I giovani ed il futuro rubato, colpa degli imprenditori

By: Francesca MinonneCC BY-NC-SA 2.0
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MA CHI l’ha rubato il futuro dei giovani? Chi ha reso più incerto e precario il loro destino e, soprattutto, chi è in grado di indennizzare una generazione che eredita un Paese malsano e incupito? Interrogativi pesanti, quelli che piovono sul Festival della Scienza. A rispondere, sabato prossimo, saranno il corrispondente da New York ed editorialista di Repubblica Federico Rampini e il direttore di Bankitalia Salvatore Rossi, nei “Dialoghi di Futuro Prossimo” al Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, dalle 11 alle 13, in una conversazione dal titolo appunto “Chi ha rubato il futuro dei giovani?”. Tema generico e provocatorio, che si apre a un ventaglio di ipotesi, a partire dalle più scontate, la politica, per spingere tutti quanti a una riflessione profonda su “quello che saremo”.
Rampini, le prospettive che abbiamo di fronte non spingono a essere ottimisti.
“Risponderò cercando di non cadere nella trappola dei luoghi comuni. Personalmente mi oppongo alla visione italiana che interpreta la crisi attuale come un conflitto generazionale. In questo Paese si è compiuta e si compie un’operazione ideologica che ha legittimato un uso distruttivo degli ammortizzatori sociali quali i prepensionamenti. In questo modo si finisce per decapitare una generazione, facendo stare i giovani in condizioni peggiori di prima. Toccherà a loro entrare nel mondo del lavoro con stipendi che sono un terzo, se non un quinto, di quello dei loro genitori. E in più dovranno pagare le nostre pensioni”.
Ma allora chi ha rubato il futuro ai giovani?
“Qualcuno di sicuro l’ha rubato, su questo non c’è alcun dubbio. Quanto alla lista dei colpevoli, non mi aggiungerei a tutti quelli che rispondono “al primo posto, la classe politica””.
No, e chi ci sarebbe invece?
“La politica ha ovviamente grandi responsabilità, ma al primo posto io metto la classe imprenditoriale italiana, una delle più disastrose al mondo, con un capitalismo che è caricatura di se stesso e che ancora ci mostra la sceneggiata dei salotti buoni, con i clan che si sorreggono a vicenda, mentre in Italia le piccole e medie aziende
non trovano credito”.
Anche le banche hanno quindi responsabilità?
“Le nostre banche si tengono in pancia gli aiuti ricevuti dalla Bce, ma se si tratta di sostenere le imprese, allora diventa più difficile. Non per tutti, però, vale questa regola. Se Tronchetti Provera deve trovare soldi per puntellare la Pirelli, lui il credito lo trova subito. Noi siamo ancora legati alle dinastie capitalistiche, al modello Benetton per fare un esempio. Ma nel loro caso, invece di diventare quello che è oggi Zara nell’abbigliamento, hanno preferito trasformarsi in esattori delle imposte, riscuotendo le gabelle di autostrade e aeroporti. Questi sono i modelli del capitalismo italiano”.
Le responsabilità della politica sono però evidenti, soprattutto in casi estremi come Alitalia e Telecom, non trova?
“Sono due storie deprimenti che si sorreggono a vicenda. Ci sta dentro di tutto, a cominciare dalle stupidaggini di una politica protezionista dei cosiddetti campioni nazionali “.
Per fortuna il quadro economico italiano è anche rappresentato dalle piccole e medie imprese, dalle start-up che scommettono sull’innovazione.
“Sì, l’universo delle start up è importante e affascinante. Io lo cito spesso, è la cosa che mi interessa di più, ma attenzione a mischiare le cose. Nelle piccole e medie imprese c’è spesso grande innovazione, ma c’è anche una tendenza al nanismo per sfuggire alla pressione fiscale. Una start up nasce, ma non per restare piccola. Anche Apple e Google sono state start up”.
Che cosa l’affascina di questo mondo?
“Tante cose, ma vorrei citarne una che di solito si usa in senso negativo “.
E quale?
“L’autoreferenzialità. Ci sono tantissime start up che vedo nascere con un piede in Italia e uno negli Stati Uniti. Incontro questi giovani in California e nella Silicon Valley. Si frequentano fra di loro, si raccontano le loro storie e questo è il modo migliore per non cadere nella trappola italiana di un Paese prigioniero del mugugno, per usare un termine genovese. Frequentare il proprio mondo è un modo per affrancarsi dal contagio della depressione italiana”.
Ma qual è l’atteggiamento dei giovani di fronte all’idea di far nascere una start up: entusiasmo, timore?
“Ne ho parlato recentemente con l’amministratore delegato di Microsoft Italia. C’è una netta distinzione fra un neolaureato in Informatica americano e uno italiano. Entrambi mandano i loro curricula e aspettano. Ma dopo una settimana, l’italiano aspetta ancora mentre l’americano passa al piano B: “Se nessuno ha risposto, allora il lavoro me lo creo da solo” si dice, e dà vita a una start up. Ecco, questo atteggiamento, che è molto americano, viene fatto proprio dagli italiani che vivono negli Stati Uniti”.
E quindi si riprendono quel futuro che gli era stato rubato?
“Guardi, la risposta che loro danno è diversa: “Mi hanno rubato il futuro? E chi se ne importa, io me lo riprendo lo stesso””.

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