
Sei donne uccise in pochi giorni
C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un Paese che interrompe per qualche minuto le vacanze per contare le donne uccise.
Un nome. Poi un altro. Poi un altro ancora: Carmela Bifano, Joanna Rouissi, Michela Rubiu, Ornella Forastefano, Tania Terrin e Maria D’Alessandro. Sei donne diverse per età, provenienza e storia personale. Sei vite spezzate in pochi giorni da uomini che erano o erano stati compagni, mariti o fidanzati.
Le notizie scorrono veloci sugli schermi dei telefoni, tra una foto al mare e una cena con gli amici. Qualche commento indignato. Qualche dichiarazione di circostanza. Poi si passa oltre.
Ma per le donne che non ci sono più non si passa oltre. Per le loro figlie e i loro figli non si passa oltre. Per le famiglie, le amiche, i colleghi, non si passa oltre.
Perché continuiamo a sorprenderci?
Ogni femminicidio ci pone una domanda semplice e scomoda: perché continuiamo a sorprenderci?
Sappiamo da anni che la violenza contro le donne non nasce all’improvviso: nasce quando il controllo viene scambiato per amore, quando la libertà di una donna viene vissuta come una minaccia, quando un rifiuto viene considerato un affronto, quando l’autonomia femminile viene tollerata solo finché non mette in discussione il potere maschile. Qui siamo di fronte a qualcosa che si ripete, si alimenta e si tramanda.
Tania Terrin aveva già chiesto aiuto
E c’è un altro fatto che non possiamo ignorare: Tania Terrin aveva già chiesto aiuto. La madre ha raccontato che lei e altri familiari si erano rivolti alle forze dell’ordine sette, otto volte e che Tania aveva anche presentato una querela. C’era stato inoltre un ammonimento del questore.
Cosa deve accadere perché una denuncia diventi davvero protezione?
Le richieste della CGIL contro la violenza sulle donne
La CGIL chiede politiche strutturali, non interventi occasionali:
Centri antiviolenza e case rifugio più forti e finanziati stabilmente, con servizi pubblici adeguati e una presenza capillare sul territorio.
Protezione effettiva per chi denuncia, con una presa in carico tempestiva e coordinata e una formazione adeguata di tutti gli operatori e le operatrici coinvolti.
Un vero sostegno al Reddito di Libertà, per le donne che escono dalla violenza, perché nessuna donna dovrebbe essere costretta a rimanere in una relazione violenta per paura di non poter mantenere se stessa o i propri figli.
Contrasto alla violenza anche nei luoghi di lavoro, rafforzando tutele, congedi, contrattazione e strumenti che permettano alle lavoratrici vittime di violenza di non perdere il proprio reddito e il proprio posto di lavoro.
Prevenzione e educazione, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, per contrastare stereotipi, sessismo, controllo e cultura della violenza.
Ogni luogo può contribuire a cambiare la cultura della violenza
Nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei media, nella politica, nelle famiglie: ogni luogo può contribuire a cambiare la cultura che rende possibile la violenza oppure scegliere di ignorarla.
Come organizzazione sindacale sappiamo che il contrasto alla violenza passa anche dall’indipendenza economica, dalla tutela delle persone più fragili, dalla costruzione di ambienti di lavoro fondati sul rispetto e sull’uguaglianza.
Il femminicidio è un problema sociale, culturale e democratico
Perché il femminicidio non è una tragedia privata: è un problema sociale, culturale e democratico. E riguarda tutte e tutti.
Se non ci indigniamo soltanto quando accade, ma agiamo prima, allora qualcosa può cambiare.
Roma, 31 agosto 2026
La Segreteria Nazionale