BPER: Finché la banca va


 

“Siamo tutti sulla stessa barca” è un vecchio adagio che ritorna spesso quando si parla di lavoro, di crisi, di cambiamenti, di difficoltà. Una specie di formula magica che, una volta pronunciata, dovrebbe rendere le decisioni di chi governa più chiare, giuste e accettabili. Ma una barca non è solo uno spazio comune: è soprattutto organizzazione, gerarchie, responsabilità. C’è chi rema, chi controlla e chi tiene il timone. Rematori, mozzi, sottufficiali, comandante. Tutti necessari, nessuno intercambiabile, ma non per questo sullo stesso piano. Il movimento dipende da molti, la direzione da pochi, e questa differenza non è un dettaglio: è il punto.

Ci chiamano “collaboratori” non certo per affrancarci dal quotidiano rapporto di subordinazione, ma per giustificare lo spostamento di crescenti pezzi di responsabilità verso lavoratrici e lavoratori, verso cioè chi non può scegliere la direzione. Questo processo non comporta la dissoluzione della gerarchia, ma solo un suo ripensamento: i manager si limitano a fissare obiettivi, coordinare e controllare; questo il loro compito. Portare a termine la mission, invece, è compito che spetta ai collaboratori. Vogliono convincerci che ogni giorno è campale, ogni campagna commerciale vitale e che la banca, anche quando macina utili, è sempre a rischio in caso di non raggiungimento degli obiettivi. E che tutto questo dipenda da noi, da rematori e rematrici.

Ecco che l’idea dello stare sulla stessa barca smette di essere una metafora apparentemente innocua, rassicurante, quasi familiare e diventa una metafora politica che mira ad anestetizzare interessi e rapporti di forza che tra loro confliggono, e trasforma decisioni prese da qualcuno in responsabilità di tutte e tutti (se non esclusivamente di chi rema). Le parole sono importanti, ma diventano una trappola se vanno a mistificare la realtà.

Stiamo affrontando una fase delicata e caratterizzata, oltre dalla continua tensione commerciale, da: uscite di colleghe e colleghi in prepensionamento; un’incorporazione all’orizzonte, con tutti i riflessi che la cosa comporta; dimissioni volontarie all’ordine del giorno; assunzioni insufficienti e spesso con forme contrattuali precarie; spazi fisici, filiali e uffici, inadeguati; un’organizzazione che non tiene conto dei carichi di lavoro. Fare sindacato non significa negare l’esistenza di un obiettivo comune, ma rifiutare l’idea che questo sia neutro, sostenibile o giusto di per sé. Significa tenere insieme le persone senza appiattirle, far emergere le differenze senza usarle per dividere, e rendere visibile ciò che troppo spesso viene tenuto fuori dal racconto. La questione, allora, non è se la barca debba continuare a muoversi, ma come e in che direzione debba farlo. Con quali strumenti, quali risorse, quale equipaggio. Solo chi decide la rotta è chiamato a rispondere di scelte e risultati.

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