Aspettando Godot

  Siamo nel tempo dei rinvii. Rinviato il problema IMU, rinviato quello sull’aumento dell’IVA, rinviato quello di trovare ulteriori fondi per completare la copertura della Cassa Integrazione. Il cosiddetto decreto del fare è una necessaria prova di buona volontà, ma sconta forti difficoltà, in attesa di una ripresa che nessuno riesce a vedere abbastanza prossima. 

E per il Mezzogiorno le difficoltà sono ancora più accentuate, con un tessuto industriale rinsecchito se non in pieno disfacimento, servizi scadenti, giustizia lentissima, burocrazia e corruzione fuori da ogni misura, infrastrutture non competitive, forte razionamento del credito e una disattenzione generale a questi temi decisamente negativa e perniciosa, tanto da indurre a ribadire il concetto di un Sud dimenticato. Un Sud che “nel tempo si è andato privando di strumenti reali in grado di suscitare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle élite. Con le grandi banche meridionali inglobate nelle corporation finanziarie lombardo-piemontesi e i media monopolizzati dall’asse Roma-Milano catturare l’attenzione non è certo semplice” (rapporto Censis mag 2013). Ovviamente l’opinione pubblica, le élite e tutta la classe dirigente meridionale hanno le proprie gravissime colpe e i propri immensi demeriti ma questo che cosa toglie adesso al perdurante declino di questa macroregione che, soprattutto in un contesto di crisi generale, ha riverberi nazionali ed anche europei di portata incalcolabile, quasi al punto da temere che il morto afferri il vivo (che già non gode di buona salute)? Parlano i dati. Negli ultimi 4 anni gli occupati nell’industria meridionale si sono ridotti del 15,5% (5,5% nel centronord), 7.600 imprese manifatturiere del sud (su 137mila, flessione del 5,1%) sono uscite dal mercato tra il 2009 e il 2012, con punte maggiori in Campania e Puglia; e per quel che riguarda il resto abbiamo il 31,9% di Neet al sud a fronte del 22% nazionali; il tasso di abbandono scolastico è del 21,2% nel meridione e del 16% al centronord; le università del sud vedono restringersi gli iscritti di percentuali a due cifre in 4 delle 8 regioni del sud — Basilicata -14,2%, Sardegna -17,5%, Calabria -24,6% e Sicilia -35% –; i disoccupati con laurea sono il 10% al sud e il 6% al centronord; dei 505mila posti di lavoro persi tra il 2008 e il 2012, il 60% ha riguardato il sud mentre il 34,5 dei giovani tra i 15 e i 29 anni non riesce a trovare lavoro su un tasso di disoccupazione giovanile in Italia del 25% (rapporto Censis cit.). Ora, non è che non si riconosca al Governo le compatibilità di cui deve tener conto nel prendere le proprie decisioni né la già citata buona volontà, ma si capisce, a fronte di questi dati agghiaccianti, come gli incentivi per l’assunzione dei giovani disoccupati (con dotazione maggiore per il sud) e l’intervento sul Fondo centrale di garanzia per favorire l’accesso al credito da parte delle imprese sembrino in tutta onestà solo dei pannicelli caldi. E il fatto di destinare alla occupazione giovanile parte dei fondi UE preoccupa più che rallegrare: dei 43,6 mld per il 2006/2013 dell’Obiettivo convergenza risultano spesi solo 9,2 (il 21,2%). Gran parte del restanti, esclusi quelli almeno già impegnati (il 53%), andranno persi? E per gli stanziamenti 2014/2020 di futura programmazione quale la strategia del Governo? L’idea di una cabina di regia, non una nuova Cassa per il Mezzogiorno intendiamoci, ma un soggetto con facoltà di indirizzo, consulenza e controllo sarà presa in considerazione? 

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