Landini: “Salari, sanità, figli, gli italiani stanno peggio ma Meloni parla d’altro”
Il segretario generale della Cgil a la Repubblica: “Vogliono distrarre l’attenzione degli italiani dai problemi reali”
In un’intervista a la Repubblica, Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, traccia un bilancio dei quasi quattro anni del governo Meloni, evidenziando il peggioramento delle condizioni economiche e sociali del Paese: dall’aumento della pressione fiscale e dei costi energetici alla riduzione di salari e investimenti, fino alla crescita delle disuguaglianze e alla fuga dei giovani all’estero. Un quadro che pone interrogativi sul futuro del Paese. «Stiamo peggio di quattro anni fa e il futuro del Paese è in discussione».
da “la Repubblica” – Intervista di VALENTINA CONTE
ROMA“Stanno facendo tutto loro”, dice Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. La polemica di Marcinelle, con gli attacchi della premier Giorgia Meloni e del presidente del Senato Ignazio La Russa al sindacato, è ancora calda. Landini non intende inseguirla: «Vogliono distrarre l’attenzione degli italiani dai problemi reali». E parte da qui per mettere in fila le accuse al governo.
Segretario, perché il governo ce l’ha con la Cgil?
«Bisognerebbe chiederlo a loro. A noi interessa risolvere i problemi delle persone, a partire da una pace disarmata e disarmante, come ci indica Papa Leone XIV. Non è il momento delle polemiche, ma delle soluzioni. Ce lo ricorda il Presidente della Repubblica: dalla crisi energetica ai salari, dalla sanità alla casa, dall’occupazione alle crisi industriali. Ho la sensazione che il governo punti invece a distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica. Se si vogliono affrontare i problemi, la Cgil c’è. Se si vuole alimentare la polemica fino agli insulti personali, non abbiamo tempo da perdere».
Il 4 settembre quello di Giorgia Meloni diventerà il governo italiano più longevo. Qual è il bilancio di questi quasi quattro anni?
«La domanda che ogni italiano dovrebbe farsi è: sto meglio o peggio di quattro anni fa? Le manovre si sono concentrate su austerità e riarmo. Guardiamo ai loro record: aumentano benzina e gas, cresce la pressione fiscale e l’occupazione degli over 50 perché peggiorano la Fornero, giovani che vanno all’estero. In Spagna ci sono 300mila italiani, in Italia 30mila spagnoli. Sono saliti i profitti, calati investimenti e salari. Il Pil non cresce, la casa è tornata un diritto negato. E si allargano le diseguaglianze: l’1% più ricco possiede il 25% della ricchezza, il 50% più povero poco più del 7%. Stiamo peggio di quattro anni fa e il futuro del Paese è in discussione».
Settant’anni dopo Marcinelle, in Italia si continua a morire sul lavoro. E il governo ha appena approvato la riforma della 231. Cosa cambia?
«È il paradosso. Quattro giorni prima di Marcinelle il governo ha preso due provvedimenti pericolosi e sbagliati. Con la modifica della 231 diminuiscono le responsabilità delle imprese e di fatto si azzerano le necessarie azioni preventive sulla sicurezza. E con un decreto si commissaria la Corte dei conti, comprimendo i controlli sull’uso del denaro pubblico. Intanto si continua a morire sul lavoro, anche per il caldo. Non per sfortuna, ma per un modello d’impresa fondato su precarietà, subappalti e lavoro nero. E che spesso guarda solo al profitto. Dicono una cosa e ne fanno un’altra».
Il Mimit sostiene che le crisi industriali sono diminuite. È così?
«Le aziende coinvolte in tavoli di crisi o monitoraggio sono più di 120, per 142mila addetti, senza contare quelle gestite dalle Regioni. Ma una crisi non si risolve solo perché il governo dà gli ammortizzatori sociali, se non ripartono poi produzione e investimenti. Solo a settembre sono previsti 41 incontri. È una situazione pericolosa, che mette in discussione la vocazione manifatturiera del Paese».
Ex Ilva. È spuntata la cordata dei “patrioti” dell’acciaio. Realistica?
«Bene l’interesse degli acciaieri italiani, ma per quale piano industriale? L’Ilva deve continuare a produrre acciaio, passando dagli altoforni alla decarbonizzazione, per tutelare la sicurezza e la salute di tutti. Non comprarlo per trasformarlo. Altrimenti sono in discussione 6mila posti, più l’indotto. Le lavoratrici e i lavoratori del gruppo in questi giorni hanno scioperato per un vero piano industriale e la presenza dello Stato: unica strada per un futuro».
In autunno arriverà la quinta manovra del governo Meloni, l’ultima. Cosa chiede la Cgil?
«Una vera riforma fiscale: tutte le forme di reddito devono essere tassate in modo progressivo, non soltanto lavoro e pensioni. Basta flat tax. Chiediamo la restituzione del fiscal drag: dipendenti e pensionati hanno pagato oltre 25 miliardi di tasse in più. Bisogna intervenire sulle rendite finanziarie e immobiliari per trovare risorse per sanità, casa e politiche industriali. È sbagliato che l’unica spesa a salire sia quella per le armi. A crescere devono essere stipendi e pensioni».
Ma la difesa significa anche commesse e posti di lavoro. Non c’è una contraddizione nel vostro no all’aumento delle spese militari?
«Non la vedo. La conversione dell’economia italiana ed europea in un’economia di guerra è un’illusione. Ventuno miliardi in armi non ci renderanno più sicuri: allontaneranno la pace e toglieranno risorse allo stato sociale. Non troviamo infermieri e medici, invecchiamo e non facciamo figli. A Gaza come in Ucraina si continua a morire. Prima si prende atto che questa scelta è sbagliata e meglio è».
A settembre riparte il confronto sulla rappresentanza. Ci sarà un accordo?
«Lavoriamo per raggiungerlo sulla base della piattaforma unitaria di Cgil, Cisl e Uil. L’obiettivo è cancellare i contratti pirata. E dare a lavoratori e lavoratrici il diritto di votare sugli accordi che li riguardano. I contratti nazionali devono aumentare, non solo difendere, il potere d’acquisto dei salari. Può aprirsi una fase nuova».
La Cgil appare isolata: Cisl e Uil dialogano con il governo. E con Ugl vanno ai convegni della destra Ue. Una nuova “triplice”, verrebbe da dire. Quale sarà il vostro autunno?
«È una lettura politica e partitica. Un sindacato è isolato quando non ha iscritti, rappresentanza, viene abbandonato dai lavoratori. Non è il caso della Cgil, né di Cisl e Uil: insieme coprono quasi tutta la rappresentanza. La vittoria dei No al referendum sulla giustizia ha riaffermato che la maggioranza del Paese crede nella Costituzione e chiede che venga difesa e applicata. Con associazioni e reti di cittadinanza stiamo discutendo di rilanciare la mobilitazione pacifica e democratica nelle piazze, mettendo al centro la Costituzione contro il ritorno a forme autoritarie».
Vede una deriva autoritaria di questo governo?
«Hanno attaccato la giustizia. Sull’autonomia differenziata — nonostante lo stop della Consulta — vanno avanti. Penso alla legge elettorale e all’attacco esplicito al diritto di sciopero. Non hanno mai nascosto di voler mettere mano a una Costituzione alla cui scrittura non hanno partecipato».
Perché si fanno pochi figli?
«Perché precarietà e insicurezza tra le nuove generazioni sono pesantissime. Io ho 65 anni e ho avuto la fortuna di non conoscerle. Quelli prima di me avevano conquistato diritti che permettevano di costruirsi una vita, avere una casa, fare figli. Il governo ha affossato il congedo paritario, mentre il Pnrr ha ridotto il numero di asili nido da realizzare. E c’è la paura del futuro, anche della guerra. La percepisco tra i giovani. Bisogna ridare loro fiducia».
Si avvicina la fine del suo mandato. Quale eredità pensa di lasciare alla Cgil? E dopo cosa farà?
«La Cgil quest’anno compie 120 anni. Abbiamo cercato di rimettere al centro il lavoro e le persone che per vivere devono lavorare. I segretari passano, la Cgil resta. Faremo il congresso dopo le politiche: questo significa che non sarò candidato. Ho iniziato a lavorare a 15 anni da apprendista e mi sono ritrovato a fare il segretario generale della Cgil: non vedo nulla di più importante. Dopo 50 anni di lavoro mi prenderò del tempo per me e la mia famiglia. Poi vedremo».
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