Porto Alegre: concluso il Forum Sociale Mondiale Palestina Libera

Nel pomeriggio di sabato 1° di dicembre, presso l’auditorium del rettorato dell’Università Federale di Porto Alegre, si è svolto l’atto finale del Forum “Palestina Libera”. La difficoltà a trovare una sintesi finale tra i promotori e la “diaspora” palestinese non modifica la valutazione positiva di questo primo Forum Mondiale a sostegno dei diritti del popolo palestinese, realizzatosi in un clima di grande partecipazione, serenità e solidarietà internazionale. Molti i giovani che hanno partecipato alle conferenze e molte le testimonianze della sofferenza quotidiana e della resistenza non violenta palestinese contro l’occupazione e la politica di aggressione israeliana. Sindacati e movimenti sociali brasiliani – che hanno fortemente voluto convocare e realizzare questo evento – possono dirsi soddisfatti, come i Palestinesi che hanno scoperto la solidarietà del continente americano. Dal Forum esce rafforzato l’impegno della società civile ad intensificare l’azione di pressione nei confronti delle istituzioni nazionali ed internazionali per il rispetto del diritto internazionale. La mobilitazione ed il sostegno alle campagne di informazione, di denuncia e di appoggio alla resistenza non violenta dei Comitati Popolari, l’aiuto umanitario oggi ancora una volta prioritario per assistere la popolazione di Gaza. Al di là del giudizio diverso su alcune campagne o forme di mobilitazione, comune è la presa di posizione contro l’attività civile, commerciale e di investimento nei territori sotto occupazione, denunciando gli investimenti che le imprese israeliane, spesso in partenariato con imprese europee o multinazionali, realizzano nei territori palestinesi, occupati militarmente o espropriati con la costruzione del Muro, illegale anche secondo la Corte internazionale dell’Aja. Un altro punto, discusso nel Forum e ripreso nell’assemblea finale, è la denuncia della cooperazione militare, il commercio di armi ed il ruolo strategico militare che viene attribuito ad Israele come avanguardia dell’occidente nella regione. La richiesta della società civile richiama, invece, l’impegno alla demilitarizzazione della regione, partendo dall’arsenale nucleare d’Israele, alla riconversione dell’industria militare ad una economia di pace e di sviluppo sostenibile. Il perdurare del conflitto ha generato una vera e propria economia di guerra, di tecnologie e strumenti repressivi e violenti, alimentando un grande e redditizio mercato internazionale che vede Israele esportare tecnologia e consulenze repressive e militari in ogni parte del mondo. Questi investimenti e la cooperazione militare sono in totale contraddizione con gli sforzi e con la necessità di costruire la pace e la convivenza tra i popoli. L’appello è quindi rivolto a mettere al bando questo tipo di economia per una al servizio dei diritti umani, dei beni comuni e della giustizia sociale. Infine, le condizioni di vita e di lavoro in cui versano i palestinesi, a Gaza, in Cisgiordania, nei campi profughi, l’assenza di un futuro per i giovani e di una soluzione alle loro richieste di una vita dignitosa, la resistenza non violenta delle famiglie palestinesi che subiscono la confisca della propria terra per la costruzione del Muro di separazione, che si vedono tagliare gli ulivi secolari, che non possono andare al lavoro per l’isolamento dei loro villaggi, che debbono lasciare le loro case, sono le domande a cui la comunità internazionale, i governi ed il mondo intero debbono dare una risposta. Di questi temi si era parlato, in particolare, nella conferenza “Protezione Sociale e Diritti del Lavoro in Palestina”, promossa dalla CGIL e dalla CUT del Brasile, a cui hanno partecipato i rappresentanti delle delegazioni sindacali internazionali presenti a Porto Alegre. La conferenza è stata aperta dal messaggio video di Shaer Shaed, Segretario Generale del PGFTU, la confederazione dei sindacati palestinesi, appena rientrato a Nablus dalla visita nella striscia di Gaza, dopo oltre dieci anni di assenza e di duri attacchi da parte di Hamas al sindacato, visto come una emanazione di Fatah e legato all’OLP. Shaer Shaed ha ribadito la necessità del riconoscimento dei diritti politici, civili, economici e sociali del popolo palestinese, invitando i sindacati di ogni parte del mondo a visitare la Palestina e Gaza per rendersi conto di quali sono le condizioni di vita e di lavoro dei palestinesi. La conferenza ha potuto contare sulla presenza di due rappresentanti del Democracy Workers Rights Centre (DWRC) di Ramallah, Raed Sadeq e Layal Dorra, e di Samiah Shanan in rappresentanza della nuova Federazione dei Sindacati Indipendenti, costituita nel 2007 ed, oggi, già una realtà sindacale delle più attive e dinamiche, composta da 30 sindacati con 35.000 iscritti dichiarati. I dati presentati dai relatori palestinesi hanno messo in evidenza la drammatica situazione dei lavoratori palestinesi costretti a lavorare nei settlements, colonie illegali, sotto occupazione israeliana, discriminati e sfruttati. Solamente il 10% dei lavoratori palestinesi nelle colonie illegali ha un contratto individuale. La stragrande maggioranza lavora con accordi mensili o a chiamata giornaliera, metà collocati tramite intermediari palestinesi e metà direttamente da imprese israeliane, in gran misura in nero. Solo il 7 % è organizzato in sindacato, il 93% non ha nessuna forma di rappresentanza. La paga giornaliera è di circa 44 $USA per gli uomini e di 21 $USA per le donne, con una evidente discriminazione e sfruttamento di genere. L’82% di questi lavoratori vorrebbe lasciare il lavoro nei settlements, ma non ha alternative. Anche in Cisgiordania, i lavoratori e le lavoratrici vivono una situazione difficile, a causa della mancanza di un vero sviluppo economico, impossibilitato dall’occupazione israeliana e dalla dipendenza dell’economia palestinese a quella israeliana. La legislazione del lavoro nei territori palestinesi è poco avanzata ed i sindacati, da anni, chiedono riforme per migliorare le condizioni ed i diritti dei lavoratori. La libertà sindacale è molto limitata, il sistema di protezione sociale è circoscritto al settore pubblico, la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro sono un grande problema. Ad ottobre 2012 è stata approvata la legge sul salario minimo, fissato in 345,00 $USA mensili, meno della metà di Israele, incontrando però posizioni diverse tra i sindacati stessi. In complesso si conferma come siano lavoratori e lavoratrici a pagare sulla propria pelle il perdurare del conflitto e l’occupazione illegale israeliana. Nel suo intervento, Quintino Severo, a nome della CUT del Brasile, ha lanciato la proposta di dare continuità al coordinamento tra sindacati a livello internazionale a sostegno dei diritti dei Palestinesi e del processo di democratizzazione nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, dando appuntamento al prossimo Social Forum Mondiale di Tunisi, nel marzo prossimo. Proposta che è stata ripresa e condivisa dai delegati sindacali presenti: Comisiones Obreras, COSATU Sud Africa, CTA Argentina, Sindacati dell’Educazione del Brasile e, ovviamente, dalla CGIL che, insieme alla CUT del Brasile, sta cercando di rafforzare il coordinamento internazionale tra i sindacati europei e latinoamericani sui temi centrali della pace e della democrazia.