Unicredit – Calcagni: respingiamo questi numeri, no a 8 miliardi di dividendi sulla pelle dei lavoratori

Rispetto alle indiscrezioni trapelate sul Piano  Industriale Unicredit  la presentazione di questa mattina non fa che confermare la pochezza della politica industriale di Jean Pierre Mustier.

Le 8 mila persone in esubero – 6mila in Italia- rispetto alle 10 mila paventate dai rumors,  sono a nostro giudizio un trucco del prestigiatore Mustier.

Respingiamo i numeri espressi rispetto ai volumi occupazionali e alla chiusura di ben 450 sportelli sul territorio.

I numeri espressi danneggiano la clientela, il territorio ancora più desertificato dal punto di vista del presidio del credito, e sopratutto le lavoratrici e i lavoratori del Gruppo inevitabilmente vittime di politiche di mobilità selvaggia.

Probabilmente KepiBlanc pensa di poter macinare i 17 Miliardi di utili e gli 8 Miliardi di dividendi promessi, sulla pelle delle nostre persone, della clientela e del territorio.

Ancora una volta vuole piegare il capitale lavoro a logiche finanziarie.

Rispetto a questi intenti sappia che troverà il sindacato contrario, unito e compatto a contrasto della politica industriale del Gruppo.

La nostra posizione è chiara, il piano si innesta a cavallo della negoziazione in rinnovo del Ccnl di categoria, per noi la definizione di quest’ultimo è pregiudiziale rispetto a qualsiasi tentativo di negoziazione delle ricadute del piano, non solo, occorre che il Ccnl garantisca le lavoratrici e i lavoratori rispetto al salari e diritti in tutti i punti in cui abbiamo articolato la nostra richiesta unitaria.

In difetto saremo indisponibili a qualsiasi trattativa.


1 - Fabi 2 - First Cisl 3 - Fisac Cgil 6 - Uilca Unisin nuovo logo

COMUNICATO STAMPA

 UNICREDIT: SINDACATI, CON QUESTI PRESUPPOSTI NESSUNA TRATTATIVA

 Roma, 3 dicembre 2019. «Le segreterie nazionali giudicano irricevibile il piano industriale presentato oggi da Unicredit. Dichiarano che non esistono le condizioni per aprire alcuna seria trattativa non ritrovando, all’interno del progetto, alcuna iniziativa che tuteli l’italianità dell’azienda. Lo stesso progetto non salvaguarda, da un punto di vista sociale, economico e organizzativo, l’operatività e la dignità del personale, la presenza sul territorio nonché le prospettive di sviluppo per le famiglie e per le imprese a oggi sempre dichiarate e mai applicate. L’abbandono di aree del Paese, con massicce e inspiegabili chiusure di presidi storici, rappresenta ancora una volta l’unico obiettivo di un gruppo che dimostra chiaramente una strategia di mercato orientata esclusivamente a creare utili solo attraverso contrazioni del costo dei propri dipendenti». Lo dichiarano i segretari nazionali di riferimento del gruppo Unicredit di Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin.

Le Segreterie Nazionali

FABI – FIRST/CISLFISAC/CGILUILCA/UILUNISIN

 


Unicredit: Landini, irresponsabile annunciare 8 mila esuberi

“Diciamo no e diciamo basta. Il lavoro non può più essere considerato una merce che si prende quando serve e si butta quando fa comodo. Unicredit annuncia 8mila esuberi e intanto distribuisce dividendi e chiude i primi nove mesi dell’anno con un utile di 4,3 miliardi. Questo non è fare impresa, è essere irresponsabili. Non lo possiamo accettare. Il governo non può accettarlo. Prima di aprire un gravissimo conflitto Unicredit riveda tutto. Ritiri quanto ha improvvidamente annunciato e, se mai ci dovessero essere problemi, prima di compiere azioni gravi e irreparabili discuta con il sindacato”. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini.

“Come Unicredit – aggiunge il leader della Cgil – ci sono decine di imprese sane che licenziano senza giustificazione. Come ci sono centinaia di imprese che hanno necessità di una politica industriale che le aiuti a uscire dalle secche di una crisi che non passa, anzi che si aggrava. Ilva, Alitalia, i lavoratori LSU, Auchan, Mercatone Uno, Bekart, Whirlpool, e potrei continuare a citare una a una le oltre 160 situazioni di crisi all’attenzione del governo e parlare anche delle centinaia di aziende piccole e medie in grave difficoltà, nelle quali il sindacato sta dando l’anima per salvare posti di lavoro, capacità produttiva, intelligenze e saper fare. Va data una svolta e va data in fretta”.

“Chi lavora, chi rischia di perderlo, chi è sfruttato, chi lo cerca e riceve solo risposte inaccettabili o illecite – conclude Landini – non ha più pazienza. Il governo agisca e faccia in fretta. Cambi le leggi sbagliate, a cominciare dal jobs act e dalle norme sugli appalti. Faccia politica industriale, sblocchi gli investimenti, istituisca un organismo per lo sviluppo del Mezzogiorno. Le forze politiche la smettano con la propaganda e si occupino del Paese e di chi lavora, delle loro difficoltà e dei loro problemi”.


da Borsa Italiana.it

UniCredit: Fisac-Cgil, preoccupati da nuovo piano, non si allontani da Italia -2-

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 03 dic – La presentazione del piano strategico, secondo Calcagni, ‘non fa che confermare la pochezza della politica industriale di Jean Pierre Mustier’. ‘Respingiamo i numeri espressi rispetto ai volumi occupazionali e alla chiusura di ben 450 sportelli sul territorio – aggiunge – I numeri espressi danneggiano la clientela, il territorio ancora piu’ desertificato dal punto di vista del presidio del credito, e sopratutto le lavoratrici e i lavoratori del gruppo inevitabilmente vittime di politiche di mobilita’ selvaggia’. Mustier, prosegue Calcagni, ‘probabilmente pensa di poter macinare i 17 miliardi di utili e gli 8 miliardi di dividendi promessi sulla pelle delle nostre persone, della clientela e del territorio’. ‘Rispetto a questi intenti sappia che trovera’ il sindacato contrario, unito e compatto a contrasto della politica industriale del gruppo – sottolinea – La nostra posizione e’ chiara, il piano si innesta a cavallo della negoziazione in rinnovo del contratto nazionale di categoria, per noi la definizione di quest’ ultimo e’ pregiudiziale rispetto a qualsiasi tentativo di negoziazione delle ricadute del piano. Non solo – conclude – occorre che il contratto garantisca le lavoratrici e i lavoratori rispetto al salari e diritti in tutti i punti in cui abbiamo articolato la nostra richiesta unitaria. In difetto saremo indisponibili a qualsiasi trattativa’.

Com-Ppa-

(RADIOCOR) 03-12-19 11:50:36 (0266) 5 NNNN

 


da Corriere.it Economia

Unicredit chiude 450 filiali, 6 mila tagli in Italia. Ira dei sindacati, Landini: ritiri tutto o conflitto grave.

di Francesca Gambarini – 03 dic 2019

Al Capital Markets Day di Londra Unicredit presenta il nuovo piano industriale: la banca di piazza Aulenti prevede di raggiungere i 5 miliardi di utili nel 2023, ma la raffica di numeri si trasforma in una doccia fredda per i dipendenti del gruppo bancario. Il ceo, Jean Pierre Mustier annuncia, infatti, tagli per 8 mila lavoratori, tra Germania, Austria e Italia. Oltre alla chiusura di 450 filiali. Sarà proprio l’Italia a pagare il dazio maggiore, con esuberi tra 5.550 e 6 mila unità.

Rabbia dei sindacati, Landini: conflitto grave
La rabbia dei sindacati è palpabile. E a farsi carico della replica al piano industriale di Unicredit è il leader nazionale della Cgil, Maurizio Landini: «Il lavoro non può essere considerato una merce che si prende quando serve e si butta quando fa comodo. Unicredit annuncia 8 mila esuberi e chiude i primi nove mesi con un utile di 4,3 miliardi. Questo non è fare impresa, è essere irresponsabili. Non lo possiamo accettare. Il governo non può accettarlo. Prima di aprire un gravissimo conflitto Unicredit riveda tutto. Ritiri quanto ha improvvidamente annunciato e, prima di compiere azioni gravi e irreparabili, discuta con il sindacato».
«Come Unicredit – aggiunge il leader della Cgil – ci sono decine di imprese sane che licenziano senza giustificazione. E centinaia di imprese hanno necessità di una politica industriale che le aiuti a uscire dalle secche di una crisi che non passa, anzi che si aggrava. Ilva, Alitalia, i lavoratori LSU, Auchan, Mercatone Uno, Bekart, Whirlpool, e potrei continuare a citare una a una le oltre 160 situazioni di crisi all’attenzione del governo e parlare anche delle centinaia di aziende piccole e medie in grave difficoltà, nelle quali il sindacato sta dando l’anima per salvare posti di lavoro, capacità produttiva, intelligenze e saper fare. Va data una svolta e va data in fretta. Il governo agisca e faccia in fretta. Cambi le leggi sbagliate, a cominciare dal jobs act e dalle norme sugli appalti. Faccia politica industriale, sblocchi gli investimenti», conclude Landini.
Anche le segreterie nazionali dei bancari giudicano «irricevibile» il piano industriale presentato da Unicredit. E dichiarano che «non esistono le condizioni per aprire alcuna seria trattativa non ritrovando, all’interno del progetto, alcuna iniziativa che tuteli l’italianità dell’azienda», come si legge in una nota congiunta dei segretari nazionali del gruppo Unicredit di Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin. «L’abbandono di aree del Paese – si legge ancora – con massicce e inspiegabili chiusure di presidi storici, rappresenta ancora una volta l’unico obiettivo di un gruppo che dimostra chiaramente una strategia di mercato orientata esclusivamente a creare utili attraverso contrazioni del costo dei propri dipendenti».

I numeri del gruppo
Tornando ai numeri del gruppo, Unicredi punta a punta a creare 16 miliardi di valore per gli azionisti nell’arco del piano 2020-2023 e aumentare al 40 per cento la distribuzione di capitale per il 2019. Il piano Team23 vuole portare i ricavi, nel 2023, a 19,3 miliardi di euro. Allo stesso tempo, come detto, la banca guidata da Jean Pierre Mustier ridurrà il personale con 8.000 tagli, mentre l’ottimizzazione della rete di filiali porterà alla chiusura di circa 500 sportelli.

I tagli soprattutto in Italia
Nel dettaglio, i tagli del personale Unicredit si concentreranno soprattutto in Italia, Germania e Austria, dove il personale verrà ridotto complessivamente del 12% e verrà chiuso il 17% delle filiali. Il nostro Paese è destinato a sostenere la parte più consistente degli esuberi: degli 1,4 miliardi di euro di costi di integrazione stimati per la loro gestione, infatti, 1,1 miliardi riguarderanno l’Italia (pari al 78% del totale) e solo 0,3 miliardi l’Austria e la Germania. Saranno infatti tra 5.500 e 6mila gli esuberi nel nostro Paese, con la chiusura di 450 filiali. «Abbiamo appena iniziato i negoziati con i sindacati», ha detto il ceo di Unicredit, aggiungendo: «Vogliamo prima discutere con loro. Non diamo dettagli su dove saranno, nel piano precedente abbiamo fatto i tagli in modo socialmente responsabile e continueremo a farlo».

Gli utili a 5 miliardi
Gli utili saliranno a 5 miliardi in tre anni, con una crescita aggregata dell’utile per azione di circa il 12% nel periodo 2018-2023. Il ritorno sul capitale tangibile sarà «pari o al di sopra dell’8%» per tutto il piano, spiega una nota dell’istituto. È inoltre prevista una evoluzione della struttura del gruppo, incluso il progetto per la creazione di una subholding, con sede in Italia e non quotata, per le attività internazionali. In Borsa il titolo Unicredit ha chiuso in calo dello 0,45%.

Turchia ed acquisizioni
Negli scorsi giorni, Unicredit ha diluito la propria presenza in Turchia uscendo dalla joint venture Kfs (Koc Finansal Hizmetler) che controlla Yapi Kredi. Il gruppo di Piazza Gae Aulenti ora è al 31,93%. « Lo scioglimento della joint-venture in in Koc Financial Services sul controllo della banca turca Yapi Kredi ha creato «flessibilità per la gestione della partecipazione rimanente», si legge nel piano strategico della banca. Per il prossimo triennio «Preferiamo il buyback alle fusioni e solo piccole acquisizioni bolt-on», cioè che integrano le attività della banca, «saranno prese in considerazione», ha aggiunto il ceo Mustier. «In breve: nessuna acquisizione e questo è quanto», ha sintetizzato il top manager.

Crediti deteriorati
Le esposizioni deteriorate lorde di Unicredit sono previste inferiori a 20 miliardi di euro alla fine del 2023, con una consistente riduzione di quasi 60 miliardi dalla fine del 2015. Il completo rundown del portafoglio Non Core è confermato entro fine 2021, con l’ammontare delle esposizioni deteriorate lorde inferiore a 9 miliardi entro la fine del 2019 rispetto al target originale di 19,2 miliardi di Transform 2019 e inferiore a 5 miliardi entro la fine del 2020. Il target per il rapporto tra esposizioni deteriorate lorde e crediti totali lordi di gruppo è fissato sotto il 3,8% entro la fine del 2023, mentre il costo del rischio è previsto a 40 punti base nel 2023.