2 Agosto 1980: la giustizia e la verità negata, la memoria e il bene comune

Correva l’anno 1980, esordio di un decennio che l’opinione pubblica e la gente comune auspicavano essere, in Italia, meno violento del precedente, con le contrapposizioni feroci e i morti provocati dai terrorismi nero e rosso e, già a partire dalla fine degli anni ’60 (la strage di Piazza Fontana del 12 Dicembre1969 a Milano), dallo stragismo fascista.

Stavo per compiere cinque anni, quel 2 Agosto del 1980, e per motivi non turistici mi trovavo nella dotta, allora rossa, Bologna. Una Bologna amministrata egregiamente dal Partito Comunista e già bersagliata qualche anno prima, giusto un paio di giorni dopo il fatidico 2 Agosto del 1980, dai neofascisti: nella notte tra il 3 e il 4 Agosto del 1974, infatti, vi furono un’altra bomba e un’altra strage “nera” sul treno Italicus diretto a Monaco, all’altezza di San Benedetto Val di Sambro. I morti furono in quella circostanza dodici. Poi ci fu, il 27 di giugno del maledetto 1980, un’altra tragedia collettiva, sempre legata a Bologna. Predittiva, a guardarci col senno di poi, della tremenda esplosione alla stazione: la strage di Ustica, quell’aereo disintegrato mentre era in volo sui cieli del Sud. I morti furono ottantuno.

Eppure, una strage come quella prodotta dalla bomba che scoppiò alle 10,25 di quell’indimenticabile 2 agosto non era probabilmente ipotizzabile, neanche in quei mesi, neanche con quel clima politico che trasudava pericolo costante, neanche con quelle ombre di morte che cingevano già la città. Si è trattato della strage più grave della storia italiana repubblicana: ottantacinque morti e oltre duecento feriti.

La vita è questione di un attimo, a volte. Di un caso, di una strategia. Se il caso e la strategia s’incontrano in maniera diabolica e precisa, la vita può terminare. Se invece li si batte sul tempo, involontariamente, può continuare. Sono una sopravvissuta senza avere vissuto quella tragedia. L’ho sfiorata, abitata come concetto, non come materia. E ho scoperto solo cinque anni fa che ero lì quel giorno, e che grazie alle abitudini mattutine di mia madre – nordica non solo come colori e lineamenti, ma anche come tempra e carattere – eravamo partite un paio d’ore prima da Bologna, molto presto al mattino, alla volta di Napoli.

Pur non sapendo della mia presenza lì fino a pochi anni fa, in me quel disastro umano ed etico ha sempre risuonato in maniera fortissima e la mia partecipazione emotiva – oltre che ideale, ideologica, politica – alla commemorazione del 2 agosto è sempre stata notevole. E sono quindi convinta che l’Io, in profondità, sia forgiato a livello chimico e sentimentale dagli eventi, anche quando questi non siano noti o non siano del tutto compresi. Di certo, il mio Io è stato plasmato da quel viaggio, dalla casuale sopravvivenza a un evento eccezionale e tremendo. Eppure l’Io, in una tragedia collettiva, di portata emotiva talmente ampia da potersi dire intima – un paradosso solo apparente -, in fondo conta poco. Conta come veicolo di conoscenza, come testimonianza di memoria, ma è soltanto un canale, non può essere soggettività che si afferma, non in una situazione fuori dai confini dell’umana (ri)comprensibilità.

La strage di Bologna è stato il climax del terrore, della torsione della politica ai poteri deviati, della distorsione ideologica che diventa fanatismo esiziale, usato strumentalmente per tentare di abbattere la nostra fragile democrazia. La strage della stazione è stato un attacco alla liberalità e all’apertura, alla solidarietà e alla stabilità, espresse e incarnate da Bologna, simbolo di progresso ed egualitarismo.

Le indagini proseguono e finalmente ci sono state delle novità. La ripresa della presenza, quel giorno in stazione, di Paolo Bellini, latitante appartenente ad Avanguardia nazionale, dà ulteriore conferma della matrice di questo scempio. La mano fu fascista, e come le dita della mano, siamo arrivati a contare, con Bellini, cinque esecutori (gli altri sono Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Giberto Cavallini). Inoltre, il nuovo fascicolo sui mandanti, aperto lo scorso anno, sta indagando finalmente nella giusta direzione: l’eversiva, criminale loggia massonica di Licio Gelli e Umberto Ortolani, i mandanti-finanziatori, l’ex capo dell’ufficio Affari riservati del Ministero dell’Interno Federico Umberto D’Amato indicato come mandante-organizzatore e Mario Tedeschi, direttore della rivista “Il Borghese” ed ex senatore dell’Msi, il depistatore. Peccato solo che tali presunti mandanti siano morti. Eppure, oltre alla ricerca giudiziaria e morale delle verità e dell’individuazione dei mandanti, mi sento di suggerire una rivisitazione di ciò che è stato fatto scoppiare, oltre alla bomba, e del perché, e di ripartire dal bello che aveva ed era Bologna a quei tempi. Il terrorismo stragista neo-fascista ha provato, tra le altre cose, a fare tabula rasa di buone pratiche, di alte idealità, di genuina e altruistica partecipazione, dell’empatia e dell’impegno per il bene comune.

Dinanzi a un tentativo così eclatante e tremendo di sovvertimento democratico, di distruzione di una socialità efficiente e cooperativistica, occorre ancora oggi fermarsi a pensare. Bologna è stata colpita volontariamente, non casualmente, per ciò che rappresentava. E quella ferita multipla, così devastante, rappresenta uno spartiacque. Il mancato pieno raggiungimento, ad oggi, della verità giudiziaria, in oltre quarant’anni, il non ottenimento della giustizia, valore che va anche oltre la legge e la punizione dei responsabili, è una sconfitta politica e morale che probabilmente sarà difficile superare, ribaltare. Perché la verità e la giustizia non sono state solo ferite e negate, ma impedite strenuamente da apparati dello stato, a detrimento dell’eredità incarnata dalla città di Bologna e dalla società progressista da essa rappresentata.

Non sarà allora banale ricordare l’andante mosso del “giustizia ritardata, giustizia negata” (Montesquieu) riesumando lo spirito che guida, teoricamente, diverse riforme legislative a tema, alternando la volontà di impedire la giustizia a quella di renderla il più possibile giusta e sapiente. Quanto davvero giungere a giustizia, se mai vi si giungerà, potrà mai restituire quell’eredità tutta? Quanto si potrà restituire a Bologna, al sistema-paese, dopo 41 anni di mancato progresso o di progresso informe e vago? Amministrare o non amministrare la giustizia è anche usare un potere sulle persone e sulle loro vite. La giustizia, su Bologna, non si è fatta. Che sia ritardata o meno, è però necessario che la si persegua, che serva tanto o solo in parte. Perché la giustizia è bene comune, e il bene comune è il bene di tutte le persone. Abbiamo il diritto di riceverlo, questo bene. Dal canto nostro, di cittadine e cittadini, possiamo combattere per la verità, tenere alta la memoria dell’orrore affinché esso non si ripeta, riprendere le fila di un discorso ideal-politico accomunante e accogliente, riattualizzare il prezioso simbolico di una città colpita proprio per la sua eccezionale valenza “comunitarista”. È un onore e una responsabilità civica che tutte e tutti noi, insieme, dovremmo finalmente decidere di assumere. E questa potrebbe essere l’unica strada per provare a ricucire lo strappo che ha decretato la fine della buona prassi dell’amministrazione bolognese, la concreta realizzazione di idee universalistiche, di un sentimento di appartenenza comune e di valori condivisi che innalzavano il senso collettivo a paradigma di bella, auspicabile umanità.

Valentina Mariani

 

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