Puglia: banche e finanziamenti a boss con reddito zero

By: Rodrigo Hashimoto – All Rights Reserved

da repubblica.it Mutui a sei zeri, scoperti sui conti correnti senza nessuna garanzia, pareri favorevoli a leasing da decine di milioni di euro. Da una parte le banche, dall’altra società intestate a mafiosi della zona. “A fronte di tutti questi comportamenti, nel giro di 48 ore dal sequestro anticipato dei beni riconducibili ai mafiosi – denuncia il presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Bari, Francesca La Malfa – le stesse banche ci hanno revocato tutti i fidi”. Lo aveva denunciato martedì scorso il presidente della commissione antimafia Rosy Bindi, durante la sua visita barese.

Ma alcuni esempi, raccolti dalla sezione Misure di prevenzione, danno appieno la misura del fenomeno, giudicato preoccupante dalla parlamentare. C’è il caso della Banca popolare di Bari che aveva concesso alla società di costruzioni Filcam srl, riconducibile ai boss dell’alta Murgia Raffaele Di Palma e Saverio Sorangelo (e ad un terzo socio) uno scoperto sul conto corrente di 600mila euro, senza alcuna garanzia, prendendo in pegno solo due libretti per 200mila euro complessivi.

Quei 600mila euro erano serviti, ha accertato l’amministratore giudiziario dei beni dei mafiosi sequestrati e poi confiscati, Gianpaolo Pulieri, ad acquistare una palazzina dei primi anni del ‘900, nel pieno centro di Bari, in totale stato di degrado e per la quale il Comune di Bari aveva approvato il progetto di recupero. Peccato, però, che dopo il sequestro lo stesso amministratore abbia chiesto alla Banca popolare un finanziamento di 400mila euro, offrendo un’ipoteca sull’immobile da costruire, e ricevendo un secco no.

“Ci hanno risposto che non siamo affidabili”, commenta Francesca La Malfa. Che racconta il secondo, eclatante caso, quello che riguarda Bancapulia: “Hanno dato un mutuo di due milioni e mezzo di euro alla Nuova Invest Co. (società sequestrata il 21 aprile 2011 perché riconducibile agli stessi Di Palma e Sorangelo) avendo a garanzia una fidejussione omnibus, di 4 milioni e mezzo, intestata a Sorangelo che, in quel momento dichiarava un reddito annuo inferiore a 20mila euro e la professione di cameriere”. Sorangelo, cassiere del clan “Mangione-Gigante-Matera” attivo a Gravina in Puglia e zone limitrofe, arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia “Canto del cigno”, nel gennaio scorso è stato destinatario di una nuova confisca di 50milioni di euro, un tesoretto suddiviso in società di costruzioni, ristoranti e resort di lusso.

Sempre Bancapulia è protagonista di un altro caso singolare: ha dato parere favorevole a un leasing immobiliare per 18 milioni di euro, alla stessa Nuova Invest Co. per l’acquisto del palazzo dell’ex Inpdap a Bari. La sezione del tribunale, presieduta da Francesca La Malfa, ha sequestrato un assegno bancario emesso a fronte di questo leasing di un milione 700mila euro. L’assurdo si compie a sequestro avvenuto: “Proprio quando dovevamo trovare il modo di terminare la costruzione dei palazzi per soddisfare gli acquirenti – attacca il giudice – Bancapulia, Banca Popolare di Bari, Banca di credito cooperativo di Cassano e Tolve, Banca di credito cooperativo di Santeramo e Unicredit ci hanno revocato i fidi”.

Anche se poi, va aggiunto, per consentire all’amministrazione giudiziaria di completare il cantiere “Le Terrazze” di Turi e consegnare gli appartamenti a chi, prima del sequestro, aveva già versato una buona percentuale di denaro, la Banca di credito cooperativo di Cassano e Tolve ha concesso un milione di euro, con un’ipoteca sul bene. Quegli appartamenti sono stati quindi portati a termine e, proprio martedì, in occasione della visita della commissione antimafia, sono state consegnate le prime chiavi di casa a una coppia che l’attendeva da quattro anni.

Tutto questo mentre la stessa sezione Misure di prevenzione del tribunale di Bari si trova anche a doversi pronunciare sui ricorsi contro i sequestri presentati dalle banche, almeno una cinquantina in un mese, che chiedono un’ipoteca sui beni confiscati. “Molto spesso, quando si sente che un bene è stato confiscato, la si considera una cattiva notizia. Invece – aveva detto martedì Rosy Bindi – non lo è. Se si trema, vuol dire che non siamo diventati ancora abbastanza credibili”.