38422 della Seconda sezionale penale della Corte di cassazione.

            La motivazione ricorda che la norma sull’auto-riciclaggio colpisce quelle attività di impiego/sostituzione/trasferimento di beni, commesse dallo stesso autore del reato presupposto che hanno la caratteristica di essere idonee ad ostacolare concretamente la loro provenienza illecita.

Di fatto, sottolinea la sentenza, la norma nasce dalla necessità di evitare le operazioni di sostituzione da parte dell’autore del reato presupposto, limitando (però) la rilevanza penale a quei casi che comportano le reimmissione nel circuito economico, finanziario od imprenditoriale del denaro o dei beni provenienza illecita con l‘obbiettivo di ottenere un effetto dissimulatorio che costituisce quel quid pluris che differenzia la semplice condotta di godimento personale (non punibile) da quella di nascondimento del profitto illecito (quindi punibile).

Dunque, sul piano giuridico, regge l’accusa per la quale il profitto è ottenuto con il reato presupposto, mentre la reimmissione nel mercato del profitto stesso integra quell’elemento aggiuntivo richiesto dall’auto-riciclaggio solo se è accompagnato dalla dissimulazione sulla provenienza dei beni che rappresenta l’ulteriore disvalore.