Bper: Ci vorrebbe Arsenio Lupin

Fonte: www.ferraraitalia.it


Qual è lo scopo della politica economica? Secondo alcuni economisti lo scopo è redistribuire reddito e opportunità di crescita togliendo a chi ha troppo e dando a chi ha poco. E’ un concetto talmente semplice che sembra appartenere al diritto naturale prima che all’economia. Eppure l’influenza che questi economisti esercitano sull’andamento dell’economia è largamente minoritaria, se guardiamo allo stato delle regole che governano il mercato dei capitali e l’imposizione fiscale nel mondo. E parliamo del nostro mondo, quello dove le persone si possono spostare da un paese all’altro ma entro certi limiti: ci sono paesi dove non puoi andare se non hai già un contratto di lavoro prefirmato, oppure al massimo se non hai una occupazione stabile ci resti con un permesso temporaneo, dopodiché o ti trovi un lavoro fisso o sciò. Se poi sei un “extracomunitario” e pretendi di venire a vivere in un paese comunitario senza che un datore di lavoro, senza averti mai visto in faccia, ti abbia già firmato un contratto, sei un irregolare o un clandestino. Quindi esiste la “libera circolazione degli esseri umani”? La risposta è: dipende. In generale, no.

Viceversa, se voglio spostare soldi da un paese all’altro dove le tasse che pago su quei soldi sono inferiori o inesistenti, lo posso fare (lo fanno anche i Presidenti di Regione, avete presente?). Se voglio intestare un patrimonio mio in modo che sia praticamente impossibile risalire al fatto che è mio, lo posso fare liberamente. Se voglio trasferire la sede legale e fiscale della mia azienda in un cosiddetto paradiso fiscale (ce ne sono anche in Europa), per pagare meno tasse (e sottrarre gettito al mio paese), lo posso fare. Quindi esiste la “libera circolazione dei capitali”? Eccome se esiste.

Un economista di nome James Tobin nel 1972 propose una tassazione sugli scambi internazionali al fine di diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio, prelevando una piccola aliquota (mezzo punto percentuale) ad ogni cambio da una valuta ad un’altra, e scoraggiando la speculazione.

In un articolo scritto nel 2001, lo stesso Tobin precisava che già John Maynard Keynes avanzò l’idea di un’imposta sul profitto. Tobin rilanciò nelle “Janeway Lectures” a Princeton l’idea di Keynes in una nuova veste, sotto forma di un’imposta volta a colpire in lieve misura le transazioni sui mercati valutari con l’obiettivo di stabilizzarli attraverso la penalizzazione delle speculazioni a breve termine: si era all’inizio degli anni ’70, all’indomani dell’abolizione degli accordi di Bretton Woods, accordi che fino a quel momento avevano garantito la parità dollaro/oro e limitate oscillazioni dei tassi di cambio. Tobin intendeva “gettare sabbia nel meccanismo della speculazione e del dominio dei mercati finanziari”.

Tobin fu insignito negli anni 80 del Premio Nobel per l’economia, che assomiglia sempre più ad una medaglietta da mettere all’occhiello dei perdenti di successo. L’ipotesi di adozione di una versione estesa della Tobin Tax, applicata anche alle transazioni azionarie, è fallita. In Svezia la tassa venne introdotta nel 1984 per poi essere abolita nel 1991. Nel 2011 la Commissione Europea presentò un progetto per l’introduzione della Tobin Tax al fine di armonizzare le diverse forme di tassazione sulle transazioni finanziarie presenti in alcuni stati membri dell’Unione: naturalmente non se ne è fatto nulla. In Italia una piccola tassazione è in vigore dal 2013: colpisce il trasferimento della proprietà di azioni e di altri strumenti finanziari, con un’aliquota dello 0,2%, ridotta allo 0,1% in caso di trasferimenti che avvengono in mercati regolamentati.
L’aliquota si applica al valore della transazione, inteso come “saldo netto delle transazioni regolate giornalmente relative al medesimo strumento finanziario e concluse nella stessa giornata operativa da un medesimo soggetto “: ne consegue che in caso di operazioni di acquisto e successiva vendita (e viceversa) chiuse in giornata la Tobin Tax non viene applicata. Peccato che ormai tantissima speculazione avvenga in questo modo.

Regolamentare e tassare la speculazione sul denaro ricorda la lotta tra doping e antidoping: una volta che trovi il modo di individuare una sostanza proibita, il crimine al servizio della performance ha già trovato una sostanza nuova che i test scopriranno cinque anni dopo, e così via. Il male arriva sempre prima del bene. E il bene è anche poco furbo: annuncia la sua battaglia ben prima di combatterla, e così facendo la perde in partenza. E’ quello che succede ogni volta che in Italia qualcuno cerca di colpire le rendite di capitale(mobile o immobile): si agita la “patrimoniale” come se fosse una muleta, gli oppositori soffiano dal naso come il toro alla vista del panno rosso, solo che in questo caso non muore il toro, muoiono la muleta e il torero.

Quelli che osteggiano la cosiddetta “patrimoniale” sollevano le seguenti obiezioni:
1.prima andrebbe riformato il valore delle rendite catastali, che è vecchio e non attuale.
2.perderemmo gettito fiscale e liquidità preziosa, perché con un click sul computer si possono spostare i soldi all’estero o con poche abili manovre creare un trust che renda oscuro il proprietario dei beni da tassare.
3.la proposta prevede di togliere l’IMU sugli immobili non di lusso, quindi non ha copertura finanziaria, e farebbe perdere entrate fiscali.
Ebbene:
1.se venisse aggiornato il valore delle rendite catastali gli immobili ad essere tassati (che rimarrebbero comunque quelli di pregio) sarebbero molti di più, quindi il gettito fiscale aumenterebbe (ma sospetto che molte delle case degli “oppositori” verrebbero coinvolte,  e qui risiede la vera ragione dell’obiezione);
2. tutto vero, purtroppo. Ma chiedete agli obiettori se sarebbero favorevoli ad una tassa transnazionale sull’esportazione di capitali o sull’occultamento di patrimoni. Vi risponderebbero che sarebbero misure liberticide, che vanno contro la libera circolazione dei beni. Finché sono i beni a circolare, la libertà deve essere totale;
3.infatti gli oppositori vogliono continuare a fare in modo che lo Stato possa incassare montagne di denaro dal cosiddetto “ceto medio” che loro dichiarano di difendere, lasciando una tassazione ridicola (in proporzione) per le proprietà di notevole valore.

La realtà è che una tassa sui grandi patrimoni, mobiliari e immobiliari, si scontra con una legislazione mondiale che difende i ricchi e tartassa i poveri e il ceto medio; laddove per ceto medio si intendono le persone oneste, o comunque quelle che, per amore o per forza, non possono nascondere nulla al fisco. Lì il fisco è spietato ed occhiuto, mentre è cieco quando si tratta di scovare i grandi trust o gli evasori totali – che, paradossalmente, potrebbero non pagare nulla sulle loro irrintracciabili ricchezze proprio mentre incassano un reddito di cittadinanza. La realtà è (anche) che un sistema di capitali liberamente trasferibili senza barriere, di transazioni speculative libere da ogni imposizione se chiuse entro la giornata, in effetti rischia di togliere molta base imponibile a misure del genere, che in sé sarebbero sacrosante.

E’ anche vero che per fare certe cose (nascondere i propri beni o spostarli in paradiso) ci vuole un po’ di tempo. Purtroppo, quando certe misure si annunciano, o compaiono sotto forma di emendamento, svanisce l’effetto sorpresa e si lascia a questa gente il tempo di organizzarsi. L’unico modo per farla funzionare è batterli sul tempo e prenderli alla sprovvista, con un bel provvedimento immediatamente in vigore che consideri i valori ad una certa data, e prenda ai ricchi per dare ai “poveri”, esattamente come faceva Robin Hood. Non sarebbe comunque una redistribuzione equanime, perché il già nascosto e sommerso resterebbe intoccato. Del resto, nemmeno Arsenio Lupin pretendeva di cambiare il mondo, ma nel suo piccolo era un ladro gentiluomo.

 

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