Forum Impresa – Diritti Umani

Si è svolto alle Nazioni Unite, a Ginevra, il 4 e 5 dicembre scorsi, il 1° Forum annuale Impresa e Diritti Umani (Business and Human Rights), promosso dal Comitato dei Diritti Umani (CDU) a 18 mesi dall’approvazione dei Principi Guida su Impresa e Diritti Umani, “Proteggi, Rispetta, Rimedia”, a conclusione della proposta del Relatore Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, prof. Ruggie.

Quest’ultimo ha presieduto il Forum – che rappresenta, insieme al Gruppo di Lavoro di 5 “esperti”, uno degli strumenti decisi dal CDU per l’implementazione dei Principi Guida (PG) – e, nella presentazione e nelle conclusioni, ha esplicitamente rivendicato la “filosofia” dei PG e la sua primogenitura in un percorso di 17 anni culminato, dopo due tentativi falliti, nella loro approvazione “all’unanimità e senza un negoziato diretto tra i governi” – ha rivendicato il professore.

Quanto alla “filosofia” non era mai stata così esplicita, prima, la volontà di creare, nell’ambito delle Nazioni Unite, uno strumento sulla “responsabilità sociale” delle imprese che, secondo Ruggie, superasse la doppia inefficacia, da un lato, degli “standard internazionali vincolanti” – in quanto “troppo prescrittivi”- dall’altro, delle iniziative volontarie, “troppo poco ambiziose” negli obiettivi e negli impegni.

L’affermazione assai pesante sulla volontà di aggirare gli standard internazionali vincolanti – politica che metterebbe in mora tutto il sistema degli accordi e delle norme multilaterali – non sembra aver creato particolare “scandalo” nella vasta platea, circa un migliaio di persone da 85 paesi, composta prevalentemente da amministratori, manager, consulenti delle imprese già aderenti al Global Compact (di cui Ruggie ha giustamente rivendicato la paternità), da ONG che hanno la loro ragione di esistenza nel vasto mercato della “responsabilità sociale”, da – relativamente pochi – rappresentanti governativi, di agenzie e organismi delle Nazioni Unite, con uno sparuto gruppo di sindacalisti e di ONG legate a gruppi indigeni o a comunità locali – che hanno costituito le isolate voci critiche, peraltro relegate all’esiguo spazio delle “domande e risposte” nei 15 minuti finali dei diversi panel in cui si è articolato il Forum. Va notato, tra l’altro, che la maggior parte delle imprese presenti sono legate ai settori estrattivo e dell’energia.

Lo scopo dichiarato del Forum di “implementare” i Principi Guida ha saltato a pie’ pari una qualche discussione su cosa siano i Diritti Umani (benché la gran parte dei numerosi interventi di amministratori delegati e manager abbiano detto che la loro definizione e comprensione è proprio uno dei problemi principali nelle imprese…), ma è apparso chiaro un certo fastidio ad occuparsi dei diritti del lavoro e, in particolare, a quelli alla libertà di organizzazione e di contrattazione collettiva (non a caso, le relative Convenzioni 87 e 98, e, più in generale, le Convenzioni dell’OIL, non sono quasi mai state menzionate). Mentre sono stati enfatizzati i nuovi strumenti che i PG hanno introdotto, chiedendo alle aziende di realizzare processi di “due diligence” sui Diritti Umani nella catena di subfornitura, come esaustivi e sostitutivi rispetto ai controlli pubblici e alla applicazione delle norme internazionali, per quanto Ruggie abbia – nelle conclusioni – cercato di correggere un po’ il tiro, parlando dei PG come di strumenti “complementari” a quelli già esistenti.

In questo quadro, è stata soltanto Sandra Polaski, Vicedirettore Generale dell’OIL, a ribadire il ruolo centrale delle norme internazionali (in questo caso, di quelle sul lavoro) e la centralità del sistema di controllo e monitoraggio sulla loro applicazione compiuto dall’OIL stesso. (In allegato il testo del suo discorso, in inglese)

Preoccupante l’intervento di Stavros Lambrinidis, Rappresentante speciale per i DU dell’Unione Europea, che ha sostenuto senza riserve i PG e l’approccio proposto nel Forum, comunicando anche che la Commissione sta per produrre una guida alla loro applicazione per le piccole e medie imprese e per i tre settori delle telecomunicazioni, dell’energia e del lavoro temporaneo. E, ancor più in sintonia con le attuali politiche neoliberiste e di attacco alla contrattazione e ai diritti del lavoro in voga in Europa e all’attacco al sistema multilaterale palpabile nel Forum, ha annunciato una “nuova generazione” di accordi di libero scambio in cui inserire clausole di “responsabilità sociale delle imprese” in linea con i PG (mentre si continuano a non menzionare i diritti fondamentali sul lavoro e le relative convenzioni internazionali).

Nonostante l’enfasi sul ruolo delle imprese che, nei PG, hanno la “responsabilità” di “rispettare” i diritti umani (il cosiddetto secondo pilastro), molti dei relatori del settore privato si sono particolarmente concentrati sul “dovere dello Stato di proteggere” i diritti umani (primo pilastro). Questa attenzione non pare tuttavia costituire un sostegno al ruolo regolatore dello stato verso l’economia e le imprese – è apparso evidente e indiscussa, in tutta la “narrativa” del Forum, la centralità della piena libertà del mercato – quanto una delimitazione delle aspettative al “rispetta” da parte delle imprese che, per così dire, mettono le mani avanti sul contesto generale in cui operano, determinato dagli obblighi dei diversi stati e governi verso i diritti umani dei loro cittadini.  Si é enfatizzato molto lo stato come “corrotto” nei paesi in via di sviluppo e l’inaffidabilità dei tribunali del lavoro (non per rafforzare, però, né l’amministrazione o l’ispezione del lavoro, invece, per delegittimare chi sta cominciando a chiamare le multinazionali a rispettare i codici del lavoro). Si noti che anche sul tema della Birmania é stato detto che le imprese sono chiamate a investire in questo paese seguendo i PG e non le norme OIL.

Così come si è confermata l’assoluta fragilità del “terzo pilastro”, l’accesso al “rimedio” da parte delle vittime delle violazioni ai diritti umani da parte delle imprese. Anzi, a ribadire la logica di privilegiare una presunta “efficacia” a norme non sempre applicate (ma perché non si discute di come applicarle efficacemente?), si conferma la tendenza ad una pericolosa equiparazione della via “giudiziaria” a quella “extragiudiziaria”.

Le Linee Guida Ocse sulle Multinazionali diventano dunque accessorie, citate solamente per l’introduzione del nuovo capitolo sui Diritti Umani e le procedure di due diligence, inseriti nell’ultima revisione  del 2011 e riprese dall’allora percorso preparatorio dei PG Onu. Ma, per la maggior parte dei partecipanti al Forum, l’appeal delle LG Ocse finisce qui: il fatto che siano uno strumento vincolante per i 43 governi che vi aderiscono e condizionante, nella loro attività in qualsiasi parte del mondo, per le imprese che hanno sede in quei paesi le colloca tra quegli strumenti internazionali che i PG – o almeno l’interpretazione prevalente che se ne è data a questo Forum – intendono di fatto eludere.  Peraltro, per indicare quale sarà la “due diligence” da parte delle compagnie (impresa peraltro pressochè impossibile da definire) si indica di seguire solamente i PG e non più le norme e la giurisprudenza OIL.

Come si è detto, marginale la presenza e il ruolo del sindacato. E, visto il contesto, non certo per caso. Il vicesegretario generale della ITUC-CSI, Wellington Chibebe, ha parlato in un panel dedicato al ruolo della società civile (unica voce, la sua, in difesa della competenza dell’OIL sulle questioni del lavoro), mentre, in un evento collaterale, è stata presentata una guida alla due diligence sulla libertà di organizzazione, proposta da due GUF, Industriall e UNI, e da Clean Clothes Campaign.

Al sindacato internazionale ed europeo spetta, a nostro avviso, il compito di difendere e rafforzare il sistema multilaterale, la definizione e l’applicazione delle norme internazionali, a partire da quelle sul lavoro, con la centralità delle convenzioni e del sistema di monitoraggio dell’OIL, ma anche in sedi come il WTO o le Conferenze sul Clima. E’ molto indicativo, infatti, che l’Organizzazione Internazionale degli Imprenditori (IOE), insieme alle Camere di Commercio (ICC), sia assolutamente in linea nell’entusiastico appoggio a questi principi su Impresa e Diritti Umani nello stesso momento in cui sferra un fortissimo attacco, nel corso della Conferenza Internazionale del Lavoro del giugno scorso e un mese fa nel Consiglio di Amministrazione OIL , al sistema di monitoraggio dell’OIL.  E’ evidente che c’é un  generale tentativo di delegittamazione del sistema normativo e una volontà di deregolamentazione a tutti i livelli, e la maggior parte delle pratiche, delle “istituzioni” e delle ingenti risorse investite della cosiddetta “responsabilità sociale” sono solo la foglia di fico dietro cui nascondere la chiara volontà di non accettare i “lacci e lacciuoli” delle norme e dei controlli pubblici, nazionali e internazionali.  

Se questo atteggiamento, da parte degli imprenditori e sfortunatamente dell’UE, non sorprende, é forse il tempo per ITUC e ETUC di una riflessione più approfondita sulle implicazioni dei diversi strumenti e delle diverse iniziative, istituzionali e no, e di una più efficace difesa delle istituzioni multilaterali e dell’OIL in particolare.

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