#diamocreditoalledonne: la testimonianza di Lidia

Dipartimento Politiche di Genere

La campagna di mobilitazione #diamocreditoalledonne per #lottomarzo e oltre, oggi raccoglie la testimonianza di una collega, che chiameremo Lidia e che ringraziamo calorosamente per il racconto personale che ci ha voluto regalare.

Mi chiamo Lidia e l’8 marzo, leggendo il Manifesto di Femminile Plurale, sono stata colpita dai punti 7 e 19, dove si parla di confidare nella testimonianza delle donne e garantire il sostegno economico alle vittime di violenza. Quelle righe sono state per me davvero pesanti da leggere e mi hanno spinto a raccontarvi la mia storia.

Quando una donna subisce una violenza, se va al pronto soccorso, dopo qualche giorno viene convocata dalle autorità competenti, nel mio caso la polizia. Non sapendo cosa mi aspettava, con il cuore spezzato e piena di paura, mi sono ritrovata in quell’occasione davanti ad un’agente (donna), e quindi ho pensavo di parlare con una persona che poteva capire cosa vuol dire proteggere i propri figli, la propria famiglia, il proprio matrimonio. E invece sono uscita da lì che piangevo come una fontana. Mi sono sentita come se fossi io la colpevole e che in fondo le cose successe non erano poi così gravi.

In fase di colloquio poi ti chiedono se vuoi fare subito denuncia: io ho risposto che mi sarei presa del tempo per decidere, visto che sono previsti 90 giorni per procedere. Quando ho deciso di sporgere querela, sempre alla polizia, mi sono sentita trattare da bugiarda da un’altra agente (sempre donna), mi sono sentita dire che avrei dovuto capire che mio marito aveva perso centralità!… Per me fare quella querela è stato subire un’ulteriore violenza. Già si fa un atto che mai si penserebbe di fare nella propria vita, in più proprio da una donna ti senti trattata come se fossi tu la responsabile dell‘accaduto. Dobbiamo pretendere che da parte delle autorità preposte ci siano delle persone competenti, che siano anche moralmente in grado di sostenere una donna che presenta querela, senza farle ulteriore violenza morale.

Altra questione importante, che mi ha pesato tanto e ancora sta pesando, è quella economica, per le spese legate alla querela: il codice rosso obbliga ad affidarsi ad un avvocato penalista. Nel mio caso il reato di lesioni personali aggravate non rientra nel libero patrocinio.

Penso alle tante donne che non possono permettersi di pagare un percorso di questo tipo. Se ci fosse un sostegno per le spese legali, potrebbe essere utile a tante donne, che potrebbero così trovare la forza per intraprenderlo.

Parafrasando Anna Karenina “ogni donna vittima di violenza è infelice a modo suo” e con lei la sua famiglia. La specificità della sua situazione deve essere il punto di partenza per la progettazione del SUO percorso di uscita dalla violenza.

“Diamo credito alle Donne” dobbiamo allora tradurlo con delle azioni concrete.

Significare innanzitutto dare una formazione specifica a coloro sono deputati a raccogliere le loro denunce/querele. Perciò è necessario costruire – come già avviene in alcune realtà territoriali – una rete di coordinamento e supervisione dei casi tra Centri Anti-Violenza, Prefettura, Carabinieri e Polizia, Ordine degli Avvocati, dei Commercialisti e degli Psicologi solo così raccogliere una denuncia può diventare accogliere una persona dal cuore spezzato e il corpo spesso piagato.

Il percorso di uscita dalla violenza è lungo e tortuoso, spesso pericoloso e sicuramente economicamente costoso. Va quindi sostenuto con il patrocinio gratuito anche in caso di lesioni aggravate: gli avvocati penalisti costano e alla violenza familiare si aggiunge in questi casi la discriminazione economica, per cui l’azione penale è preclusa a chi non ha mezzi.

Le donne sono giudicate meno “meritevoli” di credito degli uomini e se la donna è sola con figli lo è ancora di più. Gli istituti creditizi devono agevolare le aperture di conti correnti alle donne vittime di violenza così come la possibilità di ottenere un fido, per affrontare le spese richieste dal percorso e lo Stato deve farsi garante degli affidamenti, così come sperimentato nella prima fase della pandemia con le moratorie per le aziende. La sospensione delle rate del mutuo della casa per 18 mesi è una buona misura ma si può fare di più: 18 mesi sono troppo pochi per dare speranza, tante donne non hanno casa di proprietà e spesso – anche avendola – devono lasciarla per non mettere a rischio la propria vita e per proteggere i propri figli.

Chi subisce violenza spesso non lavora o il lavoro lo perde lungo il percorso di uscita: servono quindi interventi di politiche attive del lavoro, finalizzate al reinserimento lavorativo delle donne vittime di violenza in carico ai Centri per l’Impiego e non parliamo soltanto di sgravi contributivi a favore di chi le assume, ma pensiamo a veri e propri percorsi formativi e di reinserimento lavorativo, per i quali è indispensabile la presenza di una figura di sostegno, per evitare l’abbandono del lavoro e di qualsiasi percorso di emancipazione, come spesso testimoniano i centri anti-violenza.

Da ultimo tra le azioni da mettere in campo a livello contrattuale si potrebbe pensare ad una misura di welfare specifica per il sostegno del percorso di studio e di sostegno psicologico ai figli delle donne vittime di violenza.

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