Pensioni: cosa cambia e quali requisiti servono – la tabella

da collettiva.it

Una manovra che irrigidisce il sistema previdenziale

Con la quarta Legge di Bilancio di questo esecutivo, il capitolo pensioni segna un arretramento netto: nessun intervento di equità o flessibilità e, anzi, un peggioramento di un impianto già penalizzante per lavoratrici e lavoratori. La direzione è chiara: pensionamento più tardivo e assegni più bassi, con effetti particolarmente duri su giovani e donne.

Requisiti pensione 2027-2028: aumenti in arrivo su vecchiaia e anticipata

Dopo mesi di annunci su un presunto stop alla stretta previdenziale, dal 1° gennaio 2027 scatterà un primo aumento dei requisiti: +1 mese per la pensione anticipata e per la pensione di vecchiaia. Dal 2028 l’incremento previsto diventa più pesante: +3 mesi, portando i requisiti a:

  • Pensione anticipata: 43 anni e 1 mese di contributi

  • Pensione di vecchiaia: 67 anni e 3 mesi

Un livello tra i più alti in Europa, che rende più difficile programmare l’uscita dal lavoro.

Adeguamento alla speranza di vita: l’automatismo non si ferma

La Legge di Bilancio 2026 conferma l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita. Dopo una sterilizzazione solo parziale nel 2027, dal 2028 il meccanismo torna pienamente operativo.

Secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato, l’aumento complessivo dei requisiti contributivi per la pensione anticipata potrebbe arrivare fino a +11 mesi dal 2037 rispetto al 2026, rendendo l’obiettivo sempre più lontano e spingendo oltre i 43 anni di contribuzione.

Pensioni più basse: l’effetto sui coefficienti e sull’assegno

Ogni aumento dei requisiti produce anche un impatto sull’importo: uscire più tardi e con coefficienti aggiornati significa assegni più leggeri. Come sottolinea Ezio Cigna (Cgil), il taglio dei coefficienti nel 2025 ha già determinato, su un reddito annuo di 30 mila euro, una perdita stimata di circa 5.000 euro sulla durata complessiva della pensione; con l’aggiornamento previsto nel 2027 la perdita salirebbe di ulteriori 7.500 euro, a parità di retribuzione.

Stop a Quota 103 e Opzione Donna: si restringono le uscite anticipate

La manovra cancella anche le poche forme residue di flessibilità:

  • Quota 103, già depotenziata dal calcolo contributivo

  • Opzione Donna, progressivamente ridimensionata da requisiti più severi e platea ridotta

Secondo la Cgil, il risultato è che “resta solo la Fornero, per di più peggiorata”, mentre si cancellano strumenti che, pur con limiti evidenti, avevano consentito uscite anticipate (nel 2022, prima di questo governo, oltre 26.500 donne erano riuscite ad accedere a Opzione Donna).

Importi soglia e disuguaglianze: penalizzati salari bassi e carriere discontinue

Un ulteriore elemento critico è rappresentato dai requisiti legati agli importi soglia per chi ha contribuzione successiva al 1° gennaio 1996: un impianto che tende a favorire chi ha salari più alti e penalizza chi ha lavorato più a lungo con retribuzioni basse, con effetti evidenti su giovani, donne e lavoratori con percorsi lavorativi discontinui.

Tagli a precoci e lavori usuranti: meno risorse dal 2033

Nel testo compaiono anche tagli ai fondi per:

  • pensione anticipata lavoratori precoci: -50 milioni nel 2033, -100 milioni dal 2034

  • lavori usuranti: decurtazione strutturale di 40 milioni l’anno

Una scelta che colpisce chi ha iniziato a lavorare prima e spesso in condizioni più faticose e rischiose.

Nessun confronto con i sindacati: una riforma senza dialogo

Sul metodo, la critica è netta: scelte di questa portata arrivano senza un confronto reale con le parti sociali, spesso tramite emendamenti dell’ultima ora. L’ultimo confronto formale governo-sindacati sul tema previdenziale risale al 18 settembre 2023. Nel frattempo, nessuna risposta sui tagli già subiti e nessun intervento strutturale per giovani e donne.

Un quadro instabile: norme riscritte e incertezza per chi lavora

Secondo Lara Ghiglione (Cgil), lo stralcio di alcuni punti nel maxi emendamento non cambia la sostanza: non c’è una riforma complessiva, ma una stretta che continua a scaricare il peso della sostenibilità su chi lavora e paga contributi.

A peggiorare tutto, la confusione normativa: con la riscrittura del maxi emendamento viene cancellata anche una norma che avrebbe consentito di sommare previdenza complementare e pensione pubblica per raggiungere le soglie di accesso. Una previsione che, comunque, non avrebbe sciolto il nodo principale: l’importo soglia resta irraggiungibile per una quota molto ampia di lavoratrici e lavoratori, soprattutto con carriere discontinue.

La posizione Cgil: serve una svolta su pensioni e flessibilità

Il messaggio che arriva è quello di un sistema sempre più rigido, incerto e iniquo. Per la Cgil, la vertenza sulle pensioni proseguirà: senza una riforma previdenziale equa e solidale, il futuro rischia di essere fatto di pensioni più lontane e più basse, con un costo sociale crescente.

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