Il muro delle Sparkassen tedesche

By: caresten – All Rights Reserved

da repubblica.it – ROMA – I soliti tedeschi che, pur di non correre il rischio di dover sborsare un solo euro per conto di un istituto straniero, stanno sabotando e castrando l’unione bancaria europea, rendendola inutile, se non dannosa? Il giudizio, assai diffuso dopo le ultime contorte trattative sulla futura regolamentazione delle banche europee, è, in realtà, ingeneroso. Nella cocciuta, insormontabile resistenza tedesca ai progetti di integrazione bancaria europea, la diffidenza e l’avarizia non sono gli elementi cruciali. Per i politici di Berlino, di qualsiasi colore, si è trattato soprattutto di difendere un intero sistema politico: quello costruito e alimentato dalle Sparkasse, le Casse di risparmio.

Le 417 Sparkassen sono, insieme, il sale e il lubrificante della politica tedesca. Di proprietà pubblica, riversano al pubblico i loro profitti, ma, soprattutto, con le loro attività locali di beneficenza finanziano molte delle più vistose iniziative (dalla squadra di calcio al parco per bambini) delle amministrazioni locali nonché il grosso delle imprese locali. Chi ricorda le Casse di risparmio italiane della prima Repubblica ha un’idea dell’intreccio strettissimo che, attorno a questi istituti, si crea fra politica locale, nazionale e finanza. Su questa trincea, i politici tedeschi non hanno ceduto un centimetro. Un fondo comune europeo di assicurazione dei depositi non si farà, perché le Sparkassen non vogliono rinunciare al loro fondo di categoria e non vogliono che i loro soldi vengano utilizzati
per salvare banche estranee. Le regole europee sulle riserve obbligatorie di capitale per loro non saranno applicate, consentendo alle Sparkassen di risparmiare miliardi di euro. Infine, continueranno ad essere sorvegliate da controllori tedeschi e non da quelli della Bce. Berlino ha infatti ottenuto che gli uomini di Draghi si occupino solo di banche con più di 30 miliardi di euro di attivo, soglia che supera una sola cassa di risparmio (quella di Amburgo).

Non è un’esclusione marginale, perché, tutte insieme, le Sparkassen hanno attivi per mille miliardi di euro, su un totale, per tutte le banche europee, di 27 mila miliardi: stiamo quindi parlando del 3-4 per cento dell’intero sistema bancario europeo. Inoltre, il trattamento preferenziale delle Sparkassen ha fondamenta assai poco solide. Le banche sono tenute ad una gestione prudenziale ed agiscono solo a livello locale, ma questo non ha impedito, negli Usa di Reagan o nella Spagna di questi anni, crisi drammatiche di istituti del tutto analoghi. Basta che esploda una bolla immobiliare e i tassi d’interesse salgano all’improvviso: improbabile oggi, ma non domani. Infine, l’anello debole del sistema è la sua proiezione extralocale: le Landesbanken, emanazione, insieme, delle Sparkassen e dei governi regionali. E’ attraverso le Landesbanken che lo sbandierato localismo delle Sparkassen si affaccia sui mercati internazionali.

Con esiti che sono stati disastrosi. Le Landesbanken sono state fra i protagonisti negativi della bolla dei subprime e ne sono state travolte. Poiché fanno parte del sistema Sparkassen è intervenuto l’apposito fondo di salvataggio (quello preservato nei confronti della futura unione bancaria). Ma le Landesbanken erano troppo grosse ed è dovuto intervenire il governo di Berlino. Sborsando, per il salvataggio di queste medie banche regionali, dalle tasche dei contribuenti tedeschi, ben 67 miliardi di euro. Ora, per capire perché molti pensano che l’unione bancaria che verrà trionfalmente presentata la prossima settimana sia solo una scatola vuota, basta confrontare quei 67 miliardi con le disponibilità teoriche massime del fondo di salvataggio europeo (quello che si deve confrontare con 27 mila miliardi di attivi): 55 miliardi di euro. E neanche subito. Fra dieci anni.

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