Meneghini: in Bpm gli esuberi sono troppi

Fumata nera nelle trattative tra Bpm e sindacati sui 700 esuberi previsti nel gruppo milanese. Alla scadenza pattuita delle trattative non si è ancora trovato un accordo e quindi tutto viene rinviato alla settimana che si va ad aprire. I rappresentanti dei lavoratori si confronteranno con le segreterie nazionali probabilmente mercoledì 24 ottobre per poi tornare al tavolo con l’azienda il prossimo fine settimana.

L’obiettivo di tutti, pur nelle diverse declinazioni delle sigle sindacali, è di chiudere e lo è ancor di più per l’istituto milanese, finito sulla graticola per le vicende della passata gestione di Massimo Ponzellini.
L’interesse della banca, oggi guidata dall’ad Piero Montani espresso dal socio di riferimento Andrea Bonomi, è di dare un nuovo segnale di discontinuità rispetto alle logiche degli Amici della Bpm, che hanno lasciato in eredità un numero di dipendenti (circa 8.500 a livello di gruppo) superiore a quello di banche dello stesso livello e un costo del lavoro (82 mila euro in media) più oneroso, nella misura del 10/15%, a quello degli istituti italiani.

Dopo aver chiuso il 2011 in profondo rosso (600 milioni la perdita), la nuova Bpm ha annunciato in estate un piano industriale triennale che prevede di abbattere di 70 milioni l’anno il costo del lavoro (attualmente pari a 670 milioni) con il taglio di 700 addetti: pensionandi o con i requisiti per il fondo di solidarietà. L’azienda ha fatto un primo passo accogliendo, in contrasto con la linea dell’Abi, la richiesta di rendere volontario e non obbligatorio il ricorso al fondo di solidarietà del settore, ma i sindacati hanno poi chiesto di anticipare il termine per restare nel fondo dal 2020 al 2018.

Su un altro fronte, la banca ha dato disdetta alla contrattazione integrativa senza tuttavia toccare le retribuzioni ma facendole diventare personali: questo per evitare in prima battuta che, in vista della fusione della Legnano con la capogruppo anche i 1.400 addetti della controllata possano godere dei maggiori benefici riservati ai colleghi ‘milanesì. E lo stesso vale per i 120 figli di ex dipendenti che aspettano, un giorno, di entrare in banca.

Su questi nodi l’accordo si è arenato anche se Uilca e Fisac vengono descritte come più disponibili mentre Fabi e Fiba sono apparse più rigide.

“La quantità degli esuberi è eccessiva, vogliamo cercare di intervenire sul quel numero e trovare una soluzione che permetta all’azienda di raggiungere l’obiettivo di risparmio sui costi previsto dal piano industriale. C’è un problema di costo degli esuberi”

ha spiegato Sandro Meneghini, segretario regionale per la Lombardia della Fisac Cgil.

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