Oggi si è svolto un incontro di approfondimento, organizzato dalla Fisac CGIL Toscana, in merito al Referendum sulla Giustizia previsto per il 22 e 23 marzo 2026. Ai lavori hanno partecipato Sabrina Marricchi – Segretaria Generale Fisac CGIL Toscana, Maurizio Brotini – Presidente IRES Toscana, Paola Mazzeo – Consigliera Sezione Lavoro Corte di Appello di Firenze e Mariella Galano Giudice del Lavoro Tribunale di Prato.
Come primo contributo proponiamo la sintesi dell’intervento di Paola Mazzeo – Consigliera Sezione Lavoro Corte di Appello di Firenze.
Perché parlo di cambiamento costituzionale e non di riforma
Quando affrontiamo il tema della separazione delle carriere nella magistratura, è importante usare le parole giuste. Non parlo di riforma, perché il termine riforma implica un miglioramento, un progresso. Qui siamo davanti a un cambiamento costituzionale che, a mio avviso, comporta un indebolimento del controllo di legalità esercitato dalla magistratura.
Il punto centrale è questo: modificare l’assetto costituzionale attraverso la separazione delle carriere, il sorteggio del CSM e la nuova corte disciplinare rischia di compromettere l’equilibrio su cui si fonda la giurisdizione.
Magistratura unica: una scelta della Costituzione
La nostra Costituzione ha previsto una magistratura unica, che comprende sia il giudice sia il pubblico ministero. Questa scelta non è casuale.
Giudice e pubblico ministero svolgono funzioni diverse, ma perseguono lo stesso obiettivo: applicare la legge e tutelare la legalità. Il pubblico ministero dirige le indagini e sostiene l’accusa, ma ha anche l’obbligo di cercare prove a favore dell’indagato e, se mancano elementi sufficienti, deve chiedere l’archiviazione o l’assoluzione. Il giudice decide, motivando la propria decisione in modo che possa reggere nei successivi gradi di giudizio.
Questa struttura garantisce una cultura comune della giurisdizione, fondata sulle regole del giusto processo.
Il falso mito del giudice “condizionato” dal pubblico ministero
I sostenitori della separazione delle carriere magistratura affermano che il giudice sarebbe influenzato dal pubblico ministero perché collega. Questa rappresentazione non corrisponde alla realtà.
Nel momento in cui un giudice decide se condannare o assolvere, l’unica preoccupazione è adottare una decisione motivata, sostenibile e conforme alla legge, capace di reggere in appello e in Cassazione. Non ha alcun rilievo il fatto di aver superato lo stesso concorso anni prima, né eventuali rapporti personali o professionali.
I fatti lo dimostrano. In processi noti, come quello relativo alla nave Open Arms, la decisione del giudice si è discostata dalle richieste dell’accusa. Nel caso di Alberto Stasi, nei diversi gradi di giudizio si sono alternate assoluzioni e condanne, con richieste del pubblico ministero non sempre coincidenti con le decisioni dei giudici. Questo dimostra che l’autonomia decisionale è già effettiva.
Anche i dati statistici smentiscono l’idea di un sistema sbilanciato: le condanne non raggiungono il 90% dei processi, ma si attestano attorno al 50–60% considerando l’intero percorso nei vari gradi di giudizio. Non esiste, dunque, un problema strutturale di subordinazione del giudice al pubblico ministero.
Una logica che porterebbe all’assurdo
Se davvero il problema fosse il rapporto di colleganza, allora si dovrebbe separare anche la carriera dei giudici di primo grado da quelli d’appello, e questi da quelli di Cassazione. Si dovrebbero istituire più Consigli Superiori della Magistratura, moltiplicando le carriere e gli organi di autogoverno.
Nessuno propone una simile frammentazione, perché sarebbe contraria alla logica e al buon senso. Questo dimostra che il nodo non è l’imparzialità del giudice.
Il rischio reale: incidere sull’indipendenza del pubblico ministero
La separazione delle carriere può diventare il primo passo per differenziare sempre di più giudici e pubblici ministeri, incidendo sul concorso, sulla formazione, sulle valutazioni di professionalità.
Se si introducono concorsi distinti, con contenuti diversi, si crea una cultura separata. Se si differenziano formazione e valutazioni quadriennali, si erode quella cultura comune della giurisdizione che oggi garantisce equilibrio.
Inoltre, si è parlato della possibilità di sottrarre la polizia giudiziaria al controllo del pubblico ministero, che oggi è previsto dall’articolo 109 della Costituzione. Un simile intervento comporterebbe un ulteriore cambiamento costituzionale e inciderebbe direttamente sull’autonomia dell’azione penale.
Il rischio non è teorico: separare significa anche creare strutture con livelli gerarchici diversi, potenzialmente più esposte a influenze esterne.
Perché la separazione delle carriere indebolisce il controllo di legalità
Il cuore del problema è questo: la separazione delle carriere nella magistratura non rafforza l’imparzialità del giudice, ma può indebolire l’indipendenza complessiva della funzione giudiziaria.
L’attuale modello garantisce equilibrio tra le parti e tutela della legalità. Spezzare l’unità della magistratura significa alterare un sistema che, pur con i suoi limiti, assicura oggi autonomia, responsabilità e controllo reciproco.
Il vero tema non è la colleganza, ma la salvaguardia dell’indipendenza della magistratura come presidio dello Stato di diritto.

