Abi, che errore la rottura sul contratto

By: Nick WebbCC BY 2.0

fonte: L’Unità

Non è stata una mossa felice e neppure lucida la disdetta del contratto collettivo dei bancari anche perchéaccompagnata da dichiarazioni di intenti, da parte di esponenti dell’Abi, di voler arrivare a un nuovo accordo in tempi brevi e comunque non attendere il 30 giugno, data di scadenza del contratto vigente, per negoziare una nuova intesa: negoziato che, però, adesso si dovrebbe svolgere sotto la spada di Damocle dell’intervenuta disdetta, dunque con uno dei due soggetti contraenti che parte sfavorito. È vero, la condizione del settore non è semplice; i problemi sono rilevanti, ma l’enfatizzazione oltre misura non giova a nessuno.
E non è immaginabile che si voglia perseguire un assetto formato da una pluralità di autonome contrattazione di livello aziendale,mainglobanti anche materie proprie di una negoziazione collettiva nazionale.È dagli anni ottanta del novecento che, in fasi diverse, si rileva, non sempre disinteressatamente, la necessità di profonde riconversioni che riguardino i profili normativi ed economici del rapporto di lavoro nelle banche e negli intermediari finanziari, in conseguenza delle trasformazioni avvenute nelle funzioni e nell’operatività degli istituti a livello aziendale e di sistema. A un certo punto, fu messo in circolazione uno studio che prevedeva tagli di 30 mila posti di lavoro a fronte dei circa 350 mila esistenti, che però non ebbe alcun seguito,anche perché l’evoluzione e l’innovazione nel settore aprirono nuove possibilità di impiego e lo sviluppo delle nuove tecnologie non ostacolò questa apertura, ma, comportando diversificazioni e irrobustimenti professionali nonché nuove mansioni e superamento di compiti obsoleti, non produsse gli esiti negativi che con un certo luddismo erano stati previsti. Negli anni Novanta sopravvenne una estesa crisi nel sistema creditizio che colpì anche istituti primari.
Fu necessaria una grande operazione di ristrutturazione e di riorganizzazione.
Per merito della Banca d’Italia furono salvate aziende vicine alla decozione; si attuò un consolidamento rilevante, paragonabile solo a quello realizzato dopo la crisi degli anni Trenta. Si intervenne dalle Autorità monetarie e dal Governo con misure di sostegno. La riorganizzazione veniva promossa dopo che la concertazione governo-sindacati dei lavoratori – confederazioni datoriali degli anni precedenti, in una con la politica dei redditi, cominciava a produrre i suoi effetti dopo la gravissima crisi valutaria e di importanti imprese. Furono così promossi accordi per una gestione dei rapporti di lavoro soprattutto nelle banche interessate dalla ristrutturazione e introdotti istituti che avrebbero potuto agevolare l’esodo di personale ritenuto in esubero che si trovasse in particolari condizioni di età e di servizio. Agirono, insomma, come accennato, la Vigilanza e la funzione propositiva della Banca d’Italia, i sindacati, la comunità bancaria e la leva della politica economica e della finanza pubblica. L’operazione ebbe successo; il sindacato diede prova di una particolare capacità nell’affrontare le difficoltà e nel partecipare alla progettazione e all’attuazione delle iniziative per il superamento delle stesse. Si diede vita a uno schema di interventi che resta esemplare con riferimenti tuttora utili.
Oggi si parla di 19 mila esuberi a livello di sistema; si sottolinea la fine del posto fisso per il bancario, per la verità messo in discussione già da tempo; si rileva che le operazioni allo sportello sono calate del 60% e che è crescente il ricorso alle operazioni online. Si potrebbero aggiungere altri, sostanziosi problemi che pesano sulle banche e che richiederebbero soluzioni a una pluralità di soggetti, riguardando, tra l’altro, un ben diverso trattamento fiscale delle perdite, la possibilità di creare un mercato delle sofferenze che ora sfiorano i 140 miliardi a livello di comparto, la parità normativa, di criteri e di metodologie a livello europeo, dal momento che le banche italiane sono sfavorite nella competizione con le consorelle comunitarie.
Poi vi è tutto il cahier di ciò, che non è poco, che spetta fare ai vertici, a cominciare dalla governance, per passare ai costi (appunto), alle procedure, alla rete, ai rapporti con la clientela. Le banche italiane sono nel complesso solide; sono quelle che hanno fatto ricorso allo Statomenodi tutte le altre banche europee; tuttavia, sono chiamate a innovare, a  irrobustirsi patrimonialmente, a modificare operatività e strategie. Di fronte a questa mole di questioni, ci sarebbe da attendersi un comportamento diverso dell’Abi, soprattutto del suo presidente, Antonio Patuelli, che porta con sé, accanto alla professionalità di banchiere colto, anche una passata esperienza di fine politico. Che si possa pensare di muoversi in questo mare magnum iniziando con una disdetta e additando come problema principale il contratto collettivo di lavoro suona grottesco. Non che questo problema non esista; ma va inquadrato in una generale fase di riconversione nella quale potranno individuarsi per gli istituti nuovi compiti e forme nuove di rapporti con la clientela, dalmomentoche l’ulteriore salto tecnologico non significa affatto la scomparsa dell’apporto umano con la sua creatività e le sue abilità. Anche lo Stato, nei limiti delle risorse disponibili, deve fare la propria parte. Così come i lavoratori – immagino – sono pronti a fare la loro.
Allora, si ricominci da capo. Si abbandonino gli atti unilaterali. Si ristabiliscano le condizioni perché, se si vuol salvare l’occupazione, che è fondamentale, e governare le trasformazioni in atto, il confronto possa decollare senza atti preventivi che sono visti e vissuti come evidenti comportamenti pregiudizialmente ostili

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