Donne di tutto il mondo: Una donna, un conto corrente

Lidia e le calze del 2021

E’scomparsa a fine 2020 Lidia Menapace, grande femminista e pacifista, staffetta partigiana, intellettuale e senatrice della Repubblica. In una delle sue citazioni più note, Menapace raccontava l’importanza dell’emancipazione economica femminile attraverso una raccomandazione della madre: “Siate indipendenti economicamente e poi fate quello che volete, il marito lo tenete o lo mollate o ve ne trovate un altro. L’importante è che non dobbiate chiedergli i soldi per le calze”.

Una metafora potente che può essere aggiornata, per mantenere la propria efficacia, nei termini di oggi.

E’ consapevolezza diffusa che non si potrà raggiungere una vera parità di genere se non sarà raggiunta, prima, una piena emancipazione economica delle donne. In cosa si traduce oggi l’emancipazione economica? Avere denaro a propria disposizione e decidere come disporne.

Perciò avere accesso al lavoro, avere capacità di produrre reddito e di disporne pienamente. Da questa premessa fondamentale passa la possibilità, ad esempio, di chiudere relazioni e situazioni familiari violente[1], tossiche o anche semplicemente non soddisfacenti. Di poter investire nella propria formazione, in una propria attività, nelle proprie passioni, viaggiare. Tramite le risorse economiche è possibile decidere liberamente dove e come vivere, di offrire opportunità ai figli. Porsi nella coppia, nella famiglia e in generale nella società in posizione paritaria, con uguale peso decisionale nelle scelte comuni, consente un sistema di relazioni giusto ed equilibrato.

Equità retributiva e parità salariale sono traguardi fondamentali, correttamente all’ordine del giorno nell’agenda delle istituzioni europee. La Commissione Europea è in procinto di lanciare una attesa direttiva sulla parità salariale (“Gender pay gap – transparency on pay for men and women”[2]).

Molti think tanks, organizzazioni non governative e alleanze di stakeholders perseguono un maggiore sviluppo dell’imprenditoria femminile, presenza più rilevante di donne nei boards e in posizioni manageriali, la creazione di forme di finanziamento e investimento che rispondano maggiormente alle esigenze e al business delle donne. La premessa di tutto questo, come fondamentale base di partenza, è l’accesso delle donne al sistema bancario, l’autogestione piena del proprio reddito, l’indipendenza economica come irrinunciabile fattore di autodeterminazione.

“Il percorso per una maggiore inclusione finanziaria dipende dalla creazione di un sistema finanziario più inclusivo, che superi gli ostacoli di domanda e offerta incontrati dalle donne, supportato da un quadro regolamentare inclusivo… I fornitori di servizi finanziari e altri stakeholders possono far leva su un appropriato product design per superare alcune barriere all’inclusione finanziaria femminile” (dal paper “Women’s Economic Empowerment Through Financial Inclusion: A Review of Existing Evidence and Remaining Knowledge Gaps”[3] dell’ente non profit IPA-Innovations for Poverty Action)

E dunque, molto pragmaticamente, quali sono gli strumenti di cui una donna deve disporre per acquistare le calze, e tutto il resto?

[1] Il progetto Women Economic independence and Growth Opportunity dell’UE ha evidenziato nel 2017 che l’82,5% delle donne assistite dai centri antiviolenza, è caratterizzato da un basso livello di indipendenza economica del partner.

[2] https://ec.europa.eu/info/files/proposal-binding-pay-transparency-measures_en

[3] https://www.poverty-action.org/sites/default/files/publications/Womens-Economic-Empowerment-Through-Financial-Inclusion-Web.pdf

 

My body, my choice, my money

Si tratta di strumenti banali, che generalmente si tende a dare per scontati: un conto corrente, carte di pagamento tradizionali e online, internet banking. Il settore bancario è uno snodo fondamentale per trasformare diritti potenziali in un’autonomia concreta. Il sistema economico contemporaneo si basa in maniera crescente su forme di pagamento e finanziamento smaterializzate, a cui è necessario accedere per acquistare beni e servizi, poter richiedere finanziamenti e amministrare i risparmi, accedere ai servizi della pubblica amministrazione, sanitari e tributari.

La libertà femminile, molto banalmente, passa oggi tra le altre cose dalla titolarità di un conto su cui accreditare il proprio stipendio.

Purtroppo si tratta di una condizione che non si può considerare acquisita per la generalità delle donne.

Dalle scrivanie, dai box e dalle postazioni di cassa di un’agenzia bancaria è possibile avere in parte il polso della situazione: molte donne, giovani e meno giovani, italiane e immigrate, che svolgono occupazioni anche regolari, decidono o vengono indotte a non convogliare i propri redditi su un conto proprio. Si presentano allo sportello per cambiare l’assegno dello stipendio in contanti. Quando vengono invitate ad aprire un proprio conto, spesso rifiutano: è troppo costoso, è troppo complicato, “di queste cose si occupa mio marito”. Si intuisce una vasta platea di donne che, anche quando lavorano e producono reddito, ne delegano completamente la gestione all’uomo.

Se ad un uomo che chiede un finanziamento viene richiesta la garanzia da parte della coniuge o partner, spesso emerge che quest’ultima non ha reddito, o svolge lavori domestici o occasionali per cui non presenta neppure la dichiarazione dei redditi.

Il rapporto difficile delle donne col denaro è in Italia un problema di lunga data, evidenziato da alcuni studi recenti. Una ricerca Episteme del 2017, ripresa dal CNEL nel 2019, mostra che in Italia tre donne su dieci non sono titolari di conto corrente. Quattro su dieci dipendono economicamente dal marito o compagno. Il fenomeno assume dimensioni ancora più rilevanti al Sud, dove dipende dall’uomo di casa quasi il 50% delle donne. Una percentuale impressionante, che si manifesta in misura inversamente proporzionale al titolo di studio raggiunto.

Rimane difficile scardinare il preconcetto che quello della donna sia, all’interno delle finanze familiari, il “secondo stipendio”. Un apporto aggiuntivo e minoritario all’economia della famiglia, più che un fondamentale strumento di autonomia. Lo stipendio più basso, eventualmente “rinunciabile” nel caso in cui l’assenza di welfare pubblico accessibile costringa un componente della famiglia a richiedere il part time o a lasciare il lavoro per occuparsi della cura di figli, anziani e disabili. Allo stesso tempo resta consolidata l’idea che il ruolo della donna sia principalmente quello di cura familiare e della casa, e sia di competenza maschile la gestione del denaro, dei conti correnti, di investimenti e finanziamenti. Una simile divisione toglie alle donne familiarità con i rapporti bancari e con le loro regole di funzionamento, confidenza con il denaro e abitudine alla progettualità finanziaria. Una ricerca di Mup Research e Norstat commissionata da Facile.it evidenzia che le donne sono meno informate degli uomini sui costi e funzionamenti dei conti correnti, e tra quelle titolari di un conto il 16,6% dichiara di avere scarsa comprensione delle commissioni bancarie [4].

[4] https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/donne_mind_the_gap_conto_corrente_coronavirus_costi_banche_lavoratrici-5367232.html

 

Lo stato dell’arte

Dando uno sguardo al panorama internazionale, si rileva che i primi progressi verso l’autonomia bancaria femminile sono relativamente recenti. In Canada le donne hanno avuto la possibilità legale di aprire un proprio conto corrente senza la firma del marito soltanto nel 1964. In Francia nel 1965. Negli Stati Uniti si deve al lavoro della giudice della Corte Suprema recentemente scomparsa Ruth Bader Ginsburg l’entrata in vigore nel 1974 dell’“Equal credit opportunity act”, che ha consentito alle donne di poter avere un proprio conto e carta di credito, di contrarre mutui e finanziamenti senza la firma del marito.

Ancora oggi in alcuni paesi mancano le premesse legali per un’indipendenza finanziaria delle donne. In Arabia Saudita e Iran, ad esempio, non è consentito a una donna di avere un proprio conto corrente.

In alcuni paesi in via di sviluppo (India, Niger), la recente scelta da parte delle pubbliche amministrazioni di pagare i salari delle dipendenti su conti a loro intestati anziché su quelli dei loro mariti, ha prodotto un forte aumento dell’importo del risparmio femminile, e maggior accesso delle donne ai beni di consumo. In Peru, Messico e Argentina si sono collegati i conti correnti a ID digitali dei riceventi. Il Cile ha sperimentato conti base universali standardizzati, anch’essi collegati a ID digitali. In America Latina Proyeto Capital, un recente schema di alfabetizzazione finanziaria per le donne, ha offerto insieme a conti correnti e strumenti di pagamento digitale anche formazione e assistenza per le nuove correntiste. Lo scopo era quello di intensificare le transazioni per costituire uno storico creditizio alle donne, consentendo loro un migliore accesso al credito.

In India il governo centrale ha messo in atto dal 2014 al 2017 il massiccio programma triennale Pradhan Mantri Jan Dhan Yojana, teso a bancarizzare ampie fasce di popolazione (“banking the unbanked”) con particolare attenzione alle donne, fornendo accesso diffuso ai servizi bancari e educazione finanziaria. Molte delle banche coinvolte hanno anche offerto alle clienti corsi di educazione all’uso dei rapporti bancari e ai pagamenti elettronici. Il programma ha consentito un aumento del 30% dei conti correnti aperti a donne, con conseguenze benefiche sul livello di istruzione femminile e sull’economia del paese [5].

La diffusione dell’accesso ai telefoni cellulari dotati di connessione, come in Pakistan negli ultimi anni, ha consentito a molte donne di poter disporre efficacemente di rapporti bancari risparmiando il tempo di spostamento per raggiungere le filiali bancarie e disporre operazioni.

Studi compiuti su Perù e Filippine hanno mostrato che l’attuazione di piani di risparmio dedicati per le donne può migliorare la loro fiducia in se stesse e la loro capacità di prendere decisioni in ambito familiare, aumentando il loro potere d’acquisto e riducendone la vulnerabilità [6].

E’del 2013 il toolkit “Promoting women’s financial inclusion” [7], prodotto dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale del governo inglese e dal Ministero per la cooperazione e sviluppo tedesco, che presenta una serie di buone pratiche, casi di successo e indicazioni per enti e governi che intendano intraprendere progetti tesi ad  aumentare il livello di parità finanziaria nei paesi in via di sviluppo.

Nello stesso solco si pone la ricerca per il G20 “Financial Inclusion for Women: A Way Forward” [8] , basata sui dati raccolti dal Global Findex della World Bank 2017, che evidenzia come dal 2011 al 2017 il gap di genere nell’inclusione finanziaria sia rimasto pressochè inalterato a livello globale. Tra i fattori di cambiamento positivo, lo studio individua la diffusione dell’identità digitale, la garanzia di privacy e protezione dei consumatori nel settore bancario, l’aumento delle donne in posizione dirigenziale nelle istituzioni finanziarie, la digitalizzazione dei pagamenti effettuati dal settore pubblico, la riduzione di costi e gravami per l’accesso ai conti correnti, forme alternative di garanzie e formazione dei rating creditizi.

Il problema dell’inclusione finanziaria in generale è stato al centro dell’attività di ricerca e informazione di EFIN (European Financial Inclusion Network), nato nel 2009, una rete di stakeholders con la missione di monitorare l’esclusione finanziaria in Europa e predisporre strumenti di policy nel campo di trasparenza finanziaria, accessibilità e strumenti di pagamento. Nel 2018 EFIN è confluita in Finance Watch, l’organizzazione non governativa europea che svolge attività di ricerca e sensibilizzazione sulla regolamentazione finanziaria, advocacy e policy making, che ne ha raccolto gli scopi e la missione. Nel 2020 si è constituita Finance Watch Italia, di cui Fisac Cgil è tra i fondatori.

Negli anni le legislazioni nazionali e quella europea hanno fatto grandi progressi per garantire trasparenza e parità di accesso agli strumenti bancari (del 2014 la Direttiva sui conti di pagamento e gli allegati sulla comparabilità dei costi dei servizi finanziari [9]), costituendo una base di diritto avanzata. Lo stato di fatto non si è adeguato alla stessa velocità.

Uno degli ostacoli principali è la diffusione dell’economia informale e sommersa. Lavoro nero e irregolare, pagamenti non tracciabili in contante, in assegni bancari di importi ridotti da cambiare immediatamente in contante. Il Covid19, con le sue conseguenze devastanti sull’economia nel suo complesso, ha ridotto in situazione di grave disagio e povertà larghe fasce di popolazione fragile, che trovavano il proprio sostentamento per necessità in attività informali, invisibili al fisco ed alla previdenza, pertanto non candidabili ad alcun tipo di ristoro. Non si parla qui di malavita o evasione fiscale volontaria, ma di lavoro sfruttato. Le donne sono sovrarappresentate in questo segmento.

Il lavoro nero o occasionale non consente di accedere al credito. In assenza di un conto corrente, di uno storico bancario o creditizio, risulta oggi impossibile poter accedere anche a un minimo finanziamento per l’acquisto di un elettrodomestico, di un motorino o di un’automobile, per non parlare di immobili o investimenti per una propria attività aziendale. E anche in caso di rapporti di lavoro regolari, rimangono forti ostacoli all’autonomia finanziaria femminile.

Molte donne non hanno e non hanno mai avuto un conto corrente personale, ma soltanto un conto cointestato con il marito, il compagno o i figli. Non si intende negare la libertà di avere un conto in comune per la gestione delle spese familiari, o di risorse comuni. Tuttavia il conto su cui si percepisce il reddito, con il corredo di strumenti di pagamento e risparmio, dovrebbe essere personale. Liberamente disponibile per ogni donna, in modo da garantire pieno controllo e privacy sull’uso del proprio denaro.

Se l’eliminazione del gender pay gap e la parità di accesso al mondo del lavoro sono il problema, è tuttavia utile riflettere su quali iniziative si possano mettere in atto, anche in tempi brevi, per migliorare l’accesso femminile a conti correnti e mezzi di pagamento personali. Oggi questo è da intendere come strumento per consolidare l’indipendenza economica, oltre che la compiuta partecipazione alla società.

[5] https://bfsi.eletsonline.com/rs-65844-cr-deposit-recorded-under-jan-dhan-yojana-pm/

[6] https://assets.publishing.service.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/213907/promoting-womens-financial-inclusion-toolkit.pdf

[7] ibid

[8] https://www.g20-insights.org/policy_briefs/financial-inclusion-for-women-a-way-forward/

[9] https://ec.europa.eu/info/law/payment-accounts-directive-2014-92-eu_en

 

Parità o business?

Una possibile misura potrebbe essere quella di concepire, pubblicizzare ampiamente e rendere accessibili conti correnti rivolti specificamente alle donne, a costo zero o minimo, a intestataria unica, con un corredo di strumenti di pagamento, e con la previsione di canalizzazione dei redditi. Semplici da aprire e gestire anche online, con tempi di apertura rapidi e scarso aggravio burocratico.  In questo caso un product design mirato, unito ad una legislazione favorevole, potrebbe aiutare l’abbattimento degli ostacoli alla bancabilità femminile.

Alcuni istituti italiani (tra gli altri BCC, Banca Etica, Unicredit) hanno negli ultimi anni proposto prodotti pensati per donne o giovani con le caratteristiche riportate sopra, che però non sono stati accompagnati da un’adeguata pubblicizzazione e quindi diffusione.

Sarebbe auspicabile che gli istituti bancari predisponessero questa tipologia di prodotto, che dovrebbe essere abbinato a una adeguata campagna di pubblicizzazione, illustrazione e informazione, in modo da raggiungere in maniera efficace le potenziali destinatarie.

Si possono segnalare alcune iniziative interessanti che hanno tentato di coniugare diffusione di prodotti bancari “al femminile”, consapevolezza finanziaria e creazione di contenuti narrativi sull’empowerment: BuddyBank del gruppo Unicredit ha promosso la trasmissione radiofonica “Morgana-Sono io l’uomo ricco” [10], basata su racconti di vite notevoli di donne capaci di autonomia nella gestione del proprio denaro. Operazione simile quella di BancaEtica, con il podcast “Donne e finanza da urlo” [11].

Le aziende potrebbero trovare in una simile operazione un interesse in termini di business e allargamento della propria clientela, ma incidentalmente concorrere ad un processo virtuoso di emancipazione.

Inoltre, e qui potrebbero avere un grande ruolo anche le organizzazioni sindacali insieme ad altri stakeholders interessati, sarebbe necessario creare una vasta consapevolezza sul tema, promuovendo un’educazione finanziaria diffusa sin dagli anni della scuola dell’obbligo, e rivolta specificamente alle ragazze. Va nella giusta direzione, anche se poco pubblicizzato, il recente corso di educazione finanziaria per le donne di Banca d’Italia, “Donne e denaro. Un progetto di educazione finanziaria pensato per le donne” [12]. Scrive in un’intervista Elisabetta Camussi, docente di Psicologia sociale all’Università di Milano Bicocca:

“Bisogna insegnare a bambine e bambini a ragionare su sé stessi, insegnare a vedere sé stessi nel futuro, a costruire progettualità. Andrebbe costruito un piano di contrasto agli stereotipi di genere. L’educazione finanziaria e l’educazione alla cura andrebbero insegnate sin dalla scuola dell’infanzia. Bisogna che inizino a pensarsi da subito come soggetti autonomi, in grado di prendersi cura di se stessi e degli altri […] Vuol dire spiegare loro l’importanza di avere un reddito e cosa si può fare con quel reddito.” [13]

Alessandra Cialdani, Dipartimento Internazionale Fisac CGIL

 

[10] https://storielibere.fm/morgana/

[11] https://www.bancaetica.it/donnefinanza

[12] https://economiapertutti.bancaditalia.it/progetti-educativi/donne-finanza/

[13] https://donna.fanpage.it/3-donne-su-10-non-hanno-un-proprio-conto-corrente-la-psicologa-camussi-ci-spiega-il-perche/

 

 

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