Rsa Viterbo: Il marchese del grillo

By: AlessioCC BY 2.0

Da troppo tempo, ormai, l’unica prova di esistenza in vita della locale FABI è l’attacco alla nostra organizzazione, ai suoi segretari, ai suoi iscritti.

No, forse questo non è del tutto vero; c’è anche una pressoché giornaliera attività di “riporto” di alcuni articoli di stampa, a volte, addirittura, integrati e corretti dalla penna del fine pensatore che ne cura la rassegna, e poi gli aforismi, la cui diffusione sembra essere una delle cause del calo di vendite dei Baci Perugina.

A parte queste amenità, il grosso sforzo è stato e rimane, e, almeno in questo, il segretario della FABI è coerente, l’attacco sistematico e pretestuoso alla FISAC-CGIL.

E proprio nel grande impegno profuso in quest’attività, alcuni maligni, e ce ne sono tanti, avrebbero addirittura trovato la spiegazione a certi privilegi che l’azienda sembrerebbe accordargli.

Infatti, l’attenzione che ci viene riservata è tale da chiederci come riempirebbe il vuoto delle sue giornate, perlomeno quelle lavorative, se non ci fosse la FISAC.

Il nostro sindacato, o meglio, il tentativo di screditarlo, ridicolizzarlo, offenderlo, sembra essere il suo “core business”, la sua “mission”.

Ogni volta che leggiamo un suo scritto, cosa non facile soprattutto per la sintassi, lo facciamo con questa consapevolezza: siamo la sua ossessione.

Ne è prova anche l’ultima sua fatica, quella del “grullo parlante”; niente di nuovo se non il solito armamentario di doppi sensi, illazioni, falsità, offese -ma di queste risponderà

nelle sedi opportune-, tentativi di ridicolizzare, “dagli Appennini alle Ande”, la Fisac e la CGIL.

Ancora una volta, il segretario Fabi assume le vesti di Ente Certificatore di Qualità, e, come già avemmo occasione di dirgli, non siamo per niente dispiaciuti che il nostro sindacato e i suoi segretari continuino a non ottenere il suo marchio DOP; anzi, lo riteniamo un’attestazione di merito. Saremmo preoccupati del contrario, visto il suo modo di intendere e fare sindacato.

Poi, sull’elezione dei nostri segretari, lo invitiamo, di nuovo, a farsene una ragione: in questo vecchio sindacato, sono gli iscritti Fisac e non lui a decidere. Comunque, lo terremo presente come candidato naturale, qualora, al posto di una “testa di legno”, ci servisse un altro tipo di testa.

Invece, sull’affermazione che “La lotta dura non dà più i risultati del passato, bisogna imparare a gestire le situazioni e non a farsi male resistendo come il giapponesino nella foresta cinese” riteniamo che, forse per averla poco praticata, non abbia contezza di ciò di cui parla.

Peraltro, all’indomani della proclamazione dello sciopero del 30 gennaio prossimo, la frase assume un significato quanto memo ambiguo. Che si prepari già alla ritirata?

Del resto, anche la tempistica scelta per attaccarci imbarazza. In questo momento di forte vertenzialità, con uno sciopero indetto unitariamente, ci saremmo aspettati che accantonasse le solite polemiche strumentali perché altre, e molto più importanti -altro che grilli e grulli-sono le priorità.

Per il resto, continua a sfuggirli che noi siamo un’organizzazione democratica, che non ha paura del dissenso, ma, anzi, lo ritiene stimolo e opportunità di confronto; la cieca obbedienza per noi non è una virtù e l’unanimismo che non ammette distinzioni, un dogma che, per fortuna, non ci appartiene.

Inoltre, le considerazioni sul nostro segretario RSA, tema che più di ogni altro sembra lo appassioni, sono comunque già cosa nota a chi ha avuto modo, nel corso degli anni, di

apprezzare la qualità del pensiero e financo la squisita raffinatezza del linguaggio del Sig. Fonghini.

Questa volta però, a parte la novità del grullo parlante, c’è qualcosa in più: l’accusa di correità.

Il pretesto è la rapina del 15 dicembre. Visto il tempo trascorso, ci aspettavamo un’analisi almeno un poco più complessa dell’accaduto che, invece, non c’è stata.

Del resto, la botte dà il vino che ha.

Comunque, questo non gli ha impedito di consegnarci su un piatto d’argento, non gli esecutori materiali- erano troppi per poterli identificare in una sola persona, il nostro segretario RSA, naturalmente- ma il responsabile morale, colui che mette a repentaglio, con “la sua cocciutaggine anche l’incolumità di chi saggiamente preferisce farsi da altri rappresentare”, colui che “a suo falsamente dire, sempre attento alla sicurezza dei colleghi ma solo a chiacchiere” ha ostacolato l’istallazione del sistema di videosorveglianza e cioè… il nostro segretario RSA e quindi noi.

E’ evidente l’arbitrarietà della sua sconclusione come lo è la strumentalizzazione della nostra decisione, condivisibile o no, di non firmare l’accordo sulla videosorveglianza perchè questa, non ha impedito all’azienda di procedere all’installazione dei suddetti impianti.

Infatti, se partecipasse un po’ di più alla quotidianità della banca, avrebbe saputo che, già da novembre, l’impianto di videosorveglianza è in funzione nelle filiali di Montefiascone e Castiglione in Teverina e, a giorni, lo sarà anche alla filiale di Civita Castellana. Tutto ciò, anche senza la firma della Fisac di Viterbo.

E’ bene ricordare che, dal giorno dopo, a queste filiali è stato tolto il servizio di vigilanza itinerante e il sistema biometrico.

L’impianto alla sede di Viterbo, invece, pur se i lavori sono iniziati e i cavi predisposti, per criticità della filiale stessa, non sono stati ultimati, così com’è successo anche alla sede di Roma, di Via del Corso.

Quindi, se l’impianto di videosorveglianza alla sede di Viterbo non è stato completato, non è responsabilità della Fisac, ma dell’azienda. Però, guarda caso, lui polemizza con la Fisac.

Ricordiamo che il progetto aziendale, più attento alla riduzione dei costi, tranne quando riguarda gli stipendi dei top manager, che alla sicurezza dei posti di lavoro, consiste in: installazione delle tarm o roller cash, potenziamento del sistema d’allarme, messa in funzione dell’impianto di videosorveglianza e, subito dopo, cancellazione del servizio di vigilanza.

Noi non abbiamo firmato proprio per provare a contrastare tutto ciò, oltre che per la mancanza di certezza che i suddetti impianti non riprendessero i lavoratori nella loro attività e non divenissero, quindi, uno strumento di controllo a distanza, (la delicatezza e l’importanza della materia è tale da essere regolata da una legge, la 300).

Ritornando alla dinamica della rapina, ricordiamo che è iniziata precisamente qualche minuto dopo la chiusura del servizio di vigilanza. Se l’azienda quindi non avesse ridotto il servizio di guardiania, (cosa che se non fosse stato disdetto l’integrativo non sarebbe stata possibile, per l’articolo 53 del CIA che richiedeva, per l’eliminazione della guardia ” il consenso del personale interessato al provvedimento”) molto probabilmente, non avremmo ricevuto la visita dei rapinatori.

Noi siamo convinti che i lavoratori si sentano più sicuri con la guardia fuori dai locali e non con un sistema di videosorveglianza ad alta definizione. E’ da qui, dalla nostra diversità di giudizio e di pensiero, che nascono le considerazioni infamanti del rappresentante della FABI.

Per fortuna che per gli attentati di Parigi abbiamo un alibi: eravamo al lavoro.

Viterbo, 20 gennaio 2015              La segreteria

 

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