Deutsche Bank: ‘Il Giornalino’ n.7 – luglio 2021


Pubblichiamo il nuovo numero di luglio 2021 del periodico “il Giornalino” a cura della Segreteria di Coordinamento della FISAC/CGIL del Gruppo DB.

In questo numero:

Strada facendo

Durante il mese di giugno sono stati numerosi gli argomenti sindacali che hanno tenuto banco.

Per quanto riguarda la stesura dell’articolato del nuovo Contratto integrativo si è potuto finalmente approntare un testo sul quale si è svolto un lungo ed approfondito confronto tra le Parti che proseguirà nelle prossime settimane.

Non si è riusciti a sottoscrivere l’elaborato entro il 30.6, data inizialmente concordata, ma esistono i presupposti per una convergenza anche se i punti da smarcare sono tuttora importanti e nessuno ha scordato quanto avvenne dieci anni fa allorquando, pur in presenza di un accordo di rinnovo, si preferì mantenere il testo inalterato per evitare frizioni insostenibili emerse tra OO.SS. ed Azienda. Riscrivere un Contratto non è operazione scontata poiché quanto viene stabilito in sede di stesura condiziona tutto il periodo successivo e quindi occorre procedere con ogni attenzione per evitare difficoltà o divergenze interpretative del giorno dopo.

Allo stesso tempo, in periodi di cambiamento e per certi versi di incertezza come quelli attuali, avere un testo formale ed aggiornato diventa un’esigenza non secondaria.
Riteniamo che da entrambe le Parti esista la volontà di chiudere in tempi ragionevoli ma ciò non significa che si allenteranno le verifiche sindacali pur di completare l’opera.

Sempre in relazione al rinnovo del CIA, è iniziato anche il confronto sulla “riforma” del Part Time.
Si parte da una situazione di oggettiva difficoltà nella gestione del tema, soprattutto in Rete, ed in sede di accordo di dicembre sono stati fissati alcuni principi (regole di priorità, periodi di concessione) che dovranno venire tradotti in norme esigibili e condivise.
Da parte sindacale vi sono state attenzioni notevoli all’argomento ed ora deve arrivare una soddisfacente concretizzazione degli sforzi.
Anche in questo caso si è fatta strada in avanti ma non siamo ancora all’epilogo.

A fine mese c’è stato l’incontro con l’AD. Non ripetiamo quanto già esposto nel comunicato unitario, in questa sede riteniamo utile sottolineare alcune “sensazioni”.
Anzitutto rispetto a qualche tempo fa abbiamo avuto la percezione che la Banca abbia idee più chiare e che le direttrici che sta identificando, ovviamente mutuate dalle strategie del Gruppo, possano effettivamente svilupparsi nei prossimi anni.
Probabilmente meglio così rispetto all’idea di “sbandamento” che si coglieva in passato poiché, di solito, avere punti di riferimento è generalmente meglio che doverne fare a meno.
E’ altrettanto vero, però, che permane l’incognita circa la concreta messa in atto dei progetti ed allo stesso tempo esiste anche la valutazione del “prezzo” che si dovrà pagare per la loro eventuale realizzazione dal momento che far collimare gran parte degli interessi aziendali con gran parte di quelli del Personale è un’aspirazione che non sempre si riesce a soddisfare agevolmente.

Crediamo possa avere un senso cha DB rifletta sul riposizionamento rispetto ai segmenti di clientela o sulla revisione del modello operativo piuttosto che commerciale ma poi occorrerà capire che cosa comporterà nel quotidiano per le Lavoratrici ed i Lavoratori.
Se è chiaro che il modello dei “mini sportelli” (che qualcuno pure teorizzò a suo tempo) è di fatto insostenibile ed occorre passare ad Agenzie maggiormente strutturate, come arrivare a questo dimensionamento è tutto da vedere ed ha quale rischio maggiore l’esplosione (ulteriore) della mobilità.

La tendenza a favorire il lavoro da remoto (definito da DB addirittura Future of work) può andare incontro ad alcune esigenze ma escluderne altre e fa intravedere la ridefinizione di spazi fisici ed organizzativi che sono a loro volta tutti da verificare.
Questi sono esempi ma se, come sembra, tutto è destinato a mutare profondamente e piuttosto velocemente, diviene quanto mai necessario il presidio sindacale degli scenari in divenire.
L’AD ha garantito che l’Azienda avrà sempre ben presente il problema della “sostenibilità” di ogni intervento e non vogliamo dubitarne, soprattutto avendo constatato il profilo notevolmente più positivo rispetto ai predecessori del suo modo di relazionarsi con il Sindacato, ma questo significa, altrettanto, che impatti vi saranno sicuramente e quindi dovranno venire opportunamente gestiti.
Arrivare ad un equilibrio è sempre complicato e solo il futuro dimostrerà chi vorrà davvero ricercarlo e come.

Il Piemonte si fa sentire: DB batti un colpo…

Un’assemblea unitaria che anche “da remoto” ha trasmesso chiaramente il disagio per carenze organizzative e di organico che da troppo tempo affliggono Torino e tutto il territorio piemontese.

Personale ridotto all’osso, continue sostituzioni da garantire per mesi e mesi anche su piazze distanti decine di chilometri, Colleghi chiamati quotidianamente a “sdoppiarsi” su più Sportelli per garantirne almeno il funzionamento, servizi alla clientela resi in condizioni precarie.
Una situazione difficile a breve termine ed insostenibile già nel medio periodo. Non assume valore consolatorio che altre aree soffrano di carenze analoghe, anzi…

Le OO.SS. hanno più volte sottolineato la necessità di interventi e di assunzioni anche sollecitando l’Azienda a livello nazionale.
Al momento, tuttavia, segnali tangibili se ne vedono ben pochi. Al termine dell’Assemblea, i partecipanti hanno approvato una mozione, riportata di seguito, che rappresenta una forte richiesta al Sindacato, e soprattutto alla Banca, affinché si realizzi finalmente un “cambio di passo”.
L’impegno delle Lavoratrici e dei Lavoratori c’è stato e ci sarà sempre, alla pazienza si è attinto abbondantemente, il tempo delle parole è finito…

Le Lavoratrici ed i Lavoratori della Piazza di Torino e degli Sportelli del Piemonte si sono riuniti in Assemblea il giorno 14 giugno 2021 per discutere della pesante situazione lavorativa ed organizzativa di Deutsche Bank Spa in Regione.

Da tempo si registrano carichi di lavoro particolarmente gravosi e forti pressioni commerciali che incidono sull’operatività quotidiana e sui rischi professionali e rendono sempre più difficile e complesso il servizio alla Clientela.

Alle problematiche riscontrabili a livello generale in questi ultimi mesi (situazione emergenziale, migrazione informatica), vanno aggiunte carenze specifiche più volte evidenziate all’Azienda in varie sedi senza tuttavia che ad oggi siano stati presi i pur necessari provvedimenti.

E’ nota da mesi, ad esempio, la situazione assolutamente inadeguata dello Sportello di Novara che comporta frequenti, lunghi e rischiosi spostamenti di Personale per far fronte a mancanze di organico strutturali e permanenti.

In generale tutta la Regione è comunque interessata da una continua richiesta di mobilità che ha esposto, ed espone tuttora, i Colleghi ai forti rischi derivanti dalla pandemia ed ad inevitabili disagi personali e lavorativi che devono trovare al più presto soluzione.

Le Lavoratrici ed i Lavoratori di Deutsche Bank continuano ad operare con impegno ed abnegazione che vanno al di là del dovere ordinario: ora si rendono necessari segnali e provvedimenti concreti da parte dell’Azienda.

Alla luce di quanto emerso nel corso dell’Assemblea ed in vista dell’incontro richiesto unitariamente nelle scorse settimana alla Banca da parte delle SOC di DB, le Lavoratrici ed i Lavoratori del Piemonte danno mandato alle OO.SS. di rappresentare la condizione di grande disagio che da lungo tempo stanno vivendo, richiedendo con forza la risoluzione dei numerosi problemi evidenziati oggi nonché dalle RSA in occasione dell’incontro “semestrale” e di varie comunicazioni inviate all’Azienda.

In mancanza di rapidi e tangibili atti ad opera di DB, le Lavoratrici ed i Lavoratori si riservano altri momenti di confronto al fine di valutare quali ulteriori iniziative intraprendere a sostegno delle loro legittime rivendicazioni.

Torino 14 giugno 2021 – Approvata all’unanimità

Senti chi parla…

Tra varie “amenità” legate alla vera o presunta fine dell’emergenza ed alla conseguente accelerazione delle attività economiche, una è rimasta in auge per un po’, giusto il tempo di sentire l’inevitabile sequela di stupidaggini da parte dei soliti bene informati.

Tra varie “amenità” legate alla vera o presunta fine dell’emergenza ed alla conseguente accelerazione delle attività economiche, una è rimasta in auge per un po’, giusto il tempo di sentire l’inevitabile sequela di stupidaggini da parte dei soliti bene informati.
E’ sembrato infatti che l’introduzione di forme di assistenza economica generale o legate alla crisi pandemica abbiano prodotto il risultato di assecondare una classe di fannulloni che preferiscono il sussidio al lavoro.

Sulla base di questo assunto, scatenato dalle dichiarazioni di qualche “signor nessuno” amplificate dai media, si è aperto un (per certi versi inspiegabile) dibattito che ha via via coinvolto anche soggetti che ci si aspetterebbe in grado di analisi lucide piuttosto che di inutili slogan.
Fatto sta che se qualche disoccupato si rifiuta di lavorare per pochi (letteralmente) euro al giorno, del tutto o parzialmente in nero, senza contributi e senza orario, beh allora è un mollaccione che non si merita nulla.

Sicuramente vi sono persone poco propense alla “fatica”, così come troviamo alcuni che fanno di tutto per ottenere aiuti che non gli spettano (basti pensare ai condannati in via definitiva che riescono a riacquisire sostanziosi vitalizi maturati durante i loro trascorsi politici) togliendoli di fatto a chi ne ha davvero necessità.
Da qui a “condannare” anche chi, la stragrande maggioranza, cerca semplicemente un lavoro dignitoso ed ha qualche remora rispetto ad una forma neanche tanto velata di sfruttamento, crediamo però ne passi parecchio…

Come il classico equivoco del dito e della luna ci si è focalizzati (non a caso) sui Lavoratori anziché su chi offre (si fa per dire) un lavoro (si fa per dire).
Il lavoro nero è una piaga ben radicata nel nostro Paese al pari dell’evasione fiscale in quanto entrambe le situazioni sono frutto di un portato culturale di cui non solo non riusciamo a liberarci ma, onestamente, sembra proprio non ci sia davvero nemmeno voglia di provare a farlo.
Occorre essere chiari: chi lavora ha diritto ad una retribuzione corretta e percepibile senza sotterfugi (lavori tutto il giorno ma risulti part time, oppure a fine mese restituisci metà stipendio, tanto per citare due casistiche non infrequenti e volendoci fermare qui).
Se una retribuzione “giusta” può anche essere un concetto su cui discutere, la garanzia della dignità del lavoro invece proprio no.
Come sempre, vorremmo evitare di cadere nella tentazione di dividere il mondo, compreso quello del lavoro, in categorie e pertanto siamo ben consci che il problema non sono evidentemente i datori di lavoro in quanto tali, bensì quella parte di essi che trova ogni appiglio ed ogni giustificazione per ridurre costi e diritti pur di guadagnare di più o pur di comandare di più (spesso le due cose coincidono).

Chiudiamo una questione che sarebbe ovviamente molto più complessa da affrontare, con un inciso: l’invito a “mettersi in gioco”, anche accettando lavori “poco remunerati”, anziché fruire di un “facile sussidio” è arrivato anche da un imprenditore rampollo di nota famiglia industriale che, contemporaneamente, ha trovato il modo di invocare il Recovery Plan, e quindi lo Stato, per finanziare l’innovazione che, si sa, “è molto costosa”.
Si badi bene che nella fattispecie non si sta parlando di impresa sull’orlo del fallimento, bensì di azienda florida e prestigiosa che potrebbe benissimo autofinanziarsi per innovare, anche se magari per farlo dovrebbe ridurre un po’ la distribuzione dei dividendi, per cui se ci pensa qualcun altro tutto sommato è meglio…

Concludendo: se si aiutano le persone (pure se con tutti i limiti e le incongruenze del caso che si possano riscontrare) si crea il “Sussidistan”, il giornalino – numero 7 luglio 2021 come ebbe a dire in piena pandemia il presidente di Confindustria, mentre se l’aiutino vira in altra direzione allora va tutto bene.

Più che in Italia pare di essere a Sherwood, con Robin Hood disoccupato…

E’ più facile che …

fino a euro 15.000,00 23 23% sull’intero importo (= 3.450,00)
oltre euro 15.000,00 e
fino a euro 28.000,00
27 3.450,00 + 27% parte eccedente 15.000,00
oltre euro 28.000,00 e
fino a euro 55.000,00
38 6.960,00 + 38% parte eccedente 28.000,00
oltre euro 55.000,00 e
fino a euro 75.000,00
41 17.220,00 + 41% parte eccedente
55.000,00
oltre a euro 75.000,00 43

La tabella sopra riportata (tratta dal sito Agenzia delle Entrate) riporta le aliquote fiscali IRPEF applicate nel nostro Paese per l’anno in corso.

Lasciando da parte possibili osservazioni circa il fatto che a molti (evasori) le aliquote interessino sino ad un certo punto, evitando osservazioni di merito ed al netto dei correttivi applicati dal sistema italiano (esenzioni e detrazioni), occorre notare che chi porta a casa 15.000 Euro lordi all’anno è chiamato a contribuire con il 23% del suo reddito.

Bene, dopo una lunga ed estenuante trattativa svoltasi nell’ultima sessione del G7 tenutosi a Londra, si è stabilito che le multinazionali (che ormai per definizione localizzano le proprie sedi anche se non soprattutto in funzione di convenienze fiscali) possano venire tassate nei vari Paesi con un’aliquota nominale del 15%.
Si tratta in realtà di un valore teorico perché i meccanismi di imposizione sono così complessi e soggetti a variabili per cui si è stimato che in alcuni casi, pur se in presenza di un formale incremento dell’aliquota, il gettito percepito dai vari Stati diminuirà rispetto ad ora…

Disgraziatamente non possiamo nemmeno fingere di stupirci perché è pressoché “regolare” che le buone intenzioni (che ci auguriamo siano a monte dell’idea di tassare chi produce utili impensabili, non infrequentemente applicando cattive condizioni di lavoro) quando si scontrano con gli interessi economici il più delle volte vadano in frantumi o vengano in qualche modo aggirate.
Rimane il fatto che, concettualmente ma anche praticamente, vengono sempre privilegiati i redditi da impresa e da rendite finanziarie rispetto a quelli da lavoro.

Difficile pensare che il percettore di 15.000 euro annui se la passi meglio dei padroni delle multinazionali eppure anche formalmente viene tassato di più.

Dopotutto, richiamare il problema della progressiva svalorizzazione del lavoro e, per contrappasso, della necessità di rafforzarne (o talvolta proprio introdurne) la tutela non è ancora “roba” da diciannovesimo secolo…

 

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