Camusso, D’Antona vero esempio di riformismo

Come ogni anno, così, nel quattordicesimo anniversario della sua tragica scomparsa, la figura di Massimo D’Antona è stata ricordata questa mattina a Roma, in via Salaria, nel luogo della sua barbara uccisione per mano delle Brigate Rosse il 20 maggio del 1999.

 Una commemorazione pubblica per ricordare la sua figura di uomo, studioso delle regole al servizio della democrazia e della coesione sociale, alla quale hanno preso parte lavoratori e lavoratrici, famigliari, sindacati e istituzioni. Ad intervenire dal palco l’esponente del PD, Walter Veltroni, il presidente del Senato, Pietro Grasso e il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, la quale ha riportato un messaggio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “la preziosa opera del professor D’Antona, il suo illuminante contributo nella elaborazione di nuove politiche del lavoro attente, in una dimensione europea, alle più aggiornate dinamiche organizzative e di rappresentatività sindacale – si legge nel messaggio -, rivestono ancor oggi un rilievo centrale, nel contesto di una crisi angosciante e drammatica, che impone alle Istituzioni, alle forze sociali e alle imprese la messa in atto di efficaci soluzioni per rilanciare l’occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese”.
 
A sottolineare la grande passione politica e civile e la capacità riformatrice di Massimo D’Antona anche il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso la quale ha ribadito come nulla può stroncare la forza rinnovatrice del giuslavorista. Con le parole di Massimo D’Antona Camusso ha aperto il suo intervento che riportiamo integralmente qui di seguito:

“‘Ci sono dei diritti fondamentali nel mercato del lavoro che devono riguardare il lavoratore, non in quanto parte di un qualsiasi rapporto contrattuale, ma in quanto persona che sceglie il lavoro come proprio programma di vita, che si aspetta dal lavoro l’identità, il reddito, la sicurezza, cioè i fattori costitutivi della sua vita e personalità’. Così scriveva Massimo D’Antona mentre era impegnato nella sua opera di costruttore, con un’attenzione continua non solo alla normativa, ma al complesso delle relazioni tra sindacati e imprese, tra norma e qualità del lavoro nei settori pubblici.

Tantissima è l’opera svolta da Massimo, seppur drammaticamente interrotta dall’atto terroristico, dall’abisso crudele della sua morte. A Lui dobbiamo la legge sulla rappresentanza nel lavoro pubblico costruita sulla necessità che ci fosse sempre una legittimazione dal basso verso l’alto. Ma nella convinzione dell’equilibrio necessario con la funzione di rappresentanza generale sempre riconosciuta al sindacato. Una legittimazione dal basso verso l’alto con la determinazione delle RSU, che non si ferma alla rappresentanza, ma alla funzione della contrattazione integrativa. Uno sguardo lucido sulla PA dove delegificare, modificare le norme, ha in sé la funzione di liberare i lavoratori e le lavoratrici dalla mancanza di missione. A partire da quell’idea positiva del lavoro, della persona, del proporre anche le norme in funzione positiva, sta la sua straordinaria capacità di vera riforma.

Era cosciente che proprio la profondità riformatrice del suo lavoro richiedeva una regia perché non si tornasse indietro.

Quanta ragione aveva, l’assenza di una forza riformatrice ha determinato coi governi della destra un continuo arretrare nella legificazione e nel contrasto a quel liberare i lavoratori dalla mancanza di missione. La sottrazione di responsabilità e l’insulto le regole per violarla che hanno guidato la destra, con le norme del ministro della Funzione Pubblica e del Welfare, basti pensare all’articolo 8 e alla volontà di trasformare la contrattazione nella deroga alla legge, invece che l’integrazione positiva, il senso della funzione di servizio che in particolare si ha nella PA.

Per questo merita sempre tornare a quella ispirazione e norma che dallo Statuto dei Lavoratori costruiva la legge sulla rappresentanza e guardava all’applicazione dell’articolo 39 della Costituzione. Passano quasi venti anni e si arriva oggi ad una proposta e possibilità di intesa per il privato sulle stesse linee guida.

Quel fare era esattamente avere a cuore il lavoro, come identità, sicurezza, progetto, non come prima merce sul mercato. In questo modo di trovare soluzioni, costruire scelte che come sempre hanno fatto e fanno discutere, vi è la coerenza etica di chi sapeva da che parte stare, non perché lo urlava, ma perché era il tratto netto, costante del suo lavoro.
Siamo qui nel quattordicesimo anno, perché memoria non sia mai cancellata. Perché ogni giorno torni il pensiero all’importanza di scegliere, cambiare per ridare senso e missione al lavoro. Memoria perché nella stagione della crisi tornano campanelli d’allarme, che si rivolgono a linguaggi che troppo bene conosciamo ed abbiamo contrastato, di cui abbiamo pianto troppe vittime. Qualche volta si pensa che passione sia data dall’urlo, dal sovrastare, dal contrapporre brutalmente, nell’esercizio della memoria possiamo imparare dalla sua grande passione, quella di Massimo, quella del sapere cosa si vuole cambiare, imparare invece dal suo stile, dalla sua intelligenza, la passione del vero riformare.
Questa è una lezione sempre necessaria. Grazie, Massimo”.

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