
L’economia della Toscana entra nel 2026 con segnali sempre più evidenti di crisi strutturale. È quanto emerge dal Focus curato da Ires Toscana, che descrive un modello di sviluppo incapace di produrre crescita diffusa, lavoro di qualità e redistribuzione della ricchezza. A fronte di un aumento dell’occupazione, peggiorano stabilità contrattuale, salari reali e condizioni di lavoro, mentre si consolidano disuguaglianze sociali e territoriali.
Negli ultimi anni la Toscana si è progressivamente incanalata in un modello di terziarizzazione debole, basato su turismo, servizi a basso valore aggiunto e rendita immobiliare e finanziaria, accompagnato dalla perdita di importanti segmenti di industria e manifattura. Un assetto che concentra la ricchezza nel capitale e svaluta il lavoro, alimentando precarietà e lavoro povero.
Crescita del PIL e investimenti in frenata
Il quadro macroeconomico conferma la debolezza strutturale. Dopo il rimbalzo post-pandemico, la crescita del PIL toscano si è rapidamente esaurita: nel 2025 si ferma a +0,3%, sotto la media nazionale. Ancora più significativo il dato di lungo periodo: il PIL reale del 2025 è appena superiore a quello del 2007 e del 2019, segnale di uno sviluppo fermo da oltre quindici anni e di una deindustrializzazione ormai evidente.
Uno degli elementi più critici è il crollo degli investimenti produttivi. Negli ultimi cinque anni la dinamica degli investimenti fissi lordi in Toscana è risultata sistematicamente inferiore a quella nazionale. Anche nel 2025 la crescita stimata (+0,7%) resta ben distante dalla media italiana (+2,4%), alimentando un circolo vizioso di bassa produttività, salari deboli e stagnazione economica.
Crisi manifatturiera e boom della cassa integrazione
La crisi della manifattura tradizionale, in particolare nei settori moda e metalmeccanico, si riflette nell’esplosione della cassa integrazione. Nei primi nove mesi del 2025 le ore complessive di CIG crescono del 29% rispetto al 2024, con un aumento della cassa integrazione straordinaria pari a quasi il 100%. Oltre il 90% delle ore si concentra nell’industria, confermando la natura strutturale della crisi produttiva regionale.
Salari erosi dall’inflazione e lavoro povero
Il tema dei salari è centrale nello studio Ires. Nonostante una lieve crescita reale media nel settore privato (+1,8%), il potere d’acquisto non recupera quanto perso negli anni recenti. Tra il 2019 e il 2025 l’inflazione cumulata ha determinato una perdita reale del -5,2% nel settore privato e del -7,2% nel pubblico.
Il mercato del lavoro toscano appare sempre più segnato da un dualismo salariale: da un lato industria ad alta specializzazione e terziario avanzato, dall’altro terziario arretrato, commercio, logistica e costruzioni, che assorbono molta occupazione ma offrono salari medio-bassi e maggiore precarietà. Una polarizzazione che alimenta l’espansione del lavoro povero anche in settori tradizionalmente considerati solidi.
Le prospettive per il 2026
Le stime per il 2026 indicano il rischio di una stagnazione prolungata, in continuità con le tendenze del 2025. Tra i principali fattori critici figurano il protrarsi della crisi manifatturiera, l’aumento potenziale di cassa integrazione e licenziamenti, la prevalenza della rendita sugli investimenti produttivi e le incertezze geopolitiche, con possibili nuovi rincari energetici e ulteriore erosione dei salari reali.
Per Maurizio Brotini, presidente di Ires Toscana, la regione “cresce senza svilupparsi”: senza un cambio profondo del modello di sviluppo, fondato su manifattura, investimenti produttivi e qualità del lavoro, il rischio è una stagnazione di lungo periodo. Una lettura condivisa anche da Rossano Rossi, segretario generale della CGIL Toscana, che sottolinea come non basti creare occupazione se il lavoro è povero e sottopagato, e ribadisce la necessità di politiche industriali pubbliche, investimenti e contrattazione per non lasciare indietro intere generazioni.
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