Bper: il Donatore di lavoro


“Non si trova più nessuno che abbia voglia di lavorare”.

Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase da parte di imprenditori, in gran parte del settore turistico e alberghiero (ma non solo), disperati perché, a loro dire, il nostro è un paese di fannulloni divanisti che preferiscono starsene a casa e godersi le faraoniche elargizioni del reddito di cittadinanza?

Come dar torto ai nostri imprenditori illuminati? Lavorare dev’essere considerato un privilegio, un’occasione per fare esperienza, per arricchire il curriculum. I soldi sono un aspetto secondario: anzi, guai a presentarsi ad un colloquio di lavoro chiedendo l’ammontare dello stipendio.

I tempi sono cambiati, ed è ora di cambiare anche il linguaggio, retaggio di tempi bui in cui si pensava che il lavoro desse dignità e consentisse di fare progetti per il futuro. Oggi non c’è più il datore di lavoro. Oggi bisogna parlare di Donatore di lavoro.

Il Donatore di lavoro è quello che permette di lavorare per 10 ore al giorno, offrendo magari la bellezza di 800 euro mensili. Ed ha ragione a prendersela con il reddito di cittadinanza: senza questo maledetto sussidio potrebbe offrirne 500.

Il Donatore di lavoro non si preoccupa della sicurezza dei suoi dipendenti: in fondo, quando lui ha cominciato a lavorare , le condizioni erano ben peggiori. E chi lavora per lui deve ringraziarlo anche per questo, visto che gli permette di essere sempre vigile e non annoiarsi. E se poi qualcuno si fa male la colpa non è mai del Donatore: è una tragica fatalità.

Il Donatore di lavoro sembra avido, ma in realtà a lui piace attenuare le sofferenze.
Per questo ha bisogno di gente che soffre, gente disperata, talmente disperata da accapigliarsi per contendersi le briciole che lui lascia cadere.
Per questo, ogni volta che elargisce lo stipendio va ringraziato. Perché lo stipendio non va visto come contropartita di una prestazione che ha portato il Donatore di lavoro a guadagnare 10 volte tanto. No, lo stipendio è un regalo che generosamente viene accordato, pur non essendo dovuto visto che lavorare per il Donatore di lavoro è un privilegio.
Per questo qualsiasi sussidio di povertà rappresenta il male assoluto. Perché riduce la disperazione, e porta le persone a pretendere. Persino di essere pagate in modo adeguato, magari arrivando a citare l’Art. 36 della Costituzione.
La Costituzione: roba vecchia, superata. Il Donatore di lavoro non può curarsi di questi residuati polverosi.

Potrebbe sembrare una logica contorta, ma evidentemente non è così se è vero che in tanti fanno a gara per raccontare che loro, da giovani, lavoravano per ore e magari venivano pagati con un gelato. Omettendo un piccolo dettaglio: loro avevano una famiglia che li manteneva, mentre la maggioranza di chi lavora dovrebbe mantenere la sua, di famiglia. Ma questi sono dettagli, dei quali il Donatore di lavoro non si può curare.

Ed anche il dimissionario Governo Draghi, “Il Governo dei migliori”, ha dimostrato che questa era la strada da seguire. Non ha aumentato le retribuzioni, non ha previsto una soglia minima, non ha tutelato i diritti. Però, ogni tanto, ha fatto piovere dal cielo un bonus, magari 200 euro una tantum, frutto della generosità di chi comanda e che perciò dev’essere sempre ringraziato.

Nel mondo bancario la figura del Donatore di lavoro si ramifica in tanti sub-donatori. Donatori di ansia, di minacce, di pressioni, il tutto nel nome di un interesse superiore: i ricchissimi bonus da corrispondere ai Donatori.

E anche loro, da bravi Donatori, si aspettano di essere ringraziati. Però non ringraziano mai: anzi chi ieri ha dato un aiuto prezioso, domani può trovarsi demansionato o trasferito perché la sua banca ha deciso di risparmiare chiudendo la sua filiale.
Ogni anno i Donatori sono pronti a ricominciare, facendo dono di vessazioni quotidiane ai sottoposti. Che vedono immediatamente cancellato quanto di buono avevano realizzato l’anno prima.

E in fondo è giusto così: garantire un ricco premio al proprio Donatore è un privilegio. E guai a dimenticarsi di ringraziare.

 

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