Krugman: la ripresa economica è solo dei ricchi

By: 00JoshiCC BY-NC-SA 2.0
da www.ildialogo.org – traduzione Prof. Gianni Mula – Pochi giorni fa il Times ha pubblicato un rapporto su una società minata da un’estrema disuguaglianza. È una società che sostiene di premiare i migliori e più brillanti indipendentemente dal reddito e dalle connessioni delle famiglie da cui provengono, ma in pratica i figli dei ricchi godono di vantaggi e opportunità non disponibili per i figli di impiegati e operai. Ed è chiaro dall’articolo che il divario tra l’ideologia meritocratica della società e la sua realtà sempre più oligarchica ha un effetto profondamente demoralizzante.
Il rapporto spiega in poche parole perché l’estrema disuguaglianza è distruttiva, perché suonano vuote le affermazioni che la disuguaglianza dei risultati non ha importanza se c’è pari opportunità. Se i ricchi sono tanto più ricchi da vivere in un universo sociale e materiale diverso da quello degli altri, quello fatto di per sé rende assurda qualsiasi pretesa di pari opportunità. .
A proposito, di quale società stiamo parlando? La risposta è: la Harvard Business School – un’istituzione d’élite, ma una che è ora caratterizzata da una netta divisione interna tra gli studenti ordinari e la sotto-élite di studenti provenienti da famiglie benestanti.
Il punto, naturalmente, è che come va la Harvard Business School così va l’America, solo ancora di più – com’è dimostrato dagli ultimi dati sui redditi dei contribuenti.
I dati in questione sono stati compilati negli ultimi dieci anni dagli economisti Thomas Piketty e Emmanuel Saez, che usano i dati dell’IRS (Internal Review Service, l’agenzia governativa che si occupa delle tasse) per valutare la concentrazione del reddito negli strati più ricchi tra coloro che presentano la denuncia dei redditi. Secondo le loro stime durante la Grande Recessione gli strati superiori hanno perso reddito così come si sono temporaneamente prosciugati i bonus e le plusvalenze di Wall Street. Ma i ricchi sono già tornati a guadagnare, a tal punto che il 95 per cento dei guadagni della ripresa economica dal 2009 sono andati al famoso 1 per cento. Più precisamente oltre il 60 per cento dei guadagni è andato allo 0,1 per cento, cioè alle persone con reddito annuo di più di 1,9 milioni di dollari.
In sostanza, mentre la grande maggioranza degli americani vive ancora in una economia depressa, i ricchi hanno recuperato quasi tutte le loro perdite e stanno continuando a guadagnare.
Una parentesi: questi numeri dovrebbero (ma probabilmente non succederà) annichilire del tutto le pretese di chi sostiene che la crescente disuguaglianza è dovuta a differenze nei livelli di istruzione. Perché solo una piccola frazione di laureati entra a far parte del cerchio incantato dell’1 per cento, mentre molti, forse la maggior parte, dei giovani con alte qualificazioni incontrano forti difficoltà. Essi hanno la laurea, spesso acquisita a costo di pesanti debiti, ma in molti rimangono disoccupati o sottoccupati, e troppi altri sono impiegati in lavori che non fanno uso delle loro costosa educazione. Il laureato che serve caffellatte da Starbucks è un luogo comune, ma rispecchia la situazione reale.
Che cos’è che fa sì che questi enormi guadagni di reddito vadano agli strati più alti? C’è un intenso dibattito su questo punto, con alcuni economisti che ancora sostengono che redditi alti in maniera straordinaria riflettono contributi straordinari all’economia. Credo di dover osservare che gran parte di quei redditi super-alti provengono dal settore finanziario, cioè da quel settore che, quando il crollo incombente minacciava di abbattere l’intera economia, è stato tirato fuori dai guai con i soldi di tutti i contribuenti.
In ogni caso, comunque, qualunque sia la causa della crescente concentrazione del reddito negli strati più alti, l’effetto di tale concentrazione è di minare tutti i valori che definiscono l’America. Ogni anno che passa ci allontaniamo di più dai nostri ideali. Il privilegio ereditato spazza via ogni idea di pari opportunità, il potere del denaro spazza via ogni possibilità di una democrazia sostanziale.
Che cosa si può fare, a questo punto? Per il momento la trasformazione che c’è stata col New Deal – una trasformazione che ha creato una società borghese non solo attraverso interventi governativi ma aumentando notevolmente il potere contrattuale dei lavoratori – non sembra politicamente fattibile. Ma questo non significa che si debba rinunciare a fare piccoli passi, a iniziative che livellino almeno un po’ il campo di gioco.
Prendiamo, per esempio, la proposta di Bill de Blasio, che ha chiuso al primo posto le primarie democratiche di martedì scorso ed è il probabile prossimo sindaco di New York, di fornire educazione gratuita a tutti i bambini tra i 3 e i 5 anni pagandola con un piccolo sovrapprezzo fiscale su coloro con redditi oltre 500.000 dollari. I soliti noti stanno già urlando per i loro sentimenti feriti, come hanno fatto tante volte in questi ultimi anni, anche mentre guadagnavano come banditi. Ma questo è proprio il tipo di cosa che dovremmo fare: tassare almeno un po’ coloro che sono sempre più ricchi, per aumentare le opportunità dei figli dei meno fortunati .
Alcuni esperti stanno già suggerendo che l’imprevista ascesa politica di de Blasio è il segno di un nuovo populismo economico che scuoterà il nostro intero sistema politico. Sembra prematuro dirlo, ma spero che abbiano ragione. Perché quest’estrema disuguaglianza sta ancora crescendo – e sta avvelenando la nostra società.

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