

Le manifestazioni diffuse di ieri in molte città italiane hanno avuto al centro il tema del DDL Bongiorno sulla riforma del reato di violenza sessuale, un passaggio legislativo che sta generando un confronto forte nel Paese e nel movimento delle donne.
Il disegno di legge nasceva con un obiettivo condiviso: rendere esplicito nel nostro ordinamento che senza consenso non c’è rapporto sessuale lecito, rafforzando l’articolo 609-bis del Codice penale e allineando l’Italia a un modello fondato sul consenso libero, attuale e informato, in coerenza con la Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere, obiettivo condiviso tra la presidente del consiglio e la leader del più grande partito di opposizione.
Ma evidentemente i patti condivisi non si rispettano, nel corso dell’esame al Senato della Repubblica, la relatrice Giulia Bongiorno ha presentato una riformulazione del testo che ha suscitato forti critiche: la parola “consenso” è stata eliminata dalla definizione normativa, sostituita da un riferimento alla “volontà contraria” o al dissenso della persona offesa.
È proprio questo passaggio ad aver acceso la mobilitazione diffusa. Insieme a molte associazioni femministe, centri antiviolenza abbiamo espresso la preoccupazione che spostare l’asse dal consenso al dissenso rischi di riproporre una logica in cui diventa centrale dimostrare la “resistenza” o l’opposizione, anziché affermare con chiarezza che l’iniziativa sessuale è lecita solo in presenza di un consenso libero e inequivocabile.
Nelle piazze di ieri lo slogan più ricorrente è stato: “senza consenso è stupro”. Abbiamo sottolineato come la battaglia sul linguaggio giuridico non sia una questione tecnica, ma culturale e politica: il modo in cui la legge definisce la violenza incide sul modo in cui giudici, avvocati, forze dell’ordine e opinione pubblica leggono le storie delle donne.
Per noi, donne della Fisac CGIL, questa discussione non è lontana dal nostro impegno quotidiano. Nei luoghi di lavoro sappiamo quanto sia difficile denunciare molestie, abusi di potere, pressioni indebite. Sappiamo che il tema del consenso è intrecciato ai rapporti di forza, alla precarietà, alla dipendenza economica. Ogni arretramento culturale rischia di riflettersi anche nella vita lavorativa, rafforzando stereotipi e diffidenze verso chi denuncia.
La mobilitazione di ieri ha avuto anche questo significato: difendere un principio di civiltà giuridica che mette al centro l’autodeterminazione delle donne. Non si tratta di uno scontro ideologico, ma della richiesta che la legge parli in modo chiaro e inequivocabile: la libertà sessuale è inviolabile e il consenso è il suo fondamento.
Come sindacaliste, come delegate, come lavoratrici, abbiamo la responsabilità di seguire con attenzione l’iter parlamentare, sostenendo una cultura del rispetto e dell’autodeterminazione anche nei nostri contesti professionali. Le conquiste in materia di diritti delle donne non sono mai definitive: vanno difese, spiegate, rese vive nella pratica quotidiana.
Le piazze di ieri evidenziano che la voce collettiva delle donne continua a essere un presidio fondamentale di democrazia.
La mobilitazione continua: appuntamento il 28 febbraio a Roma, tutte e tutti insieme. Per essere presenti, per alzare la voce, per affermare senza compromessi che sul consenso non arretriamo.
16 febbraio 2026
ESECUTIVO DONNE NAZIONALE FISAC CGIL
