BPER: luci e ombre dell’aumento
Il calendario dell’operazione da 750 milioni. La popolare ha molti crediti deteriorati, piú della media di settore. Ma la pulizia è già stata fatta e dopo il rafforzamento patrimoniale potrebbe ripartire.
Come funziona l’aumento. L’aumento di capitale da 750 milioni di Bper è appena partito e si concluderà il 18 luglio. La trattazione dei diritti per sottoscrivere le azioni però andrà avanti solo fino all’11 luglio: i diritti non esercitati entro il 18 saranno poi offerti in Borsa entro il mese successivo alla conclusione dell’offerta.
Chi è già azionista e decide di non partecipare all’aumento subirà una diluizione pari al 30,41%. Chi invece sceglierà di farlo avrà la possibilità di sottoscrivere 7 nuove azioni ogni 16 possedute, al prezzo unitario di 5,14 euro.
Dall’aumento, garantito da un consorzio che subentrerà in caso ci fosse inoptato, la banca popolare si aspetta un incasso netto di 730 milioni, dunque ne spenderà 20 tra commissioni e altri balzelli. Dunque, Bper paga il 2,6% dell’aumento lordo, nella fascia bassa rispetto agli altri aumenti di capitale bancari finora realizzati.
A cosa serve. L’iniezione di mezzi freschi consentirà ovviamente di rafforzare il capitale per una banca che rientra nel novero delle 15 italiane che passerà sotto la sorveglianza della Bce; in questa fase infatti è sotto “esame” e solo a novembre, come per tutte le altre, si conosceranno i risultati di Aqr (asset qualità review) e stress test, tanto che il Prospetto informativo sottolinea che esiste la possibilità che a fine percorso si rendano necessari “nuovi interventi di patrimonializzazione”, almeno come rischio potenziale.
Pre aumento di capitale la banca aveva, a fine marzo 2014, un Core tier 1 ratio pari all’8,77% e un Cet1 phased in (il nuovo parametro di Basilea per la patrimonializzazione delle banche) pari al 9,24% che a parità di condizioni post aumento sarà maggiore del 10%, spiega il Prospetto (a titolo di esempio la banca più patrimonializzata in Italia, Intesa Sanpaolo, alla fine del primo trimestre scorso aveva un Cet1 del 12,6%).
La redditività e il nuovo piano industriale. La banca viene da un periodo difficile e il vecchio Piano industriale 2012-2014 mostra la corda: era stato pensato in un altro contesto economico e prima che partisse la cospicua opera di pulizia e di rettifiche sui crediti (conseguente all’ispezione di Bankitalia); dunque le previsioni di utile netto di fine anno, pari a 348 milioni, “non si ritengono più valide”, scrive il Prospetto (a fine trimestre l’utile era stato di 31,2 milioni). Un nuovo piano industriale è previsto per l’inizio del 2015. Gli ultimi tre anni hanno visto il risultato netto consolidato passare da più 237 milioni nel 2011 ad un rosso di 32 milioni nel 2012 e di nuovo ad un piccolo avanzo di bilancio nel 2013 (16 milioni di utile netto). Non una grande redditività dunque, ma l’aspetto positivo è che – fatta la pulizia – ora la banca può ripartire.
I punti critici: il tallone d’Achille di Bper è stata la qualità del credito. Come segnala subito il Prospetto, fin dalle avvertenze delle primissime pagine, c’è una “significativa esposizione dei crediti deteriorati, nettamente più
rilevante rispetto al dato medio di settore (con una percentuale media di eccedenza pari a circa il 50% a fine 2013)”. Piú in dettaglio, il rapporto crediti deteriorati lordi/impieghi lordi a fine 2013 era pari al 20,20% per Bper contro una media per le banche grandi del 13,60%. Ancora: le sofferenze lorde su impieghi lordi erano al 10,9% per Bper contro una media del 6,9% per le anche grandi; insomma, gli indicatori di Bper sono quasi il doppio. Un andamento in parte frutto delle indicazioni di Bankitalia, che a novembre 2012 aveva iniziato un’ispezione sui crediti e sull’adeguatezza delle rettifiche sui crediti in sofferenza (a Bper come in molte altre grandi banche italiane). Le conclusioni, arrivate nel giugno 2013, avevano portato a “risultanze parzialmente sfavorevoli” (gli effetti sulle rettifiche su crediti si sono visti in larghissima misura nella perdita del 2012).
Fonte: La Repubblica