27 Gennaio, Giornata della Memoria: alle radici dell’odio

di Valentina Mariani

La risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2005 ha istituito la Giornata della Memoria, che commemora i quindici milioni di ebrei morti a causa della Shoah, lo sterminio del popolo ebraico perpetrato in tutta Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e gli altri prigionieri morti nei tanti Lager. Il giorno corrisponde a quello della Liberazione del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz, in Polonia, da parte delle truppe sovietiche, nel 1945. Tanto si è scritto, e detto, su questo incomparabile crimine contro l’umanità. Cercherò ora, senza avere alcuna pretesa di esaustività né di inopinabile scientificità, di indagare le motivazioni possibili che, nei secoli, hanno portato all’incancrenirsi di questo sentimento distruttivo nei confronti degli Ebrei.

Nell’Egitto ellenistico si diffuse già un risentimento verso gli Ebrei, schiavi degli Egizi, per quanto riportato nella Bibbia, e liberatisi dopo un’erranza di quarant’anni. E il tema dell’ebreo errante conta molto, ad esempio, nella mistica della paura inventata dai nazisti per giustificare lo sterminio di questo popolo, come pure dei rom. Due realtà molto lontane ma che, per motivi costitutivamente differenti, hanno in comune un elemento assolutamente destabilizzante per chi intende l’amministrare un popolo come totale controllo, ubbidienza monocratica e certezza dell’esercizio del potere stesso: il nomadismo. La “stabilità”, nella storia, è stata realizzata con la repressione e la separazione. È chiaro che può essere controllato e addomesticato alla propria ideologia e alle proprie leggi solo un popolo di cui si abbia certezza fisica di collocazione e quindi di facile individuazione, reperimento, per il conseguente assoggettamento. Chi si muove, non può costituire un bersaglio, per definizione. Chi gira, scopre, confronta, si arricchisce e non è rintracciabile, sfugge all’incasellamento dell’occhio del Grande Fratello. Costituisce, perciò, una minaccia. Questo può essere un primo motivo storico del timore che gli Ebrei hanno sempre suscitato. E il timore, se non si hanno strumenti di analisi e comprensione, trova il suo superamento in atti di coercizione e violenza.

Per tornare alla narrazione storiografica, agli Ebrei non andò meglio con i Romani, che vedevano di cattivo occhio il monoteismo ebraico (si pensi a Tacito, che temeva l’assimilazione da parte degli Ebrei). E poi, ci fu il feroce antigiudaismo cristiano, di cui si trova traccia già nei Vangeli, passando poi per Giovanni Crisostomo (crisostomo significa bocca d’oro: egli era così chiamato proprio per le sue invettive). Successivamente, per citarne solo alcuni altri, contro gli Ebrei si espressero Ambrogio e Agostino, e non si possono dimenticare le forti discriminazioni praticate ai loro danni nel Medioevo. Poi ci furono le Crociate… Insomma, un quadro inquietante. Anche sul fronte islamico, bisogna dire che Maometto si espresse duramente nei confronti degli Ebrei, così come fecero poi, per tornare nella nostra Europa, alcuni Illuministi e anche alcuni romantici (uno su tutti, Wagner, ma – ahimè – anche Fichte e Hegel).

Un’altra considerazione rilevante è che gli Ebrei sono detestati, isolati, e, da qui, sono stati estromessi e oppressi, per qualcosa in più che hanno, non per qualcosa in meno, come invece si può dire delle altre persone e comunità o gruppi vittime di razzismo e xenofobia. Di solito, sono invisi coloro che sono ritenuti inferiori, diversi perché tacciati come peccaminosi o incompleti, ma gli Ebrei sono il popolo eletto, sono coloro i quali risorgono tra le macerie, sono spesso geniali, sono ritenuti ricchi, sono colti. Sono di più degli altri, questa è la narrazione diffusa, a livello quasi inconsapevole, che si manifesta come odio per un popolo ritenuto pericoloso, destabilizzante gli equilibri morbidi della società borghese, e quindi come repressione da parte delle autorità ecclesiastiche e, poi, della dittatura nazi-fascista. Un’estraneità irriducibile e minacciosa.

Gli Ebrei sono un gradino più in alto anche perché è dal giudaismo che discendono islamismo e cristianesimo. La genesi determina la gerarchia: l’origine di tutto è nel giudaismo, gli altri due monoteismi sono ad esso inferiore.

Questa considerazione è basilare e dà il senso della motivazione profonda, presente – si può dire – a livello di inconscio collettivo – per cui c’è stato un tentativo di distruzione totale di questo popolo, unico caso nella storia dei tempi del mondo in cui tale odio ha attraversato e attraversa pressoché tutti i confini.

A ciascuno i suoi motivi, in parte simili, in parte diversi: mentre quelli religiosi sono basati, in primis, sulle scritture, sulla folle rivalità tra i tre monoteismi e poi sull’invidia di un popolo che, pur ostracizzato, ha saputo preservarsi ed eccellere, quelli filosofici sono motivi che ineriscono al pensiero, alle idee: una religiosità così forte e identitaria può essere di ostacolo al progresso – nel Settecento – o mettere in pericolo la propria identità europea e sensibilità lirica e idealistica– nell’Ottocento e poi, in aggiunta alle ancora abbastanza astratte tensioni romantiche, come minaccia sia al benessere che alla purezza cristiana. Si sa che la crisi economica – quella del 1929, in questo caso – può mettere in discussione l’equilibrio sociale e una moderna e laica Weltanschauung, favorendo l’individuazione di un nemico cui addossare le colpe, da un lato, e un forte rifugio nella consolante religione e nelle proprie radici, viste come baluardo cui aggrapparsi contro l’avanzare del pericolo.

E così l’Ebreo torna ad essere – e sempre di più  – colui che gode di potere, denaro, privilegi, onori: se ne appropria indebitamente e non li condivide. C’è invidia, sospetto. L’ebreo può vivere integrato, adottare la lingua del posto, i costumi, i nomi dati ai figli, ma eccede, è un più che disturba, imbarazza, evidenzia i limiti altrui, di chi si arrabatta anziché dedicarsi in maniera accurata e serissima alle cose. La verità è che l’ebreo spesso sa molto e fa bene, nonostante i plurisecolari divieti e ostracismi di cui è stato vittima. E questo, non trattandosi di un popolo dalla comune radice latina, ma di religione, provenienza e senso di appartenenza diversi, viene visto come imperdonabile. Il vulnus dell’occidentale, così, dinanzi all’ebreo, si acuisce e trasforma in violenza devastatrice.

C’è anche un altro motivo, non abbastanza indagato, e forse più suggestivo, cui si potrebbe legare l’ostilità verso gli Ebrei. Ebraismo è donna. Vero è che quello ortodosso risulta essere ultra-patriarcale e ultra-conservatore quanto i peggiori islamismi ed estremismi cristiani, ma è vero pure che solo l’Ebraismo, tra i monoteismi, riconosce alla donna il privilegio della trasmissione dell’ebraicità. Mentre nel cristianesimo l’indottrinamento è culturale, nell’ebraismo l’acculturazione dello spirito è solo parte di qualcosa di già dato: l’appartenenza. E l’appartenenza la dà il sangue materno. Un senso molto potente che va oltre l’affiliazione o il sentimento della fede: è intrinseco. Ed è femmina.

Gli Ebrei sono un popolo, pur se nella storia spesso nomade, non sono soltanto dei credenti che condividono gli stessi testi di riferimento. Un cristiano è prima di tutto un cittadino del proprio Paese, poi una persona che crede o meno. Un Ebreo è tale anche quando è laico (si pensi a Moni Ovadia). L’appartenenza all’ebraismo è trasversale, universale: trascende gli Stati, perché il popolo ebreo ha la sua lingua dovunque nel mondo, i suoi riti dovunque nel mondo, la sua cucina dovunque nel mondo, la sua musica e la sua ironia dovunque nel mondo e, soprattutto, ha un collante ben maggiore dei confini geografici: è il popolo di Dio, l’entità ubiqua e ultra-temporale, che tutto ha creato e tutto sa. Questa forza simbolica può essere, agli occhi altrui, accecante. Il rifiuto assoluto alla sottomissione e un’integrità così definita e inscalfibile, da cui tale rifiuto scaturisce, insieme all’affermazione cristallina di autonomia morale, anch’essa non discutibile, costituiscono probabilmente il motivo più strutturato che fa sì che gli Ebrei siano identificati con il Nemico, più di ogni altro popolo. L’antisemitismo diviene così, nella Storia, il punto più alto della negazione dell’altro da sé, in un territorio d’incontro tremendo tra psicologia, filosofia, dottrina politica ed economica, dottrina religiosa.

Il poco conosciuto, e troppo citato a sproposito, Nietzsche, scriveva: «Gli Ebrei sono il popolo più notevole della storia mondiale poiché, posti dinanzi al problema dell’essere o non essere, hanno preferito, con una consapevolezza assolutamente inquietante, l’essere a qualsiasi prezzo».

Per tornare alla storia contemporanea, e focalizzare l’attenzione sulla Giornata della Memoria, riporto un’affermazione che mostra l’orgoglio dell’appartenenza, l’intelligenza e, al contempo, e la sensibilità di comprendere che il valore più alto è quello che si condivide e che il rispetto e la pace sono possibili realmente soltanto se vigono nei confronti di tutti. La senatrice a vita Liliana Segre, italiana, ebrea, deportata con il padre ad Auschwitz, sopravvissuta, ha dichiarato, in risposta a un invito della Lega (!) ad un convegno sull’antisemitismo (!): “Ringrazio per l’invito, ma a gennaio sono molto occupata”, declinando la proposta con classe. Ha poi aggiunto. “Apprezzo l’iniziativa sull’antisemitismo, un problema che si riaffaccia virulento nelle cronache del nostro tempo in tanti Paesi d’Europa e del mondo intero. Ritengo però che non si debba mai disgiungere la lotta all’antisemitismo dalla più generale ripulsa del razzismo e del pregiudizio che cataloga le persone in base alle origini, alle caratteristiche fisiche, sessuali, culturali o religiose”.

Nessuna differenza può e deve costituire discriminazione; le differenze, anzi, sono preziose e le discriminazioni, tutte, vanno combattute e superate. Affinché non si ripeta una persecuzione che è stata un’esecuzione di massa, certi concetti, di uguaglianza, rispetto delle diversità, dialogo costante, amore per l’Altro in tutte le sue forme, devono essere incessantemente accresciuti, introiettati, trasmessi, condivisi.

E la Storia, per superare assurdità non umanamente comprensibili, deve portare sempre con sé la Memoria, perché soltanto la consapevolezza, la conoscenza e il ricordo possono impedire certi orrori. Primo Levi, nell’appendice scolastica di “Se questo è un uomo”, ha scritto: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. In questa frase si trova il senso di tutto, oltre che la precipua motivazione per cui sono andata a ricercare e indagare le radici dell’odio.

 

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