La svolta di Obama

By: Austin Ray. – All Rights Reserved
da Repubblica.it – – “Breakthrough year”: l’anno della svolta. Barack Obama è più che ottimista, quasi trionfale nell’annunciare un 2014 che segnerà la riscossa americana. “Quest’America affronta il XXI secolo in una posizione più forte di qualsiasi altra nazione”. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, pronunciato a Camere riunite e in diretta su tutti i netowrk tv, il presidente elenca con puntiglio una lunga serie di successi, molti dei quali si sono accumulati sotto la sua amministrazione. “La più alta percentuale di neolaureati da più di tre decenni. Otto milioni di posti lavoro creati in quattro anni, la disoccupazione più bassa da cinque anni. L’indipendenza energetica sempre più vicina. Il deficit ridotto di metà”. Un elenco di forze che viene suggellato da questo sorpasso verso la grande rivale: “Non è più la Cina la principale destinazione degli investimenti esteri, è l’America”. Obama rivendica una situazione davvero eccellente, almeno se paragonata con il resto del mondo: anche se non lo dice, è evidente il confronto con l’Europa stagnante, con tante potenze emergenti in affanno e afflitte da recenti fughe di capitali.

L’iniezione di ottimismo è necessaria in una fase paradossale in cui l’America torna ad essere la locomotiva della crescita globale e tuttavia il suo presidente è ai minimi di popolarità nei sondaggi. Ma dopo averne elencato le forze, ecco i punti deboli degli Stati Uniti. La politica, al primo posto. Un sistema di governo che non è stato all’altezza dei suoi compiti. “Trasformiamo questo 2014 in un anno di azione”, esorta Obama. Poi spiega che lui è pronto a farlo da solo, con o senza Congresso.

Il tema centrale, quello che spiega la stessa impopolarità del presidente pur in una fase di ripresa, è la rottura del Sogno americano. “Ancora prima della Grande Recessione – spiega Obama con il suo tono didascalico – profonde trasformazioni tecnologiche e la globalizzazione avevano eliminato molti posti di lavoro ben remunerati”. Descrive questa ripresa economica diseguale e ingiusta: “I profitti delle imprese non sono mai stati così alti, eppure molti salari sono fermi. La mobilità sociale non è più quella di una volta. Nel mezzo di una crescita troppi lavoratori fanno fatica a tirare avanti”. Il compito della politica, sottolinea, deve essere quello di “rovesciare queste tendenze”. Ed ecco la sua sfida al Congresso: “Ogni volta che potrò migliorare le opportunità degli americani senza passare attraverso l’iter legislativo, io lo farò”.

E’ il caso del salario minimo legale. Più volte Obama ha cercato di fare approvare dal Congresso un aumento del minimo retributivo, senza successo. Ora si muove da solo, laddove questo è possibile: alzando da 7,25 a 10,10 dollari l’ora il minimo salariale almeno per i dipendenti di quelle aziende che lavorano per l’Amministrazione federale. E’ un gesto importante, che rimpinguerà le buste paga per centinaia di milioni di americani. Ma Obama torna ad esortare il Congresso perché faccia la sua parte innalzando il minimo per la totalità dei dipendenti Usa, un atto che estenderebbe a 17 milioni di persone il miglioramento retributivo. “L’attuale minimo – incalza – è del 20% inferiore rispetto ai tempi in cui era presidente Ronald Reagan”. Non a caso cita il leader storico della rivincita conservatrice: oggi un partito repubblicano che si è spostato molto più a destra di Reagan è l’ostacolo per tutte le riforme. “Date un aumento all’America”, invoca Obama mentre lo applaude in piedi solo metà del Congresso: i suoi.

Segue un elenco dettagliato di atti che Obama indica come i passaggi essenziali per consolidare questa ripresa e renderla più equa nella ripartizione dei benefici. “Eliminiamo i privilegi fiscali che incentivano le nostre multinazionali a delocalizzare il lavoro all’estero. Usiamo il gettito recuperato da questa elusione, per ricostruire le infrastrutture. Rovesciamo i tagli ai finanziamenti pubblici per la ricerca (voluti anche questi dalla destra repubblicana, che ha la maggioranza alla Camera, ndr)”.

C’è un rinnovato impegno per l’ambiente: Obama promette di usare il suo potere esecutivo per imporre nuovi e più severi limiti alle emissioni di CO2 da parte delle centrali elettriche. “Il cambiamento climatico è un fatto. I nostri figli ci chiederanno se noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo per salvare il pianeta”. Rilancia l’obiettivo di una riforma delle leggi sull’immigrazione, “perché quelli che vengono qui per studiare e lavorare rendono l’America più attraente”. Conferma l’impegno per limitare il possesso di armi da fuoco. Incassa l’appoggio dei chief executive di grandi imprese che sottoscrivono un impegno a “non discriminare nelle politiche di assunzione coloro che sono rimasti disoccupati per lunghi periodi”. Annuncia un altro piano condiviso con le grandi imprese hi-tech: “Apple, Microsoft, Verizon e altri offriranno gratis a 20 milioni di studenti l’accesso alla connessione Internet a banda larga nelle scuole”. Un obiettivo riguarda la parità femminile: “Troppe politiche aziendali sembrano prese da un episodio di Mad Men (la celebre serie televisiva ambientata negli uffici aziendali degli anni Sessanta, ndr), le donne devono avere retribuzioni eguali a parità di lavoro, e non devono essere penalizzate quando hanno figli”.

Il messaggio centrale resta quello sulla ripresa diseguale. Obama dà la linea ai democratici, in vista delle elezioni legislative di novembre. La battaglia sarà tutta in salita, e tuttavia il presidente è convinto che il tema sociale sia quello vincente. A condizione di non declinarlo in modo ostile, punitivo. “Noi americani non abbiamo risentimenti contro chi ha successo. Ma nessun cittadino che lavora a tempo pieno dovrebbe avere una famiglia che vive nella povertà”.

La politica estera occupa uno spazio ridotto. Ma Obama non rinuncia a ribadire la sua richiesta al Congresso, più volte rilanciata e sempre respinta: “Chiudiamo Guantanamo. L’America è più forte e più sicura quando è coerente con i valori in cui crede”. Per la stessa ragione annuncia di avere deciso dei limiti all’uso dei droni, e richiama la riforma avviata per ridurre le attività di spionaggio della National Security Agency. “I cittadini ordinari non dovrebbero sentirsi minacciati nella loro privacy”. Tra le sfide internazionali, anche l’Iran: il capo della Casa Bianca ribadisce la necessità di tentare la via del dialogo e l’intenzione di porre il veto a eventuali nuove sanzioni.

Il senso di questo discorso sullo Stato dell’Unione è duplice. Da una parte Obama usa una delle occasioni più solenni a disposizione del presidente
per fare una “pedagogia dell’ottimismo”, infondendo fiducia in un’opinione pubblica americana che non “sente” la ripresa in atto. Dall’altra parte tenta disperatamente di divincolarsi dalla sua immagine di presidente dalle troppe promesse deluse: e mentre galvanizza le truppe del partito democratico in vista del voto di novembre, deve rassicurare sul fatto che non passeranno altri tre anni del suo mandato in un estenuante gioco di veti incrociati con la destra.

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