Banche europee, 20 miliardi di profitti nei paradisi fiscali. Con la tassa globale possibile recuperare 3-5 miliardi

dal sito www.repubblica.it
6 Settembre 2021


Il rapporto dell’Osservatorio europeo sulla fiscalità: analisi sulle attività di 36 istituti dal 2014 al 2020.

MILANO – Quanto poggiano gli affari delle banche sui cosiddetti paradisi fiscali? Se l’è chiesto l’Osservatorio fiscale europeo, l’organismo comunitario che si preoccupa di questioni legate alla tassazione, in un inedito report nel quale analizza l’evoluzione dell’attività dei maggiori 36 istituti europei dal 2014 al 2020, da quando cioè sono disponibili i dati spacchettati per Pase.

I ricercatori hanno individuato, in base al tax rate effettivo sui profitti bancari e al valore di questi ultimi per ciascun dipendente, diciassette giurisdizioni classificabili come “paradisi fiscali”: si tratta di Bahamas, Bermuda, British Virgin Islands, Isole Cayman Islands, Guernsey, Gibilterra, Hong Kong, Irlanda, Isola di Man, Jersey, Kuwait, Lussemburgo, Macao, Malta, Mauritius, Panama e Qatar.

Le 36 banche sistemiche risultano massicciamente questi Paesi per registrarvi i propri profitti: si parla di 20 miliardi (o il 14% del totale) ogni anno, senza una particolare linea di tendenza nel periodo analizzato. Una percentuale stabile, dunque, da quando è obbligatoria la trasparenza sulla geografia dei propri affari. Nell’elenco che l’Osservatorio dà delle banche, figurano ai primissimi posti per aumento della quota di profitti nei Paradisi fiscali nel tempo Mps e Intesa Sanpaolo, ma è dovuto al fatto che l’analisi esclude i risultati negativi e questi nel 2020 sono stati particolarmente importanti nelle attività domestiche, facendo così salire meccanicamente la quota nei Paradisi.

I profitti nelle giurisdizioni favorevoli sono particolarmente elevati se visti attraverso la lente del rapporto ai dipendenti: 238 mila a testa, contro i 65 mila normlamente registrati nei Paesi “non” paradisi fiscali. Un fattore che suggerisce ai ricercatori come gli utili siano registrati in queste giurisdizioni ‘in uscita’ dai Paesi dove effettivamente avviene la produzione dei servizi.

Ancora, spiega il rapporto, un quarto degli utili delle maggiori banche europee nel campione si trova sottoposto a una aliquota inferiore al 15%.

Il quadro è molto variegato, a seconda degli istituti: se il 20% è la percentuale media dei profitti messi a bilancio nei paradisi fiscali, si va dallo zero tondo di nove banche a un massimo del 58%. Tra i casi-scuola analizzati: Hsbc, Deutsche Bank e SocGen, dove è relativamente elevata la presenza nelle giurisdizioni fiscali favorevoli. Nel primo caso, la maggior parte di questi profitti è legata a Hong Kong, mentre negli altri casi si coinvolgono più giursdizioni. Cambia sensibilmente anche il tax rate effettivo: da una media del 20%, ci sono minime del 10 e massimi del 30%. Sono sette in particolare le banceh ad avere un tax rate effettivo “particolarmente” basso, sotto o pari al 15%.

Descritto il quadro generale, l’Osservatorio immagina anche cosa possa accadere in caso diventi effettiva la proposta di tassazione globale minima alla quale hanno per ora aderito oltre 120 Paesi, nel luglio scorso, in sede G20/Ocse. Un meccanismo, per ora orientato a una aliquota minima globale del 15%, che per esempio consentirebbe alla Germania di imporre una tassa addizionale del 5% a una banca del suo Paese, sulla ipotetica quota di profitti scritta a bilancio da questa a Singapore con una aliquota del 10%. Ebbene, nel caso di una tassa globale al 15% il conto fiscale per le banche analizzate salirebbe di 3-5 miliardi. Ovviamente, con una aliquota più alta le casse del Fisco si rimpinguerebbero di più: si andrebbe sui 10-13 miliardi al 25% e a 6-9 miliardi al 21%.

“I nostri risultati – chiosa la sintesi del report – mostrano l’utilità della contabilità paese-per-paese, una parte fondamentale delle informazioni necessarie per tracciare lo spostamento dei profitti e l’elusione delle imposizioni sulle società. Mostrano anche che le banche europee non hanno significativamente ridotto la loro presenza nei paradisi fiscali dal 2014”, nonostante l’argomento si sia imposto nel dibattito continentale. “Iniziative più ambiziose – come una tassa minima globale al 25% – potrebbero esser necessarie per frenare il ricorso ai paradisi fiscali da parte del settore bancario”.

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