Fisac Lazio – Intervento del Segretario Generale della Fisac di Roma e del Lazio Paolo Mele al III Forum della Fisac Cgil

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Il tema in discussione è particolarmente importante in quanto parte integrante della generale crisi di rappresentanza sociale e dei corpi intermedi.
Vorrei iniziare da un analisi dei termini che costituiscono il titolo di questa sessione. In particolare del termine autonomia; credo sia fuorviante. L’azione sindacale è, deve essere, di per sé autonoma. Non deve sforzarsi di esserlo, lo deve essere naturalmente. E non perché la politica sia brutta sporca e cattiva, o corrotta. Perché, se questa regola della naturale autonomia fosse applicata e fosse stata applicata nel passato avrebbe sicuramente risparmiato al sindacato la grossa crisi di credibilità che sta vivendo, e forse avrebbe aiutato la politica a evitare l’autoreferenzialità che sta allontanando drammaticamente i cittadini dalle istituzioni.
Uno dei grandi errori del sindacato, della Cgil in particolare, è stato quello di non aver tenuto conto del fatto che i campi di azione con la politica siano necessariamente diversi e gli interessi qualche volta opposti. Opposti, si badi bene, non solo nei governi di destra, ma anche nei governi di centrosinistra, specialmente quelli degli ultimi anni.
E qui arriva la prima, spietata, analisi che dovremmo fare: il principale partito di sinistra è diventato un partito di centrosinistra, ma, soprattutto, ha perso completamento la spinta “sociale” seppur inquadrata in una logica riformista. Non era scritto da nessuna parte che questo dovesse accadere, anche se oggettivamente era un rischio nel momento in cui veniva fatta la scelta di abbandonare l’idea della socialdemocrazia o di un labour party sulla scorta dell’esperienza inglese. Comunque è accaduto, e la Cgil sta ancora, colpevolmente e drammaticamente, elaborando il lutto.
Il distacco dalla politica, in particolare da quel Partito Democratico che avrebbe dovuto essere erede della sinistra italiana, non è ancora di fatto avvenuto del tutto. Neanche quando è stato lo stesso Renzi a decretarlo platealmente, con i fatti e le parole; ricorderete tutti il rifiuto di confrontarsi con il sindacato e la ricerca del contatto one to one con i cittadini e lavoratori quando si rivolgeva direttamente a loro, chiamandoli per nome. Bene, neanche quello è bastato a farci capire che quel partito, quel governo, non solo non fosse un Governo amico (e sono anche d’accordo con chi dice che governi amici non esistono), ma un Governo nemico dei lavoratori, esattamente come lo erano stati i governi Berlusconi. Lo stiamo, lentamente, forse, capendo ora. La domanda, davvero, è, perché?
Non contesto il fatto che ognuno di noi, ogni dirigente sindacale possa far parte e militare anche in un partito, il punto non è questo. E non contesto neanche il fatto che alla fine, o nel mezzo, di un percorso sindacale nella Cgil, anche di livello massimo, si possa scegliere di fare un’esperienza politica. E’ nella nostra natura, ed è anche giusto. Il problema è il come: perché se si sta in quei partiti per portare avanti i temi sociali, del lavoro, della solidarietà, della lotta alle diseguaglianze, cioè si contribuisce a spingere l’azione di quel partito in questa direzione, allora tutto questo ha un senso. Noi abbiamo avuto tantissimi dirigenti apicali che sono passati alla politica con ruoli importanti; e lo hanno fatto cercando di spostare il più possibile l’ottica dei partiti sul mondo del lavoro, pur consci del ruolo più generale di rappresentanza che avevano.
Ma, lo voglio dire, perché se non ci diciamo certe cose in questi contesti, allora è inutile fare le analisi al nostro interno: se parlamentari che avevano avuto incarichi apicali nella Cgil, votano in parlamento a favore del jobs act, allora le cose cambiano. Perché in Cgil, da sindacalisti, quella legge l’avrebbero dovuta combattere, perché non c’era nulla in quella legge, aldilà di qualche norma a favore della maternità, che pero poteva essere tranquillamente inserita in altri contesti, che facesse pensare ad un miglioramento per i lavoratori; non bisogna e non bisognava essere economisti raffinati per capire che quello fosse un regalo alle imprese a danno della fiscalità generale, che non avrebbe portato più lavoro, ma meno lavoro e più precarizzazioni; ed anche aumento di finte cessioni di ramo d’azienda o finti passaggi in cui si costringono i vecchi lavoratori a dimettersi ed essere riassunti con le nuove regole. E non ci voleva molto a capire che quello sarebbe stato un grimaldello che avrebbe drammaticamente accentuato le differenze tra lavoratori tutelati e meno tutelati, indebolendo ulteriormente il ruolo del sindacato.
Quando succede questo, il problema non è di chi ha votato a favore di quelle norme; il problema è del sindacato, della Cgil: perché risulta difficile, davvero difficile, convincere i lavoratori più attenti (per fortuna nostra in questi casi pochi lo sono) che chi aveva condotto il nostro sindacato fino a pochi anni prima lo avesse fatto davvero con autonomia. E che le manifestazioni contro il governo Berlusconi si sarebbero svolte ugualmente se al Governo ci fossero stati altri partiti.
Guardate, questo, nella crisi di rappresentanza e di credibilità del sindacato incide più di ogni altra cosa; una delle cose che si rimprovera di più alla Cgil è proprio questa: la mancata oggettività nel confronto con i governi, l’incapacità di leggere e combattere con efficacia leggi la cui iniquità appare evidente.
Un altro caso emblematico è quello della legge Fornero: ma come, ci siamo scagliati contro la legge Maroni che tra l’altro non aveva lo scalone, ma uno scalino e abbiamo abbozzato un timido sciopero contro una legge, anche qui, semplice da capire, che avrebbe portato al collasso il sistema degli ammortizzatori sociali e colpito ancora più pesantemente l’occupazione? In cambio di cosa? Di un piccolo respiro alle casse dell’Inps che ora stanno pagando chiaramente molto, ma molto di più di quello che hanno risparmiato con quella legge?
Queste riflessioni ci servono non a colpevolizzare qualcuno, ma a ragionare davvero seriamente sul nostro rapporto con la politica. Perché se vogliamo recuperare la crisi di consenso che stiamo avendo non possiamo dare la colpa solo a fattori esogeni che pur esistono.
Dobbiamo sviluppare un’azione che, sia chiaro, non prescinda dalla politica. Nella nostra azione di sindacato di rappresentanza generale tutti i giorni facciamo politica. Deve pero cambiare il punto di vista: siamo noi che dobbiamo dettare l’agenda alla politica, ci dobbiamo far rincorrere dai partiti, dobbiamo essere in grado di lanciare proposte che parlino al paese e superino la diffidenza generale che esiste verso il sindacato .
La carta dei diritti va in questo senso? Certamente. Ma il ritardo con il quale è avvenuta questa presa di coscienza e il fatto che fosse la reazione all’ennesima legge contro il lavoro degli ultimi anni, non rende semplice il recupero del divario che si è creato con i lavoratori.
E poi, vogliamo renderci conto che dopo l’antipolitica sta arrivando anche l’antisindacato?
E allora dobbiamo mettere mano, pesantemente, non come abbiamo fatto nella conferenza d’organizzazione e come facciamo nei congressi, al nostro modo di fare e di essere
La trasparenza: aspettiamo che arrivi qualcuno a chiedere conto o cominciamo davvero a lavorare su bilanci e piano dei conti pubblici e leggibili da tutti?
Cerchiamo o no di modificare il nostro linguaggio, la nostra modalità di approcciarci ai media che sono, inevitabilmente, un punto di contatto con le masse, e renderlo più chiaro, con messaggi più semplici, che non vuol dire banali? E, per contrastare la crisi di vocazione, la mancanza di persone che vogliono svolgere il ruolo di rappresentanti sindacali, vogliamo trasformare le nostre riunioni in posti dove lo scambio sia uno scambio vero, con veri percorsi democratici, evitando decine di interventi fiume con persone che dicono le stesse cose ma con parole diverse.
E, soprattutto, vogliamo portare all’esterno la nostra azione? Noi dobbiamo partire inevitabilmente e geneticamente dai posti di lavoro, ma, posto che il lavoro è cambiato, si è frantumato, polverizzato, anche qui potremmo usare decine di termini, posto questo, non dovremmo rincorrere i lavoratori ovunque? E quindi pensare di svolgere le nostre iniziative non all’interno delle stanze sindacali e rivolte a noi, ma rivolte a tutti? magari cosi potremmo superare anche il pregiudizio che difendiamo i tutelati, che le nostre sono battaglie di retroguardia.
Faccio un esempio con il nostro settore: è stato uno sbaglio enorme quello, negli ultimi due contratti bancari, da quando era chiaro che la crisi fosse stata provocata anche da un modello finanziario e di banca distorto (ricordate l’origine della crisi del 2008, i mutui sub-prime), non aver costruito un’alleanza con i cittadini; non aver costretto le banche a ragionare di modello di banca, del fatto che la vendita di prodotti finanziari fatta in quel modo erodesse la fiducia nei cittadini provocando disastri come quello delle obbligazioni delle 4 banche, dei danni che il sistema incentivante portava. Non potevamo portarli già da quattro anni a ragionamenti sulle nuove funzioni che il lavoratore bancario avrebbe potuto svolgere con la liberazione dal lavoro ripetitivo che la digitalizzazione portava? Ci saremmo portati dietro tutti, e invece sui giornali è passato che i bancari chiedevano aumento di stipendio, cosa peraltro non vera, le banche hanno continuato con il loro sventurato modello di sviluppo i cui danni sono sotto gli occhi di tutti e oggi Renzi ci dice che, causa la digitalizzazione, ci sono 150.000 bancari in più. E i banchieri, qui, a casa nostra, ce lo confermano, affermando, come se nulla fosse, che c’era la bolla e c’era la digitalizzazione e quindi tutte quelle agenzie che loro, sottolineo loro, avevano deciso di aprire in Italia le devono richiudere e ne devono chiudere anche altre. Confessando, senza che nessuno glielo faccia notare, la loro incapacità di guardare non al lungo, ma neanche al medio termine, caratteristica indispensabile per un manager. Ma loro non ne hanno bisogno perché i loro compensi in ogni caso li prendono, dimostrando di sposare il modello americano solo quando gli fa comodo.
Tra l’altro, in questo modo, passano concetti e ricatti terribili: la tecnologia, che dovrebbe far star meglio le persone, evitare i lavori più alienanti e ripetitivi, le fa stare peggio perché toglie lavoro e rende tutti più poveri.
Come il ricatto dell’Ilva o delle trivelle: inquinamento uguale lavoro; meno inquinamento meno lavoro. Gridiamolo forte: non è così: una società che si evolve, grazie alle tecnologie e al minor impatto dell’inquinamento, trova il modo per riconvertire risorse e lavoro; il lavoro non diminuisce, si trasforma, ma se non ne siamo convinti noi e non facciamo proposte conseguenti, ma chi lo deve fare?
Tutto questi ragionamenti che ho provato a fare denotano, a mio avviso, un’incapacità a prendere le giuste distanze dal potere che è purtroppo diffusa nella Cgil, in cui gli eventuali buoni rapporti con le controparti, siano esse governo od aziende, vengono considerati un fine e non invece il mezzo per migliorare le condizioni di chi rappresentiamo.
In tutto questo contesto, in un paese in cui si prende solo il peggio delle esperienze altrui, l’idea del Sindacato Unico, come prospettato più volte dallo stesso Renzi, non solo è deleteria per la tenuta sociale e il livello di democrazia, ma significherebbe inabissarsi ancor di più nel baratro dello sfruttamento e dell’abbattimento delle tutele.
E diventa inutile anche l’infinito e ricorrente dibattito sul modello di sindacato tedesco, in cui già immagino le aziende italiano (e forse anche qualche sindacato) fare la corsa a puntare su aspetti come la cogestione e la non conflittualità, ma in cui gli aspetti positivi di ritorno verrebbero inevitabilmente a scomparire.
Dobbiamo sforzarci di evitare che il conflitto sociale tra padroni e lavoratori si sposti all’interno dei lavoratori; chiedere al Governo il supporto, oneroso, del welfare, quello pubblico, non quello privato; pretendere interventi pesanti su infrastrutture fisiche, legislative, organizzative, a difesa della qualità del lavoro e della qualità della vita lavorativa e familiare.
E farlo, sapendo di stare nel giusto, sapendo che il nostro ruolo naturale è lottare per un riequilibrio a favore dei più deboli e far capire a tutti, ma proprio a tutti, che questo ruolo non solo è doveroso ma anche necessario allo sviluppo di un paese civile.

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