Il futuro delle fondazioni: più lontane dalle banche

dal sito www.repubblica.it

Nel 2020, con il congelamento dei dividendi degli istituti, sono crollati gli utili ma non le erogazioni sul territorio, è il primo atto di una nuova vita meno dipendente dalle vicende delle società conferitarie

A volte, e spesso se si è in Italia, serve una crisi per uscire dall’inerzia. Sembra valere anche per le Fondazioni ex bancarie, costrette nel 2020 a fare i conti con una tagliola in cui da un lato è venuto meno il polmone dei dividendi delle banche partecipate, dall’altra il contesto sociosanitario non ha permesso di allentare le erogazioni ai territori. L’analisi dei bilanci di Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo, Caritorino, Cariparo, Cr Firenze, Cariverona, Fondazione Roma – i principali enti che 31 anni fa generarono le banche domestiche come Spa quotate – mostrano una foto di vita futura possibile, e probabilmente più sostenibile: perché sempre più distante dalle storiche “conferitarie”.

Il prologo è stato il veto posto dalla Bce alle banche europee a distribuire cedole sugli utili 2019, che nel marzo 2020 ha congelato circa 30 miliardi di euro attesi dagli azionisti. In Italia, e specie tra le file della capoclasse Intesa Sanpaolo e dell’inseguitrice Unicredit, su una fetta non piccola di quei miliardi facevano conto le maggiori Fondazioni, per la loro attività istituzionale. Ma nessuna critica è valsa a creare “distinguo di vigilanza” tra le diverse nature degli azionisti bancari. L’assenza di quei dividendi ha pesato sui bilanci 2020: solo Compagnia di San Paolo e Cariplo, padrone rispettive di un 6,12% e un 3,95% di Intesa Sanpaolo, l’anno prima avevano incassato direttamente 175 e 151 milioni dalla generosa banca nazionale. Nel 2020 le condizioni sarebbero cambiate poco, dato che la quota delle due big si è solo limata, come effetto diluitivo dell’Ops su Ubi. Simili sacrifici sono toccati a Cariparo e Cr Firenze, mentre Caritorino, Cariverona e Roma da anni si sono già un po’ abituate all’assenza di forti elargizioni da Unicredit, loro banca di casa.

La dieta bancaria

La dieta bancaria, proseguita con la distribuzione calmierata della primavera 2021 – ma che dovrebbe terminare il mese prossimo – ha falciato “l’avanzo”, come le Fondazioni chiamano l’ultima riga di bilancio. Nel 2020 per i prime cinque enti per patrimonio (quattro soci di Intesa Sanpaolo, uno di Unicredit), è sceso tra il 35% e l’80% dall’anno prima; mentre non ne hanno risentito Roma (che da anni residua uno 0,13% in Unicredit, e ha limitato al 12% il calo dell’avanzo), e Cariverona, che ha costruito il bilancio 2020 intorno alla plusvalenza da 265 milioni lordi incassati da Cdp a chiusura di un contenzioso decennale. Complessivamente un duro colpo, tuttavia parato con quanto messo da parte in anni passati, e con gli interessi di altri investimenti, così da difendere, quando non accrescere, le erogazioni 2020.

La fetta “non bancaria” dei patrimoni investita sui mercati, dopo il crollo delle quotazioni di marzo 2020, aveva in più casi recuperato con gli interessi già a dicembre (e più ancora oggi). Cariplo, ad esempio, ha attivato per la prima volta un corposo dividendo dal fondo Qaf, dove da anni alloca metà dei suoi 7,06 miliardi di patrimonio. La gestione, affidata a Quaestio Sgr, in passato creò problemi, ma nel 2020 ha fruttato un ricco 3,94%. Altre quote azionarie hanno portato a Cariplo cedole per altri 63 milioni. Crt, che oltre alla dieta cedolare Unicredit ha subito quella di Atlantia (ne ha il 4,5%), si è consolata con la cedola ad interim di Generali e con quelle da altre partecipate. In generale, l’esposizione miliardaria dei maggiori enti ai fondi cosiddetti “alternativi”, che cercano protezione dalla volatilità con soluzioni su misura simili a quelle di Qaf, e che anche Csp, Cariparo, Cr Firenze usano massicciamente, hanno contribuito al grosso delle entrate 2020.

Il rendimento dei patrimoni, in media pari al 2-3%, ha difeso il livello di erogazioni, stabili per le maggiori fondazioni e sensibilmente aumentate per le taglie medie. Cariplo, Csp e Caritorino hanno ridotto i milioni donati ai territori in percentuale frazionale, mentre altrove la pandemia e i problemi generati, o aggravati, sui fronti sanitari e sociali hanno portato a un rilevante aumento: da 47,1 a 69,2 milioni Padova, da 39,4 a 58,7 milioni Firenze, da 27,2 a 62,3 milioni Roma. Dove non arrivavano le entrate, si sono usate frazioni del fieno in cascina: intaccando i “fondi stabilizzazione erogazioni”, come ha fatto Csp per 25 milioni. Per tutti i grandi enti, comunque, la capienza residua di questi fondi è da 1,5 a 3 volte l’erogato, con il picco di Cariverona che ha un fondo grande 12 volte i 20 milioni di erogazioni 2020.

I prezzi di carico delle banche

L’altro viatico di futuro viene dai prezzi di carico delle banche. Cariverona, il “grande malato” del plotone che in passato segnò minusvalenze fino a 1,4 miliardi sul suo 1,8% di Unicredit, ha approfittato dell’entrata extra da Cdp e delle riserve patrimoniali per una feroce pulizia, svalutando per oltre 600 milioni la quota Unicredit, e di un altro centinaio i grandi immobili posseduti nella città scaligera. Ne risulta un patrimonio netto di 1,15 miliardi, ridotto di un terzo dal 2019, e dimezzato dal 2015. Verona ha iscritto Unicredit a 7,8 euro, sui minimi (storici) di fine dicembre: e oggi torna a sorridere, vedendo il prezzo risalito a quasi 11 euro. In generale, il vigoroso rimbalzo del settore nel 2021 ha rimesso in plusvalenza virtuale Cariplo, Csp e Padova, le tre Fondazioni socie di Intesa Sanpaolo, che a dicembre scorso segnavano perdite teoriche aggregate per 769 milioni (non Firenze, in plusvalenza di 50 milioni anche a quei livelli). Mentre Caritorino e Roma, con in carico Unicredit a 17,7 euro e 29,37 euro, dovranno prima o poi svalutare.

Ma svalutare fa male un anno: poi c’è nuova vita. Dove, con le plusvalenze, si può perfino decidere di vendere la quota in banca e completare la diversificazione patrimoniale, scongiurando per sempre i rischi di annegare nelle ricapitalizzazioni bancarie come accaduto alle Fondazioni socie di Mps, Carige, Ferrara, Marche e altre. Una vita in cui consolidare le leadership – anche per mancanza di rivali – che le Fondazioni hanno come investitori nell’economia reale e sociale, e come attori-registi cruciali del non profit.

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