Giornata della Memoria: riflessioni

L’ARCOBALENO MACABRO E IL LAMPO DI LUCE

Nei campi di sterminio c’erano i colori.

Un triangolo azzurro indicava gli apolidi, gli immigrati, un triangolo giallo indicava gli ebrei, un triangolo rosso indicava gli oppositori politici, un triangolo rosa indicava i rastrellati, un triangolo marrone indicava gli zingari, un triangolo nero indicava gli asociali, le lesbiche, un triangolo viola i testimoni di Geova, un triangolo verde indicava i delinquenti comuni, un triangolo arancione indicava gli omosessuali.

I colori potevano cambiare, da campo a campo, oppure combinarsi, per esempio gli ebrei “politici” avevano la Stella di David formata da un triangolo giallo ed uno rosso… i colori non mancavano e neppure coloro cui attribuirli.

Un macabro arcobaleno di sterminio, sofferenza e terrore, con un solo obiettivo, far morire quei colori, organizzare nel modo più efficiente possibile l’assassinio delle persone che ne erano contrassegnate.

Una finta doccia, veloce, ma non inconsapevole, per alcuni, per altri la fucilazione, uno a uno, e giù nelle fosse comuni, coperti di terra o dati alle fiamme, non importa se ancora vivi, oppure la soffocazione nei camion sigillati, gli esperimenti di Mengele, la fame, le infezioni, il freddo, le sevizie…. Solo quando perfino le SS cominciarono ad avere disturbi psichiatrici mentre eseguono solo degli ordini, arriva l’efficienza straordinaria del gas, il Cyclon B. E i colori muoiono, anche 25.000 ogni singolo giorno, più di sei milioni di volte, sei milioni di triangoli colorati, secondo alcune stime otto milioni di triangoli colorati. Un immenso arcobaleno di morte.

Gunter  Demnig nasce a Berlino nel 1947, lui ama un colore: l’oro.

Nasce quando tutto è finito ma non vuole dimenticare, vuole far sapere, diffondere il più possibile e nel 1995 a Colonia, un lampo di luce color dell’oro viene incorporato per la prima volta nel selciato grigio della città. Non è un triangolo, è un cubo, una pietra 10×10 coperta con una lastra di ottone. Sull’ottone sono scritte delle cose, un nome e delle date. Non è posta in una grande piazza per commemorare, per riunire le autorità attorno a candeline e fiori, no, è in un posto preciso: un indirizzo.

La Stolpersteine, la Pietra d’Inciampo, così si chiama, vuole farci inciampare, ha lo scopo di intralciare il nostro passo in una giornata normale, diversa da quella commemorativa del 27 gennaio, per ricordarci con quell’indirizzo, quel nome e quelle tre date: di nascita, deportazione e morte (due date di morte, non una sola come per tutti gli altri) che lì, proprio lì, viveva una persona e non un numero: è una reincarnazione, la restituzione di un’identità, il contrasto a chi voleva annientare le persone a cominciare da un triangolo colorato e un numero tatuato sul braccio al posto del nome.

Da quando Gunter Demnig ha ideato il più vasto monumento diffuso in Europa sono state posate più di 56.000 pietre in oltre 1100 città europee e, da quest’anno, anche a Milano si inciamperà in una pietra color dell’oro, Ne saranno posate 6 in un posto preciso, davanti alla porta di casa dove vissero l’ultima volta le persone che uscirono per una giornata qualunque e non tornarono più perchè furono catturate per essere assassinate nei campi, o che vennero rastrellate, tradite e denunciate dai vicini di casa o semplicemente dall’anagrafe.

Sulla pietra leggeremo il nome, la data di nascita, la data di deportazione e il campo dove i deportati sono stati sterminati: Dachau, Auschwitz, Gusen, Nordhausen.

A Milano ci inciamperemo in Corso Magenta 55 casa Segre, via dei Chiostri 2 casa Banfi, via Vespri Siciliani 71 casa Basevi Lombroso, via Plinio 20 casa Cohen, via Milazzo 4 casa De Giuli, via Spontini 8 casa Lenzi.

 

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