Il Libano non te lo aspetti, ti stupisce perché non è mai aderente all’immagine che ti eri fatta. Non si può descrivere se non si ha abbastanza tempo perché se ne banalizzerebbe la complessità che rappresenta il suo tratto distintivo.

Nel corso degli anni è diventato luogo di accoglienza per chi è stato cacciato dalla propria terra; 4 milioni di abitanti ai quali va aggiunto oltre 1,5 milione di profughi; prima palestinesi ora  siriani. Un paese che riesce a mantenere un equilibrio delicatissimo costruito mediando tra le 18 confessioni che lo compongono.

La guerra civile pervade ancora tutto il paese di un’atmosfera di lutto non elaborato; i molti soldati e i posti di blocco testimoniano una pace  mantenuta a fatica. La speculazione edilizia finanziata dai sauditi fa nascere ogni anno nuovi moderni edifici attraverso i quali pare si voglia frettolosamente voltare pagina lasciando, come fragili reliquie, pochi edifici storici di cui nessuno sembra voler mantenere la memoria.

A sud di Beirut incastonato nel quartiere di Sabra c’è Chatila uno degli 11 campi profughi palestinesi fondati tra il 1948 e il ’50. Lo abbiamo visitato a pochi giorni dall’anniversario della strage, compiuta dai falangisti cristiani maroniti sotto gli occhi delle truppe israeliane, che portò alla morte di circa 3500 palestinesi. Lì, in quel chilometro quadrato dove vivono 25mila persone, dove le strade si snodano intorno alla via centrale strettissime e sovrastate da fasci di cavi della corrente (ogni anno circa 50 bambini perdono la vita a causa della corrente elettrica), dove gli edifici sviluppati per altezza e la vicinanza tra l’uno e l’altro impedisce alla luce di entrare, è ancora viva e palpabile la ferocia, la rabbia e l’incredulità per quanto accaduto.

Di preciso non sappiamo quanti morti ci furono – ci dice Jamila direttrice del centro di Beit all’interno del campo- ma molti dei corpi non furono mai rinvenuti. Quando tornammo al campo, dopo la strage, ricordo una donna che cercava il figlio; passò 2 giorni a girare il volto di tutti i cadaveri ammassati lungo la strada per trovarlo. Non ci riuscì, ha conservato per tutta la vita la speranza di sentir bussare alla sua porta”. La questione palestinese in Libano è questione tutt’ora aperta, ce lo racconta bene Kassim, responsabile dell’associazione Beit Aftal Assumoud, alle pareti della sua stanza è appesa una cornice con dentro una vecchia chave: è la chiave della sua casa in Palestina. Quando scapparono in Libano portarono con sè le chiavi di casa certi che di lì a poco avrebbero potuto tornarci. Di queste chiavi se ne trovano molte sui muri. Perdono o lasciano la casa ma tengono la chiave i palestinesi. La chiave, simbolo di ritorno prossimo, simbolo di speranza di ritrovare un giorno i propri muri di casa. A Chatila sono costretti a vivere confinati, gli sono vietate 27 professioni, non possono avere una proprietà privata, il 60% tra i 15 e i 35 non ha lavoro, non possono votare, non sono censiti per evitare di incrinare il delicato equilibrio religioso del paese.

L’associazione Beit Aftal Assumoud, in cui lavorano 50 persone  ( l’80% sono donne) di religioni diverse basa la sua attività sulla battaglia al fanatismo religioso : cerca di migliorare le condizioni di vita per contrastare il radicalismo che proprio nella miseria trova terreno fertile. “La religione è una questione privata con Dio – ci dice Kassim -nessuno se la sceglie”.  Grazie all’associazione è attivato il programma “felicità familiare” col quale vengono assistiti centinaia di bambini e famiglie, un servizio di assistenza psicologica per bambini. E’ attivo anche un laboratorio di musica fondamentale strumento di emancipazione in un paese in cui i fanatismi religiosi vietano la diffusione della musica e il ballo. Le associazioni aiutano il tessuto sociale per evitare che i più giovani cadano vittime della radicalizzazione e le ragazze vittime delle violenze.
Beit Aftal Assumoud opera in molti campi fornendo servizi alla popolazione palestinese e non solo, anche ai profughi siriani. Ci sono infatti molti bimbi siriani che frequentano i centri di salute mentale e partecipano alle gite organizzate dalla scuola.

In Libano ci sono più di 1,5 milioni di siriani scappati dalla guerra civile. Sono a pochi chilometri dalle loro case, che hanno dovuto abbandonare, ma molti temono di non poterci tornare mai più. Vivono in tende, rifugi collettivi soffrendo per la loro invisibilità. La fondazione Rene Mowad  contribuisce al sostegno dell’attività di 19 campi profughi tra cui quello di Minieh a 20 km dal confine siriano. Vivono in questo campo 500 bambini di cui 200 frequentano la scuola pubblica (al secondo turno, cioè il pomeriggio quando non ci sono i bimbi libanesi), 100 scuole private ma 200  sono in drop out cioè fuori da ogni progetto di formazione scolastica o professionale. Sono attivati programmi di supporto alla genitorialità  per evitare abusi sessuali, matrimoni precoci , lavoro minorile e indirizzamento a  ragazzi con problemi specifici soprattuto di natura post traumatica. Nonostante l’impegno degli operatori e delle operatrici tutto rappresenta comunque una goccia nel mare in una situazione drammatica in cui la possibilità di rientro nella propria terrà è lontanissima le condizioni di vita estreme.

A Tripoli, in un contesto di assoluta instabilità,  è nato il centro per l’educazione e sistemi di protezione della Fondazione René Moawad;  finanziato da Arci Toscana, Fisac Toscana (dall’anno 2017) e Fillea Toscana (dal 2019) con il contributo determinante negli ultimi 2 anni di PROSOLIDAR. Un palazzo nel quartiere di Bab el – Tebbaneh a Tripoli, 70.000 abitanti in maggioranza sunnita divisi da una strada dall’altro quartiere tradizionalmente sciita alawita, che rappresenta un baluardo di pace e rete di solidarietà. il centro, presente da ormai 27 anni,  accoglie  circa 200 ragazzi e ragazze  sia sunniti che alawiti. Nonostante l’emergenza Siria non ha mai cambiato il proprio approccio di sviluppo della comunità costruendo una rete tra famiglie, ragazzi, datori di lavoro. Le attività sono rivolte principalmente ai ragazzi a rischio drop out e minori lavoratori oltre a rappresentare un luogo sicuro per le bambine vittime di violenza.

“La violenza fa parte della cultura qui – ci dice Hasna – e all’aumentare delle competenze si registra una diminuzione della violenza.” Il profondo impegno dell’associazione rappresenta l’unica speranza per i ragazzi e le ragazze del quartiere “Quasi il 90% dei ragazzi che frequenta il centro esce dalla condizione violenta in cui nasce e restituisce la solidarietà ricevuta dando il proprio contributo come volontario del centro.”