Mps, il futuro preoccupa la Cgil: “In gioco oltre 3mila lavoratori tra Siena e Firenze”

Da laNazione.it –  La Intervista a Yuri Domenici – Segretario generale della FISAC CGIL di Firenze.

“Attenzione alle ricadute su occupazione, indotto e territorio. No a nuove chiusure di sportelli e alla desertificazione bancaria”. Intervista a Yuri Domenici, segretario generale dei bancari e assicurativi

Firenze, 11 giugno 2026 – «Ci auguriamo che chi guiderà il futuro assetto di Monte dei Paschi tenga insieme sostenibilità economica, tutela dell’occupazione e presenza sul territorio. Dietro questa partita non ci sono soltanto marchi e bilanci. Ci sono oltre 3.000 lavoratori tra Siena e Firenze, centinaia di addetti dell’indotto e una parte importante dell’economia toscana. È da qui che bisogna partire». Yuri Domenici, segretario generale dei bancari e assicurativi della Fisac Cgil Firenze e provincia, guarda con preoccupazione agli scenari che si stanno delineando attorno al futuro di Monte dei Paschi di Siena.

Le indiscrezioni delle ultime ore, che vedono coinvolti Intesa Sanpaolo, Unipol e Bper Banca, mentre sullo sfondo resta anche l’ipotesi Banco Bpm, stanno alimentando interrogativi tra lavoratori, sindacati e territori. A preoccupare non è soltanto il destino della banca più antica del mondo, fondata nel 1472, ma soprattutto le possibili ricadute occupazionali. Oggi Mps conta circa 2.200 dipendenti a Siena e oltre 1.000 a Firenze, tra strutture centrali e rete commerciale. A questi si aggiungono centinaia di lavoratori dell’indotto che operano per il gruppo. In questi giorni la Fisac Cgil sta incontrando i dipendenti delle banche della provincia di Firenze per presentare la piattaforma del rinnovo del contratto nazionale del credito. Ma nelle assemblee il tema dominante è inevitabilmente quello legato al futuro del Monte dei Paschi.

Che clima state trovando tra i lavoratori?

«La partecipazione alle assemblee è altissima. Stiamo incontrando dipendenti di tutte le banche del territorio e le notizie emerse nel fine settimana sul futuro di Monte dei Paschi hanno inevitabilmente acceso il dibattito. C’è molta attenzione, ma anche una forte preoccupazione, perché stiamo parlando di operazioni che potrebbero avere conseguenze importanti non solo per chi lavora direttamente in banca, ma per un intero sistema economico e occupazionale».

Sul tavolo ci sono diversi scenari. Come li state valutando?

«Con grande attenzione. Oggi si parla soprattutto dell’ipotesi che coinvolge Intesa Sanpaolo, Unipol e Bper Banca, ma resta sullo sfondo anche la possibilità Banco Bpm. Per noi non conta chi sarà il soggetto protagonista dell’operazione: quello che ci interessa sono le conseguenze concrete per lavoratrici, lavoratori, indotto e territori».

Qual è la vostra principale preoccupazione?

«L’indotto. È forse l’aspetto meno visibile, ma quello che rischia di pagare il prezzo più alto. Ci sono oltre cento lavoratrici e lavoratori di Nexi e Help Line, in gran parte ex Bassilichi, che operano per Monte dei Paschi. Non sappiamo quali attività resteranno e quali potranno essere ridimensionate. Lo stesso vale per Fruendo Accenture, dove circa 80 persone lavorano quasi esclusivamente per Mps. Molti di loro sono ex dipendenti della banca coinvolti nelle passate esternalizzazioni».

Anche i numeri dell’occupazione diretta sono importanti.

«Certamente. A Siena lavorano circa 2.200 dipendenti del gruppo Monte dei Paschi. A Firenze siamo oltre quota mille: circa 400 persone nelle strutture centrali e 700 nella rete commerciale delle filiali. Stiamo parlando di numeri che incidono in maniera significativa sull’economia del territorio».

Ci sono timori per le strutture centrali?

«Molti. In questi giorni si parla soprattutto di Siena, ma spesso si dimentica che anche Firenze conserva funzioni centrali importanti. Monte dei Paschi, negli anni, ha mantenuto sul territorio competenze e lavorazioni derivanti anche dall’esperienza di Banca Toscana. Il rischio è che future integrazioni possano tradursi in accorpamenti e trasferimenti, con conseguenze pesanti per chi lavora oggi nelle sedi fiorentine».

Tra i lavoratori si percepiscono differenze a seconda delle banche coinvolte?

«Sì. Tra i colleghi di Unicredit c’è chi guarda con curiosità alle possibili evoluzioni del sistema bancario, sperando che eventuali aggregazioni possano portare più personale nelle filiali, oggi spesso sotto organico. I lavoratori di Bper osservano con interesse l’eventuale acquisizione del marchio Monte dei Paschi, che rappresenta una realtà storica e fortemente radicata in Toscana. In Intesa Sanpaolo, invece, c’è chi vede questa operazione come un ulteriore passaggio nel consolidamento del gruppo a livello europeo e chi spera che possano aprirsi nuove finestre per il Fondo di solidarietà e gli accompagnamenti alla pensione».

Per Monte dei Paschi c’è anche una questione identitaria.

«Parliamo della banca più antica del mondo, fondata nel 1472. È evidente che la possibile scomparsa del marchio avrebbe un valore simbolico enorme. Detto questo, dobbiamo essere realisti. A Firenze situazioni simili le abbiamo già vissute. È accaduto con Banca Toscana, che ha perso il proprio nome dopo l’acquisizione da parte di Mps, ed è successo con la Cassa di Risparmio di Firenze dopo l’ingresso in Intesa Sanpaolo».

La vostra preoccupazione riguarda anche la presenza delle banche sul territorio?

«Assolutamente sì. Non possiamo guardare soltanto ai numeri dei bilanci o alle quote di mercato. Il tema del presidio territoriale è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo già assistito a una progressiva riduzione degli sportelli bancari. Il rischio è che nuove operazioni di concentrazione portino ulteriori chiusure e aggravino il fenomeno della desertificazione bancaria. Sarebbe un danno per famiglie, imprese e comunità locali».

Qual è quindi il messaggio che lanciate?

«Ci auguriamo che chi guiderà il futuro assetto di Monte dei Paschi tenga insieme sostenibilità economica, tutela dell’occupazione e presenza sul territorio. Dietro questa partita non ci sono soltanto marchi e bilanci. Ci sono oltre 3.000 lavoratori tra Siena e Firenze, centinaia di addetti dell’indotto e una parte importante dell’economia toscana. È da qui che bisogna partire».

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