
Una importante giornata di confronto
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Le trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali degli ultimi anni stanno incidendo profondamente sul mondo del lavoro, ridefinendo equilibri, ruoli e modalità di interazione tra imprese, lavoratori e istituzioni. In questo scenario in continua evoluzione, le relazioni industriali si confermano sempre più strategiche per governare il cambiamento, promuovere il dialogo sociale e garantire condizioni di lavoro eque e sostenibili.
In questo quadro si inserisce il convegno – fortemente voluto dal Segretario Generale – “Relazioni industriali e dinamiche del lavoro: una giornata di confronto” che ha offerto un’importante occasione di dialogo tra mondo politico, accademico, parti sociali e Istituzione. Il confronto tra esperienze e prospettive diverse ha consentito di mettere a fuoco le principali sfide del mercato del lavoro e di delineare possibili soluzioni capaci di coniugare competitività, innovazione e tutela dei diritti.
Intanto, una cosa va detta.
Se davvero il nuovo Segretario Generale e la sua squadra vogliono inaugurare un metodo diverso, che metta finalmente e definitivamente il capitale umano al centro del tavolo e punti su dialogo, condivisione e analisi preventiva con le Organizzazioni Sindacali, è giusto riconoscerlo. Sarebbe un fatto positivo. E sarebbe anche una salutare discontinuità rispetto a stagioni in cui troppo spesso prima si decideva e poi, al massimo, si raccontava.
Naturalmente, come sempre, il punto non è applaudire alle intenzioni. Il punto è verificare se alle parole seguiranno i fatti.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN BANCA D’ITALIA:
NON BASTA DIRE “FORMAZIONE” PER DIRE “TUTELA”
Quello di oggi è il primo appuntamento con cui vogliamo raccontare i temi illustrati dalla Banca nella sessione pomeridiana del convegno sulle Relazioni industriali dello scorso 8 aprile. Apriamo con un tema che entrerà sempre di più nella vita lavorativa quotidiana di tutte e tutti: “La sfida delle competenze ai tempi dell’IA: la diffusione delle soluzioni di IA in Banca e i possibili impatti sul lavoro”.
Seguiranno poi altri due focus specifici su “Gli scenari di Longer Working Life e l’age management nella contrattazione in Italia”, anche alla luce dei risultati del sondaggio “Alla mia età”, e su “Persone e competenze nel nuovo assetto della Rete Territoriale”.
Nella sessione “a porte chiuse” del convegno, l’Amministrazione ha illustrato le iniziative con cui pensa di affrontare l’arrivo dell’intelligenza artificiale nel lavoro di tutti i giorni. La risposta immaginata, per ora, sembra poggiare soprattutto su due pilastri: grande sforzo formativo e attività di analisi per prevenire o superare l’obsolescenza delle competenze e dei processi.
Bene. Ma diciamolo subito: non basta pronunciare la parola “formazione” per mettere in sicurezza il lavoro.
Perché l’IA non è una novità neutra, né una moda tecnologica da inseguire con qualche corso e una manciata di slide ben confezionate. È una trasformazione che incide sul modo di lavorare, sui processi, sulle responsabilità, sui margini di autonomia professionale, sulla gestione dei dati, sul controllo delle attività e, in ultima analisi, sugli equilibri di potere dentro l’organizzazione.
Per questo noi continuiamo a dire una cosa molto semplice: l’innovazione va governata, non celebrata. E governarla vuol dire due cose insieme: coglierne le opportunità, ma anche mettere regole, tutele, trasparenza e limiti chiari.
In una Banca centrale il tema è persino più delicato. Qui non si parla solo di “fare prima” o “fare di più”. Qui si parla di funzioni che richiedono affidabilità, riservatezza, controllo dei processi, responsabilità e qualità del giudizio professionale. E proprio per questo l’intelligenza artificiale non può essere introdotta come se fosse un semplice upgrade informatico.
La formazione serve, eccome. Ma deve essere vera, continua, mirata, svolta in orario di lavoro e costruita come diritto, non come ennesimo obbligo individuale da incastrare tra carichi crescenti e tempi sempre più compressi. Perché quando l’aggiornamento viene scaricato sui singoli, smette di essere una opportunità e diventa subito una pressione. E guarda caso la pressione, alla fine, ricade sempre sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Ma soprattutto, dietro la narrazione della modernizzazione, iniziano già a vedersi i primi nodi veri. E sono nodi che non possono essere lasciati sullo sfondo.
Il primo riguarda la riservatezza.
Se si introducono strumenti di IA, bisogna sapere con precisione quali dati entrano nei sistemi, come vengono trattati, dove transitano, chi può accedervi e con quali garanzie. In una realtà come la nostra, pensare di affrontare questo tema con leggerezza sarebbe non solo ingenuo, ma pericoloso. La tutela della riservatezza non è un dettaglio da sistemare dopo. È una condizione di partenza.
Il secondo problema è il controllo dei processi.
Quando un sistema suggerisce, sintetizza, classifica, orienta o supporta decisioni, bisogna chiarire fino in fondo dove finisce l’ausilio tecnico e dove comincia la responsabilità umana. Perché il rischio è evidente: che la macchina venga presentata come neutrale, mentre in realtà sposta pezzi di decisione, opacizza i passaggi e rende meno chiaro chi controlla davvero cosa.
Il terzo tema, ancora più scivoloso, è quello del possibile controllo delle attività lavorative attraverso mezzi informatici.
Qui non servono giri di parole. L’IA non può diventare il cavallo di Troia per introdurre forme più sofisticate, pervasive e opache di monitoraggio del lavoro. Tempi, comportamenti, modalità operative, produttività, interazioni: non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche legittimo o accettabile. E non sarà certo il vocabolario dell’innovazione a rendere digeribile ciò che ieri sarebbe stato chiamato per quello che è: controllo.
Ed è qui che il sindacato deve stare dentro la partita fino in fondo. Non per fare il tifoso del “no” a prescindere. Ma nemmeno per recitare la parte della comparsa modernizzatrice mentre altri decidono davvero.
Roma, 10 aprile 2026
La Segreteria Nazionale