Megale: serve una legge per tetto ai compensi dei top manager

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Salari e Top Managers

Salari: Fisac Cgil, cresce forbice diseguaglianze, serve tetto retribuzioni top manager Roma, 17 maggio – “Una forbice che cresce, allargando senza freni le diseguaglianze, producendo un rapporto di 1 a 163 tra la retribuzione media di un lavoratore dipendente (pari a 26 mila euro lordi) e il compenso, sempre medio, degli amministratori delegati e dei top manager (pari a 4 milioni e 326 mila euro)”.

E’ quanto emerge da un aggiornamento del rapporto sui salari 2012 presentato oggi dal segretario generale della Fisac, Agostino Megale, nel corso di un’iniziativa della Cgil Roma e Lazio. Per il leader della categoria del credito della Cgil, i numeri del rapporto sottendono “un distacco enorme che richiede subito una legge che imponga un tetto alle retribuzioni dei top manager”. Infatti, osserva, “in questi sei anni di crisi il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni si è più che dimezzato mentre non hanno subito alcuna flessione i compensi dei top manager, così come nessuna incidenza ha subito quel 10% di famiglie più ricche, determinando e incrementando la vera forbice delle diseguaglianze”. Infatti dallo studio emerge che “il rapporto tra retribuzione lorda di un lavoratore dipendente e compenso medio di un top manager è attualmente di 1 a 163 mentre era nel 1970 di 1 a 20”.

Qui, secondo Megale, “c’è la vera ingiustizia, che cresce pensando che, nei fatti, il salario cumulato nei passati quattro anni da un lavoratore dipendente è pari a 104 mila euro lordi mentre per i top manager è pari a 17 milioni e 304 mila euro, pari cioè ad una differenza di 17 milioni e 200 mila euro”. Per questi motivi Megale propone “di realizzare unitariamente, non solo nella categoria del credito, il lancio di un disegno di legge di iniziativa popolare, accompagnato dalla raccolta di centinaia di migliaia di firme” e contestualmente sollecita “la presentazione da parte del centro-sinistra della legge di iniziativa parlamentare per porre un tetto alle retribuzioni nel rapporto uno a venti, immaginando che in tempi di difficoltà come questo le quote eccedenti di compensi dei top manager possano essere versate – conclude – in un fondo di solidarietà per favorire un piano di occupazione per i giovani”.

Secondo Comunicato 

I sette amministratori delegati delle maggiori aziende operanti sul territorio romano (Eni, Enel, Finmeccanica, Telecom Italia, Acea, Bnl, Caltagirone) hanno percepito nel 2012 quanto 864 lavoratori dipendenti e quanto 1.728 lavoratori in collaborazione. Ma negli anni che vanno dal 2009 al 2012 (4 esercizi) anche gli Ad delle municipalizzate e controllate di Roma capitale (Atac, Roma Metropolitane, Ama, Risorse per Roma, Roma servizi per la mobilità, Eur S.p.a., Zetema Srl, Roma Entrate) hanno accumulato compensi milionari: otto persone hanno percepito ben 8 milioni 7mila euro. Tutto ciò a fronte di un quadro economico e sociale drammatico con una disoccupazione giovanile (15-24 anni) che a Roma arriva al 40,1%, con il 52,2% dei pensionati che percepisce una pensione inferiore a mille euro; con circa 170 mila famiglie ridotte in stato di povertà.

 E’ quanto emerge dallo studio curato da Isrf Lab e presentato questa mattina presso il Centro Congresso Cavour nel corso di un’iniziativa promossa dalla Cgil di Roma e del Lazio e dalla Fisac Cgil nazionale. “Lo scopo del nostro studio – ha detto Agostino Megale, segretario generale della Fisac Cgil nazionale – è quello di mettere in evidenza come in questo momento di profonda crisi non sia più tollerabile il differenziale retributivo oggi esistente tra il lavoratore dipendente, che guadagna mediamente 26mila euro l’anno, e i top manager di tutti i settori, che superano i 4 milioni di euro l’anno. Serve maggiore equità e sobrietà. Per questo proponiamo alle altre organizzazioni e ai parlamentari del centro sinistra una legge che, sull’onda del referendum svizzero e delle indicazioni fornite dall’Unione europea, riduca la forbice tra i compensi dei lavoratori e quelli dei top manager da 1 a 163 a 1 a 20, (cioè che il compenso dei top management non superi di 20 volte quello dei lavoratori del settore): in sostanza, nessun top manager dovrebbe guadagnare più di quanto percepisce il governatore della Banca Centrale Europea”. “Le risorse così recuperate – ha osservato – potrebbero essere più utilmente investite in azioni di solidarietà per garantire il lavoro ai giovani e la tutela agli anziani”.

Lorenzo Tagliavanti vicepresidente della Camera di commercio di Roma ha invitato sia la politica che i vertici aziendali a trovare soluzioni adeguate insistendo sulla necessità di una “maggiore condivisione” in questo momento di grande difficoltà. “I livelli di compensi dei top manager – ha detto – non sono più adeguati alla fase che stiamo vivendo. Più che indicare tetti massimi degli stipendi per i top manager si deve lavorare sui risultati. Se il manager contribuisce ad aumentare il valore dell’azienda è anche giusto che riceva alti compensi; in caso contrario questi compensi milionari appaiono del tutto ingiustificati”.

Per Claudio Di Berardino, segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio “la crisi ha messo fuori gioco il modello Roma”. Un modello che va ripensato “ripartendo dal lavoro, dal fisco, dal sociale”. “Sommando la perdita di reddito dovuta alla cassa integrazione a quella derivante dal blocco della contrattazione pubblico impiego – ha spiegato – ci risulta che dal 2010 a oggi non sono entrati nelle tasche dei lavoratori coinvolti circa 3 miliardi di euro. Questo ha comportato una riduzione della capacità di spesa delle famiglie con forti ripercussioni sull’economia del nostro territorio”. “Le disuguaglianze – ha detto Di Berardino – non aiutano mai a invertire un ciclo, finiscono invece per confermarlo. E con la crisi queste disuguaglianze fra chi ha poco e chi ha troppo sono aumentate. Alcune persone hanno conservano il loro status e si sono addirittura arricchite, per altre invece la situazione è peggiorata: basti pensare ai licenziati, ai cassintegrati, ai precari cui non è stato rinnovato il contratto scaduto”. “In una fase come questa – ha sottolineato – non è più pensabile intervenire sui salari dei lavoratori: occorre intervenire sulle retribuzioni. Bisogna “togliere in alto e ridistibuire in basso” e questo va fatto introducendo un fisco più equo e progressivo e modulato in relazione alle capacità di reddito di ognuno”. “E’ un’operazione – ha concluso – che va realizzata sia a livello nazionale che locale: se pensiamo ai grandi dirigenti delle aziende municipalizzate di Roma, è evidente che anche il sindaco da questo punto di vista debba assumersi delle responsabilità”.