Barare legalmente, in Borsa si può

By: JRodrigues – All Rights Reserved

da Repubblica.it – Avete mai avuto l’impressione, quando sta per uscire un dato macroeconomico importante, che le Borse abbiano “intuito” qualcosa in anticipo? E’ un’impressione esatta. Ci sono trader che quel dato lo conoscono già. Hanno pagato per averlo in anticipo. Non è un reato, non è insider trading: purché si tratti di un dato elaborato da soggetti privati come università o centri di ricerca.

Lo rivela il Wall Street Journal che a questo fenomeno ha dedicato un’inchiesta. E fa un esempio concreto, un episodio accaduto il 15 marzo scorso. Quel giorno Wall Street aspettava un dato importante, l’indicatore della fiducia dei consumatori americani elaborato dalla University of Michigan. Una società di trading di Chicago, la Infinium Capital Management, quel dato lo conobbe con due secondi di anticipo sul resto degli investitori. Usò l’informazione per piazzare una massa di ordini “high-speed”, miriadi di transazioni computerizzate ad alta velocità. La sua scommessa: alla luce dell’andamento della fiducia dei consumatori la Borsa doveva scendere. E così fu. I sette milioni di transazioni al ribasso furono premiate, quel giorno.

La vicenda porta alla luce una inquietante lacuna nella normativa americana. Se si tratta di dati ufficiali elaborati dal governo o da qualcuna delle agenzie federali sotto la sua giurisdizione, la discrezione è d’obbligo, le regole per impedire fughe di notizie sono severe: nessuno deve avere in anticipo sugli altri quelle
informazioni. Ma non sta scritto da nessuna parte che gli operatori privati debbano seguire le stesse regole. Eppure alcuni di questi centri studi – che fanno capo alle università o altri istituti di ricerca – possono avere un forte impatto sui mercati. I due più importanti sono appunto l’indicatore sulla fiducia dei consumatori (University of Michigan), un barometro dell’attività delle imprese elaborato a Chicago, e l’indice manifatturiero che fa capo all’Institute for Supply Management. Nulla vieta a questi soggetti di vendere le loro informazioni con qualche secondo di anticipo. E infatti lo fanno.

Ma un esperto interpellato dal Wall Street Journal, il giurista Richard Painter, considera questo come un “cono d’ombra” della legislazione. Il contrasto è notevole, rispetto agli obblighi imposti alle società quotate: guai se fanno un’informazione “selettiva”, che può dare un vantaggio ad alcuni investitori. Di questi tempi in cui la magistratura newyorchese è implacabile nel dare la caccia ai colpevoli di insider trading, non c’è nulla di illecito se un investitore compra informazioni da un ente non quotato e le usa per speculare.

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