
Il colpo di scena di ieri: Banco BPM si ritira ufficialmente dalla trattativa con MPS. L’alternativa a Intesa è tramontata — e sul tavolo di MPS resta una strada sola.
Care colleghe e cari colleghi, la giornata di ieri ha cambiato lo scenario del risiko bancario. In mattinata era arrivato l’altolà di Crédit Agricole — primo azionista di Banco BPM — che aveva gelato l’ipotesi di un polo tra MPS e il Banco con un secco “nulla senza di noi”. Poche ore dopo è arrivato il seguito, ed è definitivo: Banco BPM ha deciso di ritirarsi. Vi spieghiamo cosa è successo e cosa significa, semplice.
IL RITIRO: BANCO BPM CHIUDE LA PORTA
Ieri sera il Consiglio di Amministrazione di Banco BPM si è riunito e ha deliberato — all’unanimità — di interrompere le consultazioni sulla possibile aggregazione con MPS, comunicandolo direttamente a Siena. È la fine ufficiale di quel dialogo cominciato il 7 giugno con la famosa “lettera” che aveva aperto l’ipotesi di un terzo polo bancario italiano.
Il CdA di Banco BPM, pur continuando a definire “forte” il razionale industriale del progetto, ha constatato una cosa semplice: a quasi due mesi da quella lettera, le condizioni per un accordo con MPS non si sono create. Alla base dello stop, spiega Piazza Meda, ci sono soprattutto i tempi della trattativa: dopo la proposta di inizio giugno, la risposta di Siena sarebbe arrivata dopo oltre un mese e con contenuti ancora interlocutori. Banco BPM precisa che la decisione non è una reazione all’altolà lanciato in mattinata da Crédit Agricole — sarebbe maturata nei giorni precedenti. Resta il fatto che i due segnali, arrivati lo stesso giorno, vanno nella stessa direzione: l’alternativa a Intesa perde i suoi sostenitori.
COSA CAMBIA: RESTA UNA STRADA SOLA
Fino a ieri, sul futuro di MPS c’erano due ipotesi in campo: l’offerta di Intesa Sanpaolo e l’alternativa con Banco BPM. Da ieri sera, l’alternativa non c’è più. Sul tavolo resta, di fatto, una strada sola: quella di Intesa.
E questo, per chi lavora, è il punto che ci preoccupa di più. Perché l’offerta di Intesa è quella che porta con sé lo “spezzatino”: la vendita di 635 filiali e del marchio a Unipol — che nei giorni scorsi ha approvato l’aumento di capitale da 2,5 miliardi per finanziare l’acquisto — e l’assorbimento del resto del gruppo. Lo scenario dello smembramento, che finora era una delle possibilità, diventa ora quello nettamente più probabile.
PERCHÉ CI PREOCCUPA — E NON SOLO PER NOI
Lo diciamo con chiarezza: lo smembramento di una banca è lo scenario peggiore per i lavoratori, perché dividere le attività tra soggetti diversi moltiplica le sovrapposizioni — e quindi le eccedenze di personale — su più fronti contemporaneamente.
Ma c’è un secondo aspetto che va oltre i nostri interessi di categoria. Smembrare una banca radicata nei territori come MPS rischia di indebolire il credito a famiglie e piccole imprese proprio dove il presidio bancario è più prezioso. Non è solo una questione di posti di lavoro: è la tenuta dell’economia reale del Paese. Lo ha riconosciuto, del resto, lo stesso CdA di MPS quando ha messo in guardia sui rischi per il “modello di banca di prossimità”. Tutela dell’occupazione e interesse del Paese, su questo punto, vanno esattamente nella stessa direzione.
COSA GUARDARE ADESSO
Con l’uscita di scena di Banco BPM, gli occhi si spostano tutti sul CdA di MPS del 6 agosto e sulle prossime mosse di Siena: il Monte proverà a difendersi puntando sul proprio piano con Mediobanca, l’unica carta rimasta contro l’offerta di Intesa. Poi l’assemblea di Intesa il 10 settembre, l’apertura delle adesioni all’offerta tra fine settembre e dicembre, e il completamento della fusione Mediobanca-MPS entro fine anno.
Perché tutto questo ci riguarda da vicino: con la fusione Mediobanca-MPS ormai avviata, il nostro Gruppo è parte dello stesso perimetro. Il futuro di MPS è anche il nostro — e ora quel futuro si è fatto più stretto. Per questo continueremo a seguirlo, e a farci sentire, passo dopo passo.
Milano, 1° agosto 2026
Le Segreterie di Coordinamento Fisac Mediobanca