la strage di Sant’Anna di Stazzema e la distruzione dell’umanità

di Valentina Mariani – Il mese dell’estate, in Italia, è per antonomasia Agosto, il mese aureo, detto del Solleone, della chiusura di fabbriche e aziende e quindi il tempo per eccellenza delle vacanze e del sommo divertimento dei più; ma anche il mese dell’ascensione della Madonna, un misto dunque di sacro e profano. Agosto è il mese che sancisce, di fatto, l’ibridazione delle istanze mistiche e mondane e la massima espressione di queste ultime, ma anche, contestualmente, la fine della spensieratezza e dell’ebbrezza di quella che è detta “la bella stagione”. 

Non fu però allegro e ritemprante l’agosto di sessantasei anni fa; fu, al contrario, crudele. E sancì una tremenda fine, di vite. Nel 1944, in Italia raggiungeva il suo culmine di ferocia la Seconda Guerra Mondiale. La famosa Linea Gotica era lo spartiacque tra i buoni e i cattivi. Creata dai tedeschi per frenare l’avanzata degli Alleati, tagliava in senso orizzontale – leggermente obliquo, in realtà -, da Ovest a Est, l’Italia, da Apuania (le attuali Massa e Carrara) fino a Pesaro, passando per l’Appennino tosco-emiliano. Oltre a questa Linea, i tedeschi si accingevano a costruire la Linea Pietrasanta-Riegel che alla prima avrebbe dovuto ricongiungersi nell’inverno tra il 1944 e il 1945. Sant’Anna di Stazzema si trovava lungo questa linea da erigersi. Intanto, un’ordinanza di Hitler del giugno del 1944 stabiliva che per dieci chilometri al di qua e al di là della Linea Gotica non doveva esserci alcun insediamento civile. Confuse ricostruzioni parlano di manifesti e indicazioni dei tedeschi che invitavano, qualche settimana prima, a luglio, all’evacuazione di quelle zone, ma riscontri ufficiali e di presenze pregresse a Sant’Anna che confermassero ufficialmente tali presunti ordini non vi furono (né sono stati successivamente trovati). Anzi, ai primi di agosto, il Comune fu dichiarato “zona bianca”, luogo cioè di accoglienza di persone che provenivano dalle coste o da altre località bombardate, per cui la popolazione, autoctona e sopraggiunta, si sentiva al sicuro.

Eppure, proprio in quel paesino, si verificò una strage. L’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, sulle colline lucchesi, è stato dichiarato crimine contro l’umanità. I colpevoli furono – e sono – i soldati tedeschi della XVI SS-Panzergranadier-Division “Reichsführer SS”. Quattro compagnie del secondo battaglione, comandate dal generale Max Simon, preannunciando il loro arrivo con lo sparo di razzi rossi, trucidarono cinquecentosessanta civili, per lo più anziani, donne e bambini, senza motivo, senza pietà. Gli uomini fuggirono nei boschi, pensando si trattasse di un’azione di reclutamento per mandarli in campi di lavoro; gli altri abitanti rimasero nelle proprie case, convinti che non ci fosse per loro alcun rischio. Le case, le strade, il sagrato della chiesa sono stati i luoghi del massacro, che non ha risparmiato una giovane puerpera, sventrata dai colpi di fucile delle SS, né una bimba, Anna Pardini, di soli venti giorni. 

I fascicoli e i documenti che testimoniano di questa strage sono rimasti chiusi, inspiegabilmente, in un armadio della Procura militare di Roma fino al 1994, un armadio con le ante rivolte verso il muro, definito poi “l’armadio della vergogna”. Questi incartamenti furono scoperti, insieme a prove di altre stragi nazifasciste, dal procuratore militare Antonio Intelisano intento a cercare documenti sul boia delle SS Erich Priebke. Dopo dieci anni, nel 2004, iniziò il processo contro gli esecutori della strage, processo portato avanti con tenacia dal procuratore militare Marco De Paolis e terminato nel 2007 con la conferma in Cassazione dell’ergastolo per dieci ex militari delle SS, per atto terroristico premeditato. Perché la cosa più terribile è stata l’avere ammazzato un’intera popolazione a sangue freddo, non dei soldati durante una battaglia, e di averlo fatto in maniera premeditata. Le truppe tedesche arrivarono a Sant’Anna all’alba del 12 Agosto: alle 7 il paese era circondato e le sue uscite delimitate. Nessuno sarebbe riuscito da quel momento a fuggire. Nei documenti dei tedeschi si parla di avere effettuato con successo l’operazione di uccisione di molti banditi, ma – e posto che per i nazisti i banditi erano i partigiani – i partigiani avevano lasciato quelle colline già da alcuni giorni e lì non vi erano che civili inermi.

A trucidare la popolazione, oltre agli spietati soldati delle SS, ci furono anche dei collaborazionisti fascisti. Se per la sottoscritta contasse la retorica nazionalista, la cosa sarebbe ancora più grave, visto che i fascisti fondano la loro ideologia su patria, sangue, appartenenza, lingua e cultura identitarie; per fortuna, questa retorica mi fa ribrezzo, in quanto in essa riscontro la gramigna dell’ottusa e corporativa illiberalità e dell’incolta e devastante discriminazione “etnica”. Eppure, certamente si deve considerare l’atrocità supplementare che è presente nell’uccidere qualcuno che, per motivi linguistici e culturali, è istintivamente più vicino, perché si capisce ciò che dice, quando e quanto si dispera per la fine che gli si sta dando in maniera atroce e inspiegabile; perché lo si sta facendo in un luogo magari noto, in cui si è andati a passeggiare, bere, scherzare, pregare, o di cui si è sentito narrare perché facente parte dell’universo simbolico di chi condivide la stessa origine geografica. Ciò aggiunge uno strato supplementare di disumanità e abiezione. La lotta al fascismo passa anche dalla comprensione emotiva, filosofica e antropologica, oltre che razionale e storica, di significati come questo, che danno la certezza di azioni inassolvibili. 

Per dirla con Jaspers, qui non si tratta soltanto di violazione di una legge, ovvero di una responsabilità giuridica, o invece di una colpa del singolo, che attiene sì alla morale, ma che si ferma alla gravità di una singola azione delittuosa. Qui si tratta di una responsabilità, o colpa, collettiva (di chi fa parte cioè di un gruppo – di un esercito, in questo caso – e tramite esso viola – in maniera apparentemente impersonale, ma, invece, irreversibile – l’essenza stessa dell’essere umano, cioè la vita); una colpa che precede (la creazione de) la morale – processo razionale e condiviso -, perché distruttiva della solidarietà istintiva, primigenia, esistente tra appartenenti alla stessa specie. La colpa supplementare, e la più alta, in senso di gravità, di chi si sia macchiato di azioni del genere è, inoltre, di essere ad esse sopravvissuti. Una colpa assoluta: avere inferto la morte e avere conservata intatta la vita, una colpa anche per questo insormontabile, oltre che incancellabile.

La nostra memoria antifascista deve sapere tenere conto non solo degli accadimenti in sé, ma anche dei motivi e delle modalità che li hanno determinati e caratterizzati e, in virtù di queste considerazioni, deve rimanere sempre vigile, affamata, inflessibile, critica. 

Nota per la memoria: Per chi avesse uno sguardo più visuale e interesse cinematografico, Spike Lee ha girato nel 2008 un film, forse non indimenticabile, ma pur sempre significativo per il tema trattato, sull’eccidio di Sant’Anna di Stazzema: “Miracolo a Sant’Anna”, visibile su Raiplay.

Il margine della poesia 

(un margine di estensione infinita: poesia come eredità, anima e sprone dell’umanità)

Les temps sont révolus! Morte à jamais, la Terre,

Après un dernier râle (où tremblait un sanglot!)

Dans le silence noir du calme sans écho,

Flotte ainsi qu’une épave énorme et solitaire.

Quel rêve ! est-ce donc vrai ? par la nuit emporté,

Tu n’es plus qu’un cercueil, bloc inerte et tragique

Rappelle-toi pourtant! Oh! l’épopée unique!…

Non, dors, c’est bien fini, dors pour l’éternité.

“I tempi son compiuti! Morta per sempre, la Terra,

dopo un estremo rantolo (un pianto vi tremava!)

In quel silenzio nero della calma senz’echi,

Fluttua come un relitto enorme e solitario.

Che sogno! È dunque vero? Portato dalla notte,

Non sei più che una bara, inerte blocco tragico:

E tuttavia ricorda! Oh! L’unica epopea! …

No, dormi, è proprio finita, dormi per l’eternità”.

Jules LaForgue, daMarche funèbre pour la mort de la terre” (Marcia funebre per la morte della terra)