
La revisione dei coefficienti di trasformazione prevista per il 2027 rischia di ridurre ulteriormente gli importi delle pensioni future. Secondo un’analisi dell’Osservatorio Previdenza della Cgil, a parità di contributi versati e di età di pensionamento, gli assegni saranno più bassi rispetto al passato, con perdite che, nell’arco della pensione, potranno raggiungere diverse migliaia di euro.
Pensioni 2027: lavorare più a lungo non garantirà assegni più alti
Andare in pensione sempre più tardi, ricevendo un assegno progressivamente più basso. È questa la prospettiva che emerge dall’analisi dell’Osservatorio Previdenza della Cgil sull’evoluzione dei coefficienti di trasformazione, i parametri utilizzati per convertire il montante contributivo accumulato durante la vita lavorativa nell’importo della pensione.
Mentre il Governo continua a richiamare l’obiettivo del superamento della legge Fornero, i dati evidenziano una realtà diversa: lavoratrici e lavoratori rischiano di dover prolungare la propria attività senza ottenere un trattamento pensionistico proporzionato ai contributi versati.
A denunciare questa contraddizione è Stefania Filetti, segretaria confederale della Cgil, che sottolinea come la progressiva riduzione dei coefficienti finisca per penalizzare il reddito dei futuri pensionati.
Il problema, infatti, non riguarda soltanto l’importo mensile dell’assegno. Una riduzione apparentemente contenuta può tradursi, nel corso degli anni, in migliaia di euro di pensione non percepiti, aggravando il rischio di impoverimento soprattutto per chi ha avuto carriere discontinue, retribuzioni basse o periodi di inattività.
Come cambiano i coefficienti di trasformazione delle pensioni
L’Osservatorio Previdenza della Cgil ha confrontato i coefficienti di trasformazione previsti per il 2027 con quelli applicati nel 2025-2026 e nel 2024, ipotizzando condizioni identiche per quanto riguarda il montante contributivo e l’età al pensionamento.
Questo metodo permette di isolare l’effetto della modifica dei coefficienti e di misurare quanto incida effettivamente sulla pensione.
È importante distinguere le due situazioni previdenziali:
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Sistema contributivo integrale: la revisione dei coefficienti incide sull’intero importo della pensione.
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Sistema misto: la riduzione interessa esclusivamente la quota dell’assegno calcolata con il metodo contributivo.
Le simulazioni dimostrano che le revisioni introdotte dal 2025 e quelle previste dal 2027 producono una diminuzione strutturale del trattamento pensionistico, destinata a ripetersi per tutta la durata della pensione.
Pensione a 64 anni: fino a 18.943 euro di perdita cumulata
Uno degli esempi elaborati dall’Osservatorio riguarda il pensionamento a 64 anni, prendendo come riferimento una quota contributiva che, applicando i coefficienti del 2024, avrebbe garantito 1.500 euro lordi mensili.
Con i coefficienti del 2027, lo stesso montante contributivo produrrebbe un assegno di 1.449,36 euro lordi mensili.
La differenza è di 50,64 euro al mese, corrispondenti a circa 658 euro lordi all’anno, considerando tredici mensilità.
Secondo Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale, l’impatto diventa particolarmente significativo se si considera l’intero periodo di percezione della pensione.
Nello scenario convenzionale utilizzato dall’Osservatorio, la perdita complessiva raggiunge:
- 14.207 euro per le donne;
- 11.574 euro per gli uomini.
L’analisi prende in considerazione anche assegni di importo differente, evidenziando come la penalizzazione cresca in valore assoluto all’aumentare della quota contributiva iniziale.
| Quota contributiva mensile di riferimento | Perdita cumulata donne | Perdita cumulata uomini |
|---|---|---|
| 1.000 euro | 9.471 euro | 7.716 euro |
| 1.500 euro | 14.207 euro | 11.574 euro |
| 2.000 euro | 18.943 euro | 15.432 euro |
Simulazioni Cgil per il pensionamento a 64 anni. Importi lordi, riferiti alle durate convenzionali considerate nello studio e al confronto tra coefficienti 2024 e 2027.Per una quota contributiva iniziale di 2.000 euro mensili, la perdita può quindi arrivare a quasi 19 mila euro per le donne e a oltre 15 mila euro per gli uomini.
Non si tratta di una riduzione temporanea, ma dell’effetto cumulato di assegni più bassi lungo il periodo di pensionamento considerato nelle simulazioni.
Pensione a 67 anni: quasi 600 euro in meno ogni anno
Un secondo esempio analizzato dalla Cgil riguarda un lavoratore che, al momento del pensionamento, percepisce una retribuzione annua di circa 30.000 euro e ha accumulato un montante contributivo rivalutato di circa 284.000 euro.
A 67 anni, l’applicazione dei diversi coefficienti produce i seguenti risultati:
| Coefficienti applicati | Pensione mensile lorda |
|---|---|
| 2024 | 1.250,13 euro |
| 2025-2026 | 1.225,01 euro |
| 2027 | 1.204,48 euro |
La diminuzione rispetto al 2024 è pari a 45,65 euro lordi al mese, ovvero 593,50 euro all’anno su tredici mensilità.
Considerando l’intera durata convenzionale del pensionamento, l’Osservatorio quantifica una perdita complessiva di:
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11.098 euro per le donne;
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8.724 euro per gli uomini.
Anche isolando il solo effetto dell’ulteriore revisione prevista dal 2027 rispetto ai coefficienti del biennio 2025-2026, la penalizzazione rimane rilevante: circa 4.992 euro per le donne e 3.924 euro per gli uomini.
Questi valori mostrano come le successive revisioni possano incidere concretamente sul potere economico dei pensionati, anche quando il capitale contributivo accumulato resta invariato.
La riduzione degli assegni aumenta con l’età di pensionamento
Un altro elemento significativo riguarda la diversa incidenza percentuale della revisione dei coefficienti in relazione all’età di uscita dal lavoro.
Rispetto ai parametri del 2024, l’analisi Cgil evidenzia le seguenti riduzioni della quota contributiva della pensione:
Quanto diminuiscono le pensioni nel 2027
Riduzione della quota contributiva rispetto ai coefficienti del 2024, a parità di età e montante contributivo.
Fonte: Osservatorio Previdenza Cgil. Confronto coefficienti 2024-2027. Barre proporzionate al valore massimo rappresentato.
Riduzione percentuale a parità di età e montante contributivo, confrontando i coefficienti del 2027 con quelli del 2024.
Il dato evidenzia un aspetto particolarmente importante: la penalizzazione percentuale derivante dalla revisione dei coefficienti risulta maggiore alle età di pensionamento più elevate.
Questo non significa che pensionarsi più tardi produca necessariamente un assegno inferiore rispetto a un’uscita anticipata. Significa, invece, che a parità di età e contributi accumulati, i coefficienti del 2027 garantiscono una pensione più bassa di quella che sarebbe stata riconosciuta applicando i parametri del 2024.
Le richieste della Cgil: flessibilità, pensione di garanzia e tutela dei lavori gravosi
Per la Cgil, i dati confermano la necessità di un cambiamento profondo delle politiche previdenziali.
Secondo Stefania Filetti, non è sufficiente annunciare il superamento della legge Fornero se, nella realtà, continuano a prospettarsi requisiti pensionistici più elevati e trattamenti economici meno favorevoli.
La Confederazione indica alcune priorità sulle quali intervenire:
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Maggiore flessibilità in uscita, per consentire alle persone di scegliere quando andare in pensione attraverso strumenti realmente accessibili.
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Riconoscimento dei lavori gravosi e delle attività di cura, tenendo conto delle differenti condizioni di lavoro, salute e vita.
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Pensione di garanzia per i giovani, per contrastare il rischio di assegni insufficienti legato a carriere discontinue e bassi salari.
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Maggiore tutela previdenziale delle donne, che più frequentemente subiscono interruzioni lavorative e penalizzazioni contributive.
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Difesa dell’adeguatezza delle pensioni, per impedire che le future generazioni di pensionati siano esposte a un progressivo impoverimento.
La maggiore aspettativa di vita rappresenta un progresso sociale, ma non può trasformarsi automaticamente in un motivo per imporre nuovi sacrifici a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori.
Non tutte le professioni comportano gli stessi livelli di fatica e rischio, così come non tutte le persone arrivano alla pensione nelle medesime condizioni di salute ed economiche.
Per questo, secondo la Cgil, qualsiasi riforma previdenziale deve partire dal riconoscimento delle differenze e dall’obiettivo di garantire trattamenti pensionistici dignitosi.
Pensioni, salari e lavoro stabile: una battaglia comune
La questione previdenziale è strettamente collegata alla qualità del lavoro e al livello delle retribuzioni.
Salari bassi, precarietà e discontinuità occupazionale determinano infatti contributi previdenziali più contenuti e, di conseguenza, pensioni future più basse.
Per la Cgil, difendere il potere d’acquisto delle retribuzioni e promuovere occupazione stabile significa quindi intervenire anche sulla sostenibilità sociale del sistema pensionistico.
Non basta modificare i requisiti di accesso alla pensione: occorre creare le condizioni affinché chi lavora possa costruire, durante la propria vita professionale, una posizione contributiva adeguata.
In assenza di interventi strutturali, il rischio è quello di consegnare alle prossime generazioni un sistema nel quale si lavora più a lungo, si accumulano contributi insufficienti e si ricevono pensioni incapaci di garantire un tenore di vita dignitoso.
Sciopero generale del 20 novembre: la previdenza tra le rivendicazioni
Anche la riforma delle pensioni sarà al centro dello sciopero generale del 20 novembre 2026, richiamato dalla segretaria confederale Stefania Filetti.
La mobilitazione si inserisce nella richiesta di una svolta nelle politiche economiche, sociali e previdenziali del Paese.
L’obiettivo è contrastare il continuo innalzamento dei requisiti di pensionamento, introdurre una flessibilità effettiva nell’uscita dal lavoro e impedire che la revisione dei coefficienti contribuisca a ridurre ulteriormente il valore delle pensioni future.
Per la Cgil, la difesa delle pensioni, dei salari e dell’occupazione stabile costituisce un’unica battaglia per la dignità del lavoro e la sicurezza economica delle persone.
Una battaglia che riguarda non soltanto chi si avvicina alla pensione, ma anche le lavoratrici e i lavoratori più giovani, chiamati a costruire oggi la propria sicurezza previdenziale di domani.
da cgil.it