Piemonte – Ccnl Abi: no al ricatto

Lunedì 16 settembre, con circa 10 mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale, i banchieri hanno disdettato il Contratto Nazionale di Lavoro dei Bancari.
Il Contratto scadrà il 30 giugno 2014 e le norme prevedono la disdetta entro sei mesi dalla scadenza.
La mossa di ABI, accompagnata dall’indisponibilità a un’ultrattività successiva al 30 giugno, è un attacco grave e pericoloso senza precedenti nel settore.

Quali sono le conseguenze per i lavoratori?
Innanzi tutto facciamo chiarezza: il CCNL continua ad espletare gli effetti fino alla scadenza e quindi l’ABI non può unilateralmente decidere di non pagare la tranche di aumenti prevista a giugno 2014 o, ad esempio, gli assegni di
studio per i figli. Nello stesso tempo l’ABI lancia un ricatto inaccettabile sul futuro rinnovo del CCNL tra occupazione e riduzione del costo del lavoro.

Cosa succede ai lavoratori senza il CCNL?
Rimane in vigore la legislazione vigente (ad esempio per quanto riguarda l’assegno di maternità obbligatoria rimarrebbe comunque in vigore la copertura all’80% di legge in luogo del 100% previsto dal contratto) insieme
alle norme del CCNL non regolate dalla legge, in “attesa” di nuovi accordi aziendali (anche fatti solo con singole sigle sindacali), che le possano derogare (ovviamente in peggio). Esiste uno scenario, voluto dei banchieri, di deregolamentazione del CCNL per creare un “Dumping contrattuale” (un gruppo fa un accordo per abbassare i costi che scatena la rincorsa al ribasso degli altri), con il progressivo peggioramento delle condizioni di tutti i lavoratori.

Cosa vogliono i Banchieri?
L’analisi sulla situazione generale e sulla situazione del settore presentata dall’ABI non presenta tratti di particolare novità. Si evidenzia la condizione particolarmente negativa del nostro Paese, all’interno di una situazione generale in leggera ripresa da confermare nei prossimi trimestri.
Il settore bancario registra un calo di redditività che sembra essere divenuto strutturale. Ma i manager, retribuiti a milioni di euro all’anno, non avranno forse sbagliato qualcosa?. I fattori elencati dall’ABI sono sofferenze, accantonamenti per crediti deteriorati, aumento della capitalizzazione e costi del personale non sostenibili.
Segue poi un ragionamento non esaustivo sul ruolo delle tecnologie (internet, ecc.) che inciderebbero sull’operatività degli sportelli e di conseguenza sull’occupazione. Naturalmente ABI ritiene che l’attuale Fondo di solidarietà sia insufficiente ad affrontare la grave situazione , sia per i costi sia per gli effetti della legge Fornero sull’allungamento della vita lavorativa. Il documento prosegue sul tema della gestione degli “esuberi” con soluzioni
drastiche: uso dell’Aspi (sussidio di disoccupazione) con licenziamenti, della “solidarietà” difensiva obbligatoria (riduzione di stipendio per salvare i posti di lavoro) e delle previsioni di legge (la 223 sui licenziamenti collettivi).
Il tema della “Solidarietà espansiva” (lavoratori vicini alla pensione in part-time, affiancati da nuovi assunti in part-time) e della legge sui part-time incentivati per l’accompagnamento alla pensione, viene liquidato con un
positiva valutazione ma ad oggi non applicabile. Tutta questa parte di analisi si accompagna ad un giudizio offensivo sull’incapacità di adeguarsi ai nuovi contesti da parte degli ultra cinquantenni.
Il ricettario dell’ABI è drastico e chiaro. La crisi deve essere pagata a caro prezzo dalle Lavoratrici e Lavoratori del Settore attraverso:

– un maggiore utilizzo degli impianti produttivi: in parole semplici si tratta di intervenire sulla flessibilità e sugli orari;
– l’eliminazione dei percorsi di carriera “prefissati” (percorsi professionali) e degli automatismi in genere (ad esempio scatti di anzianità);
– la riduzione degli inquadramenti con creazione di un “gestore unico” nel settore commerciale.
– un’ulteriore moderazione salariale, rendendo le parti variabili (VAP) esclusivamente legate alle performance aziendali.

Come rispondiamo a questo attacco?

– La riduzione dei costi non significa solo riduzione del costo del lavoro;

– le banche sono esposte fortemente su sofferenze e accantonamenti, ma tutto ciò ha principalmente cause esterne e comunque non imputabili a chi lavora;

– I diritti, i livelli occupazionali e il potere d’acquisto sono la tutela di chi lavora

– La difesa dell’occupazione e qualità professionale significa mantenere un modello di banca vicino al cliente, famiglie e imprese colpite gravemente dalla crisi.

La risposta al ricatto dei banchieri è la mobilitazione nel mese di ottobre. Coinvolgeremo l’opinione pubblica e i Lavoratori con assemblee per una prima giornata di sciopero. La lotta per la difesa dei bancari e del loro futuro sarà lunga e aspra ma inevitabile come risposta all’attacco dei banchieri.

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