Perché la flat tax è una risposta sbagliata

Già dalle prime settimane di questa campagna elettorale è emerso che uno dei temi principali sarà il Fisco, specie nella sua accezione di politica tributaria.

In tutti i programmi di tutte le forze politiche ci si occupa (giustamente, vista la centralità del tema nella gestione di uno Stato) di riforma del fisco. E in tutti i programmi l’unica declinazione di questa tematica è la riduzione delle imposte, da attuarsi con diversi modi, tempi e su diverse platee di contribuenti.

Forza politica

Programma su Irpef

Azione – Italia Viva

Minimo esente; Imposta negativa per incapienti; detassazione per i giovani.

Partito Democratico

Riduzione dell’IRPEF per i redditi medi e bassi; decontribuzione di 1000 euro per i lavoratori; incentivo al lavoro del secondo percettore.

+ Europa

Esenzione fino a 10.000 euro; 3 aliquote Irpef (23%, 28%, 38%); incentivo al lavoro del secondo percettore.

Movimento 5 stelle

Taglio del cuneo fiscale; cashback immediato delle detrazioni.

Alleanza Verdi e Sinistra

Esenzione delle imposte fino a 12.000 euro; aliquote Irpef graduali fino a 65%.

Unione popolare

Riduzione Irpef sui redditi medi e bassi, aumento per i redditi alti; estensione della base imponibile; Patrimoniale oltre il milione di euro.

Centro-Destra

Riduzione delle imposte per tutti i contribuenti; Flat tax 15% per forfetari (Lega); Flat tax su reddito incrementale (FdI); Flat tax 23% Irpef (Forza Italia).

Ci sentiamo di ribadire, in premessa, che le imposte sono lo strumento attraverso cui un operatore pubblico raccoglie le risorse per mettere in atto le sue politiche, ivi incluso welfare, investimenti pubblici, sanità, istruzione.

La CGIL ha già avuto modo di esprimere l’idea secondo cui le imposte debbano essere riorganizzate incrementando la progressività, e che l’unica via per ridurre le imposte stabilmente sia attraverso un corrispondente recupero dell’evasione fiscale e contributiva, proprio al fine di non intaccare i mezzi a disposizione del Pubblico.

La flat tax generalizzata al 23%

Tra i diversi progetti di riforma fiscale torna a fare capolino la tassa piatta, o “Flat tax” ipotizzata come, a regime, al 23%.

La flat tax è un’imposta proporzionale al reddito, con un’aliquota fissa, costante e non progressiva, che quindi non aumenta all’aumentare del reddito. È in genere accompagnata da un sistema di deduzioni di base o legate a particolari situazioni in modo da variare e rendere (in genere assai poco) progressiva l’aliquota effettiva di prelievo e determinare delle aree di non tassazione (cd. No tax area).

Questo modello è disegnato secondo le ragioni del liberismo economico, paradigma seguendo il quale negli ultimi 30 anni sono notevolmente aumentate le diseguaglianze e che trova la sua più famosa espressione nella Reaganomics, l’idea del cosiddetto “sgocciolamento”, l’idea che abbassare le imposte ai più ricchi determini per ricaduta un aumento della ricchezza per tutto il sistema. Si sostiene, inoltre, contro ogni logica, che ridurre le imposte ridurrebbe l’evasione in quanto l’evasore è tale perché trova ingiusta una aliquota troppo elevata e si trasformerebbe in invece un contribuente onesto se l’aliquota rispondesse di più al suo concetto di giustizia. Idee entrambe mai dimostrate empiricamente in maniera chiara. Nelle proposte più articolate e ragionate di flat tax (ad esempio la proposta “25XTutti” dell’Istituto Bruno Leoni nel 2017) è sempre particolarmente evidente l’idea di restringimento del perimetro di intervento pubblico. Infatti, queste proposte più coerenti di abbassamento del prelievo fiscale si accompagnano sempre a imponenti tagli di spesa sociale, specie sanitaria e alla cancellazione delle spese fiscali (es. detrazioni per spese mediche o spese per scuola e formazione).

La più immediata risposta di chi si oppone alla flat tax rimanda all’articolo 53 della nostra Costituzione che impone una tassazione progressiva. Tuttavia concentrarsi sui soli profili di costituzionalità può essere esercizio facilmente eludibile da parte di chi propone un sistema flat. Eventuali deduzioni possono rendere progressiva la tassazione sul reddito lordo. Va detto, tuttavia, che tutte le proposte di flat tax avanzate disegnano un sistema a bassissimo tasso di progressività, che diviene addirittura impercettibile su redditi medio-alti o superiori.

In merito alla supposta grande diffusione della flat tax nel mondo, all’elenco di paesi portati a dimostrazione del successo di questo modello, oltre a paesi come Abkhazia, Sant’Elena, Tuvalu, o il caso della Russia, si citano i paesi dell’est europeo. Tali paesi, che hanno alle spalle una storia e condizioni di partenza assolutamente imparagonabili rispetto alle nostre, crediamo siano lungi da dover essere il nostro obiettivo. È, il loro, un modello che, oltre ad aver fruito di importanti fondi dell’Unione, rimane un laboratorio di abbassamento dei diritti rispetto al modello europeo tradizionale ed un’area di dumping e di ricatto per i lavoratori delle socialdemocrazie. In particolare i paesi orientali che sono nell’area della UE stanno fungendo da traino all’abbassamento dei costi e dei diritti dei lavoratori di tutta l’unione. Aggiungiamo che la Slovacchia, che ha scelto di dotarsi di una flat tax nel 2004 ha dovuto ripiegare 9 anni dopo e tornare ad un sistema progressivo multi aliquota.

Rispetto ad un sistema progressivo, un sistema flat fornisce sicuramente vantaggi ai redditi più elevati, ed è semplice comprendere che se da un sistema ad aliquote nominali crescenti con la progressione 23% – 25% – 35% – 43% al crescere del reddito si passa ad un’unica aliquota del 23% su tutti i redditi, il vantaggio maggiore sarà appannaggio proprio di quanti siano gravati di redditi assoggettati alle aliquote superiori.

Tuttavia, anche i redditi medi potrebbero ottenere dei benefici nel passaggio alla flat tax. Ma di quanto? E a che costo?

Reddito (€) Imposta lorda 2022 (€) Flat tax (€) Diff. mensile (€)
20.000 4.700 4.600 7,69
30.000 7.400 6.900 38,46
150.000 57.400 34.500 1.761,54

N.B. In mancanza di informazioni sulle deduzioni di accompagnamento alla riforma è possibile effettuare calcoli esclusivamente sull’imposta lorda (sia per il sistema attuale che per la flat tax). Gli importi rappresentano comunque una credibile rappresentazione della tendenza.

Possiamo notare che anche i redditi medio-bassi avrebbero dei vantaggi dall’applicazione della flat tax. Tali vantaggi sarebbero tuttavia imparagonabili rispetto a quelli che sarebbero appannaggio dei redditi più elevati.

Analizzando i dati MEF la riduzione dell’imposta lorda derivante da una flat tax al 23% ammonterebbe a circa 27 miliardi. Di questi, oltre il 42% andrebbe a beneficio del 10% più ricco dei contribuenti (fonte: lavoce.info).

Cosa significa 27 miliardi in meno di gettito?

Sulla base dei dati analitici della spesa pubblica del MEF sul 2020, 27 miliardi in meno significa (tra le altre cose) circa 7 miliardi in meno da destinare a previdenza e welfare, oltre a 5 miliardi in meno per la sanità pubblica e 2,7 miliardi in meno per finanziare l’istruzione. E il tutto per premettere ai contribuenti più ricchi di divenire ancora più ricchi e per seguire le due fallacie dello “sgocciolamento” e della funzione anti evasione di una riduzione delle imposte, teorie smentite da ogni evidenza empirica.

La flat tax al 15% fino a 100.000 euro

Diverso è il discorso relativo alla proposta della flat tax 15% fino ai 100.000 euro.

Almeno nella sua formulazione iniziale, quando si parla di questa proposta si tratta di estendere un provvedimento già esistente, ovvero il regime dei forfetari, ex regime dei minimi, che ha, appunto, mutato nome in “flat tax” durante il primo governo Conte che già aveva in programma la sua estensione fino ai 100.000 euro. Se vi sono ipotesi di una flat tax generalizzata al 15%, per essa valgono, e amplificate, le considerazioni già fatte nella prima parte di questa nota.

Attualmente i lavoratori autonomi e gli imprenditori individuali con ricavi o fatturato entro i 65.000 euro annui subiscono una tassazione cedolare del 15% su un reddito calcolato applicando una aliquota percentuale ai ricavi.

Il progetto in questione punta a innalzare la soglia massima dagli attuali 65.000 a 100.000 euro. Questo varrebbe, appunto, solo per i forfetari, per poi essere esteso, ma come obiettivo a lungo termine, “anche a famiglie e imprese”.

Si tratterebbe, quindi, di una fetta assai ridotta di contribuenti, con costi molto inferiori rispetto alla flat tax generalizzata di cui abbiamo trattato in precedenza.

Il problema, in questo caso, è che si estenderebbe fino a limiti di fatturato elevati un sistema che già viene applicato ad una platea troppo estesa.

Il sistema della flat tax degli autonomi, infatti, è causa di iniquità, evasione, concorrenza sleale e soprattutto è espressione di una politica economica che vuole favorire la micro impresa anziché le realtà più articolate ed organizzate.

Iniquità

Finché il limite di ricavi massimo per accedere al regime era 30.000 euro (2018), l’aliquota di prelievo IRPEF tra autonomi e dipendenti con redditi simili non soffriva, salvo rari casi, di una differenza così marcata. L’aliquota nominale minima IRPEF è infatti il 23%, ma, grazie alle detrazioni, per i redditi bassi e medio-bassi l’aliquota media effettiva, ovvero la percentuale di reddito lordo che viene trattenuta in busta per pagare le imposte, è sempre di molto inferiore. Con l’attuale soglia di ricavi di 65.000 euro, invece, si può arrivare ad un risparmio fiscale per l’autonomo rispetto al dipendente anche di 7.000 euro all’anno, in aggiunta ad un risparmio per il datore di lavoro/committente pari a 15.000 euro, cosa che, tra l’altro, incentiva l’assunzione di (false) partite IVA anziché incentivare il lavoro subordinato.

Premesso che un regime semplificato per i contribuenti minimi è presente ovunque, la sua naturale soglia dovrebbe attestarsi attorno a quella di un salario medio di un operaio, non certo 65.000 euro né tantomeno 100.000 euro.

Perché se incrementare la soglia, come è chiaro, aumenta la differenza di tassazione tra lavoro autonomo e dipendente, un ulteriore tema riguarda il contributo che il singolo contribuente fornisce, con le sue imposte, ai servizi pubblici universali.

Tale contributo attraverso l’imposta, come previsto dalla Costituzione, deve variare al crescere del reddito. Se invece passasse questa proposta, ci troveremmo di fronte ad una situazione paradossale oltre che profondamente ingiusta.

Ovvero quella di due lavoratori, un autonomo con ricavi pari a 80.000 euro ed un dipendente con reddito di 33.000 euro annui, il primo dei quali sosterrebbe la sanità ogni anno con 1.290 euro, il secondo con 1.400 euro, (comprese le addizionali locali, pagate solo dal dipendente). Ed entrambi, giustamente, avrebbero diritto di essere presi in carico, ad esempio, dal Pronto Soccorso di un ospedale pubblico.

Se gli 80.000 euro del forfetario fossero tassati come quelli del dipendente, questi dovrebbe contribuire al SSN, per il principio della progressività, con 5.200 euro. Nei fatti, quindi, attraverso l’estensione della flat tax, si permette ad un contribuente, in quanto non dipendente, di far mancare 3.900 euro alla sanità pubblica. Lo stipendio lordo mensile di un medico di Pronto Soccorso.

Evasione

Un sistema come quello dei forfetari in flat tax prevede, come detto, che si debba sottostare ad una soglia per poterne fruire. È un fenomeno studiato l’incentivo per il contribuente di non superare tale soglia, anche mettendo in atto pratiche di evasione pianificata, laddove possibile, per rimanere all’interno del regime agevolato. Aggiungiamo che solo da quest’anno è stato inserito l’obbligo di fatturazione elettronica per i forfetari (ma si mantiene l’esenzione per ricavi inferiori a 25.000 euro), e che tale provvedimento è stato avversato dalle forze che vogliono estendere la flat tax.

Concorrenza sleale

La presenza dei contribuenti in flat tax, esenti da IVA, finisce per porre in atto una concorrenza sleale tra l’impresa organizzata, che si espande, che investe e vuole crescere e che applica l’IVA e quindi presenta prezzi più elevati, a favore dell’impresa minima che invece non la applica.

Politica economica

Gli ultimi due elementi, disincentivo alla crescita dei fatturati e maggior competitività dei prezzi dei piccoli operatori (soprattutto nelle gare d’appalto) ci porta alla criticità finale e probabilmente portatrice delle peggiori conseguenze per l’economia. Di fatto, estendere fino a 100.000 euro la soglia della flat tax è un incentivo al nanismo d’impresa, è disincentivo all’investimento (a causa della determinazione forfetaria del reddito imponibile), alla disarticolazione delle realtà più organizzate, è il ritorno al “piccolo è bello” seguendo il modello dei distretti che ha fatto crescere sì l’Italia, ma negli anni ‘50 e ’60 del 900. Nella situazione attuale, con nuovi player sulla scena internazionale, con i giganti del web a definire standard di qualità e di costi, la microimpresa, generalmente caratterizzata da bassa produttività (e bassi salari, oltre ad una certa dose di informalità) e più in difficoltà a diventare nodo delle catene internazionali, non ci appare come lo strumento migliore.

Favorire fiscalmente questi operatori sembra essere una mossa elettorale, per distribuire uno sconto fiscale a un buon numero di potenziali elettori, ma al costo di indebolire l’intero sistema produttivo. Certamente ci sono, in alcuni settori come l’hi-tech, imprese piccole ma molto innovative e capaci, ma queste devono comunque essere incentivate a crescere. Vi sono anche settori di prossimità e servizi a basso valore aggiunto che avrebbero comunque difficoltà a crescere, ma che certamente non possono essere incentivati come se potessero essere il cuore produttivo di questo paese.

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