Donne: pericoloso arretramento dei diritti fondamentali delle donne in questo periodo di pandemia


CONTRIBUTO ALLA CALL CONFERENCE DEL 22-4-2020 – Siamo preoccupate che le norme per il distanziamento sociale possano causare una latitanza degli spazi di discussione democratica in tutte le istanze della società. Per questo motivo oggi più che mai crediamo che il DN e l’Assemblea Generale siano luoghi imprescindibili di confronto, in cui far vivere le istanze che provengono dalle aziende e dai territori, a sostegno e supporto dell’azione della nostra Segreteria Nazionale, ogni giorno in campo a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori del nostro settore.

In particolare con il nostro intervento vogliamo focalizzare l’attenzione sulle persone che rischiano di sopportare il peso maggiore di questa emergenza sanitaria e dare voce alle loro esigenze, contribuendo alla ricerca di possibili correttivi e soluzioni, in un’ottica inclusiva e solidale, che non lasci indietro nessuno.

Sin dall’inizio dell’emergenza, abbiamo visto scomparire le donne e i minori dal dibattito politico, che ne ha ignorato le ricadute e come Esecutivo Donne segnaliamo a questo Direttivo il pericoloso arretramento dei diritti fondamentali delle donne in questo periodo di pandemia Covid-19. Solo per fare alcuni esempi:

  • la violenza domestica e la privazione della libertà trovano uno straordinario terreno di cultura nell’isolamento imposto per legge: partendo dal dato che la maggior parte delle violenze si consuma tra le mura domestiche, troppe case si sono trasformate in prigioni e lo testimonia l’aumento del 74,5% dei maltrattamenti denunciati ai CAV D.i.Re. tra il 2 marzo e il 5 aprile, rispetto alla media mensile del 2018
  • la decisione di classificare gli aborti farmacologici tra le operazioni non essenziali e la scelta di tanti ospedali di chiudere i servizi dedicati alle donne, senza dare alternative valide, ha reso ancora più tortuoso il percorso per ottenere l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza, limitando pesantemente la libertà di scelta delle donne (50 segnalazioni di sospensione dell’IVG in una sola settimana all’associazione “Obiezione Respinta”). La pesante limitazione agli spostamenti da un comune all’altro rappresenta inoltre un ulteriore elemento di discriminazione in base all’area geografica in cui si vive (i servizi destinati alle donne erano già prima dell’emergenza Covid19 ben diversi per qualità e quantità tra le diverse aree del Paese). Così si chiude definitivamente il cerchio che soffoca la libertà delle donne in una logica antiabortista, che si è voluta imporre approfittando dello stato di emergenza.

A queste si aggiungono altre criticità legate alla condizione femminile. 

In questi giorni, in cui si sta ragionando della riapertura graduale delle attività lavorative, non viene fornita alcuna informazione istituzionale su condizioni, termini e modalità di riapertura delle scuole. 

E non è un caso: i diritti dei bambini e dei minori sono stati in questa fase emergenziale del tutto ignorati e con loro i diritti delle donne. La chiusura delle scuole e l’isolamento domestico stanno spostando la cura dei bambini da una manodopera retribuita – asili, scuole, babysitter – ad una che non lo è. 

Se la crisi economica da Covid 19 porterà alla perdita di molti posti di lavoro, se il gender gap salariale e la modalità di svolgimento del lavoro (part time, flessibilità, ecc..) rendono il lavoro delle donne di minor valore, la scelta obbligata per molte donne sarà di restare a casa, rinunciando in tutto o in parte al proprio lavoro. 

Finora si è scaricato tutto il carico sulla famiglia, cioè in pratica sulle donne, che hanno dovuto seguire i figli in una improvvisata scuola online, occupandosi anche di assistere le persone fragili (disabili, anziani) o in isolamento. Il lavoro di cura non retribuito grava infatti ancora in prevalenza sulle loro spalle, spingendole ad adattarsi a lavori discontinui e flessibili e ad accontentarsi di retribuzioni inferiori e di ruoli di minor prestigio. 

In assenza di idonei correttivi, lo scarto di genere nelle attività di cura non retribuite, già tra i più alti della comunità europea, rischia di ampliarsi a dismisura e di incidere ulteriormente sul livello di occupazione femminile in Italia. La battaglia per la riduzione di questo gap rischia di fare un enorme balzo indietro se si continuerà a gestire così il follow-up dell’emergenza.

Se si stabilisce che con le dovute precauzioni si possono riaprire le fabbriche e altri luoghi di lavoro, con le stesse dovute precauzioni si dovranno riaprire scuole e servizi, perché la deprivazione sociale nei minori produce danni psicologici nello sviluppo della personalità. 

Un’attenzione particolare vorremmo rivolgere anche alle produttrici di agenzia. Inquadrate come dipendenti della Compagnia, ma con un reddito per certi versi aleatorio, legato a scarse provvigioni e a obiettivi sempre più impegnativi e da un mese a questa parte irraggiungibili, sono professioniste molto scolarizzate, con notevoli conoscenze tecniche e capacità commerciali, ma con prospettive di carriera interrotte e complicate dalla cura in famiglia. 

Analoghi gap di genere riscontriamo anche tra le imprenditrici italiane, che compongono la nostra clientela bancaria. La scelta di avviare un’impresa, o intraprendere il percorso professionale di produttrice, per le donne matura più tardi e spesso si configurano come scelte obbligate dall’assenza di altre prospettive lavorative. Se le imprenditrici hanno imprese di dimensioni più ridotte dei loro concorrenti, le produttrici lavorano in uffici più piccoli dei loro colleghi. Inoltre condividono gli spazi e spesso anche le mansioni con le impiegate di agenzia, che in questo periodo di emergenza rischiano non solo la salute per la carenza di dispositivi di protezione, ma anche il loro misero stipendio per il ricorso massiccio e spesso ingiustificato agli ammortizzatori sociali. 

Le lavoratrici autonome guadagnano in media la metà dei loro concorrenti di genere maschile. Partendo da redditi inferiori, nella crisi economica che si prospetta rischiano di pagare un prezzo molto più alto dei loro colleghi, di perdere il lavoro e venire ricacciate tra le mure domestiche. Rischi simili si prefigurano anche per le imprenditrici italiane, che risultano penalizzate rispetto agli altri imprenditori nell’accesso al credito, godendo di minore liquidità nella fase di avvio dell’impresa e ricevendo minori finanziamenti anche nelle fasi più avanzate del suo ciclo di vita. 

Per questi motivi nella fase di emergenza anche economica che sta caratterizzando questo periodo, dovremo richiamare le compagnie assicurative a intervenire sulle agenzie per tutelare le produttrici e le banche a svolgere l’importante funzione sociale di sostegno all’impresa e in particolare all’imprenditoria femminile. 

Per realizzare questi obiettivi, più che adire all’intervento della forza pubblica, dovremo forse impegnarci a garantire a colleghe e colleghi di lavorare in condizioni di sicurezza sanitaria, con un’equilibrata distribuzione dei carichi di lavoro, e momenti di riposo dedicati al recupero psicofisico delle persone.

In questo senso un ruolo cruciale potrebbe essere svolto sui luoghi di lavoro dall’azione coordinata di RSA e RLS, che i protocolli sottoscritti con ABI e ANIA considerano con attenzione, ma che ci sembra vivere con difficoltà e in modo difforme nelle diverse realtà aziendali e territoriali. Crediamo sia necessario rafforzare la rete e lo scambio di informazioni e buone pratiche tra le rappresentanze di sito e le delegazioni trattanti per gestire questa fase di emergenza in un rapporto attivo e paritario con le controparti datoriali.

Ricordiamoci che senza le persone non si potrà avviare nessuna ripresa economica.

ESECUTIVO DONNE NAZIONALE

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