Banche e Assicurazioni. Loro contribuiscono con un prestito. Noi paghiamo col salario. Una manovra sbagliata.


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S C I O P E R O   G E N E R A L E


1. Una manovra che fa cassa sul settore finanziario senza una visione complessiva

La manovra 2026 impone a banche e assicurazioni un insieme di misure fiscali frammentate, eterogenee e prive di una logica strutturale.
L’obiettivo del Governo è raccogliere 4,4 miliardi nel 2026 e 11 miliardi entro il 2029, ma lo fa attraverso interventi spot, introdotti senza una strategia di politica economica né una riforma fiscale organica.

Il risultato è una serie di prelievi episodici che non rafforzano il sistema, non garantiscono equità e scaricano costi indiretti su lavoratori, clientela e territori.

2. Aumento dell’IRAP ma non si valutano i rischi per lavoratori e clienti

La misura più rilevante è l’aumento delle aliquote IRAP:

  • per le banche dal 4,65% al 6,65%,
  • per le assicurazioni dal 5,90% al 7,90%,
    fino al 2028.

Il maggior gettito atteso è di 1,2 miliardi nel 2026 e 1,3 miliardi dal 2027.
Si tratta di una decisione che agisce solo sul lato del prelievo, senza alcuna valutazione sui costi che questo incremento produrrà in termini di:

  • minori investimenti,
  • maggiori oneri per la clientela,
  • più pressioni commerciali sui lavoratori.

3. Rinvio delle DTA: una partita di giro che crea rischi futuri

La manovra rinvia di due anni la possibilità di utilizzare le attività fiscali differite (DTA), obbligando il settore a un’anticipazione del pagamento delle tasse.
Si tratta di una misura puramente contabile, che genera gettito nell’immediato ma rischia di creare buchi di bilancio dal 2028, aumentando l’incertezza finanziaria.

4. Tassazione delle riserve: un affrancamento che in realtà è obbligatorio

Le riserve del 2023 potranno essere affrancate con una tassazione al 27,5%.
Formalmente è una scelta volontaria, ma di fatto non lo è:
tutti i dividendi pagati dopo il 2027 verranno considerati “prelevati” da quella riserva e tassati al 40%.

È un meccanismo che, di fatto, costringe le banche a svincolare le riserve e a distribuire dividendi al più presto, solo per evitare una tassazione più elevata.
La misura vale 1,65 miliardi nel 2026.

5. Minore deducibilità degli interessi passivi: un costo che ricade sulla clientela

La deducibilità passa dal 100% al:

  • 96% nel 2026,
  • 97% nel 2027,
  • 98% nel 2028,
  • 99% nel 2029.

Questa riduzione comporterà un aumento degli interessi praticati alla clientela, cioè imprese, famiglie e risparmiatori.
Una misura che, ancora una volta, non colpisce gli utili, ma i comportamenti commerciali e le condizioni economiche di chi usa i servizi bancari.

6. Misure disorganiche e pericolose: più fragilità e meno stabilità

Le misure fiscali previste non rafforzano il sistema finanziario, anzi:

  • spingono le banche a ridurre le riserve e distribuire dividendi troppo rapidamente;
  • aumentano potenziali elementi di fragilità sistemica, contrari alle raccomandazioni delle istituzioni europee;
  • introducono elementi di instabilità nei bilanci futuri (rinvio DTA);
  • riducono la capacità del sistema di sostenere famiglie e imprese.

Si tratta di interventi che potrebbero avere effetti negativi su credito, rischiosità e investimenti tecnologici.

7. Un dibattito politico sterile che oscura il vero problema: manca una riforma fiscale

La manovra ha scatenato un grande dibattito pubblico – spesso interno alla stessa maggioranza – concentrato sul “quanto far pagare alle banche”.
Questo scontro mediatico ha completamente soffocato l’unico vero tema: l’Italia non ha una riforma fiscale complessiva sulla tassazione degli utili d’impresa, né nel settore finanziario né altrove.

La scelta del Governo è infatti un prelievo emergenziale, deciso fuori da un disegno organico, trattato direttamente con il settore senza un quadro riformatore e senza criteri di progressività o equità.

8. L’Italia non è sola, ma è tra i paesi meno efficaci

In 12 paesi UE sono state introdotte misure straordinarie sul settore bancario negli ultimi tre anni.
L’Italia, però, si distingue per:

  • entrate effettive modeste,
  • misure instabili e disomogenee,
  • assenza di un quadro europeo condiviso.

Secondo la CGIL, un settore regolato a livello europeo deve avere una fiscalità altrettanto armonizzata e strutturale, non interventi spot.

9. Impatti diseguali: le grandi banche reggono, le piccole rischiano

La manovra non colpirà tutti allo stesso modo:

  • i grandi gruppi hanno riserve rilevanti e potranno affrontare gli affrancamenti;
  • le banche piccole, invece, rischiano conseguenze pesanti, proprio nei territori fragili dove svolgono un ruolo sociale essenziale.

La manovra non tiene conto delle differenze dimensionali e territoriali del sistema bancario italiano.

10. Una manovra che alla fine pagano lavoratrici, lavoratori e clienti

Il Governo presenta questi interventi come una “contribuzione del settore”, ma in realtà:

  • la riduzione della deducibilità spinge a aumentare i tassi;
  • l’obbligo di distribuire dividendi riduce gli investimenti;
  • la pressione sulle riserve aumenta i rischi;
  • il costo tende a scaricarsi su clientela e lavoratori, non sugli utili.

È una contribuzione che assomiglia più a un prestito forzoso del settore, che verrà recuperato nel tempo a discapito di servizi e salari.

11. Conclusione: una manovra sbagliata, che danneggia il settore e il Paese

Il settore finanziario ha già ricevuto aiuti pubblici per oltre 1.400 miliardi in Europa nel decennio 2008–2018: una fiscalità strutturale sarebbe legittima ed equa.
Ma questa manovra non è strutturale, non è equa e non è utile:

  • aumenta il rischio sistemico,
  • scarica costi su lavoratori e clientela,
  • penalizza le realtà territoriali più fragili,
  • sostituisce la riforma fiscale con decisioni episodiche e trattate bilateralmente,
  • non contribuisce alla crescita economica del Paese.

Una manovra sbagliata, che colpisce tutti tranne i veri privilegiati del sistema.

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