Siamo in una stagnazione secolare?

By: Lawrence Summers – All Rights Reserved

di Federico Rampini da repubblica.it – Fa proseliti sempre più illustri la teoria secondo cui siamo entrati in una “stagnazione secolare”. L’ultimo è il premio Nobel Paul Krugman (foto a destra qui sotto), che ha dedicato una serie di commenti sul suo blog a questa tesi. Fa notizia, perché così facendo Krugman si schiera con Larry Summers (foto di sinistra), e questi due economisti notoriamente hanno un “ego” ingombrante… Summers è uno che in vita sua ha litigato quasi con tutti. Si è fatto cacciare dalla poltrona di rettore di Harvard per avere teorizzato che le ragazze sono meno adatte allo studio della matematica. Come segretario al Tesoro di Bill Clinton, poi come capo dei consiglieri economici di Barack Obama, ha avuto una gestione così “spigolosa” dei rapporti umani, che molti si misero le mani nei capelli quando circolò il suo nome per la guida della Federal Reserve post-Bernanke (poi andata a Janet Yellen). Ma tant’è, nessuno discute la sua caratura intellettuale. La teoria di Summers sulla stagnazione secolare, la espose in un discorso al Fondo monetario internazionale nell’autunno scorso. Da allora ha polarizzato l’attenzione e ha generato un vortice di commenti, elaborazioni, approfondimenti. Un’ottima sintesi del dibattito la fornisce Edward Hugh sul suo blog Fistful of Euros. Cominciando col ricordare che la teoria della stagnazione secolare ha avuto dei padri illustri: John Maynard Keynes negli anni Trenta, poi il premio Nobel svedese Gunnar Myrdal negli anni Sessanta. Il punto di partenza in comune, è l’osservazione che il capitalismo ebbe tre motori di crescita dalla Rivoluzione industriale inglese in poi: crescita economica, crescita demografica, accelerazione del progresso tecnico. La crescita economica non sarebbe stata così diffusa e vigorosa, o forse non ci sarebbe stata affatto, senza il contributo di una popolazione in aumento, e del flusso di innovazioni tecnologiche che migliorano la produttività. Ora il mondo intero è di fronte a una “transizione demografica”, come la definisce Krugman riprendendo un termine in voga tra gli specialisti. La caduta della natalità non è più soltanto un fenomeno tipico dei paesi ricchi ad antica industrializzazione. Il rallentamento demografico si estende ormai dal Nord al Sud, dall’Occidente all’Oriente, coinvolgendo un gigante come la Cina. Perfino nelle economie emergenti, o ex-emergenti, non si può dare per scontato che la denatalità si fermi sulla soglia del “quoziente di sostituzione”, il numero di 2,1 figli in media per ogni donna, che garantisce la stabilità della popolazione. Anche quei paesi come gli Stati Uniti che godono di un dinamismo demografico, lo devono al ruolo dell’immigrazione: e quest’ultima è destinata in prospettiva ad attenuarsi fino a cessare, se i paesi emergenti smettono di produrre un sovrappiù di popolazione e forza lavoro. Mai nella storia post-Rivoluzione industriale, l’umanità intera aveva dovuto fronteggiare una transizione demografica di questo genere. Affrontare la questione dello spopolamento, è difficile perché suscita reazioni immediate: in un pianeta sottoposto al saccheggio delle risorse naturali, una robusta corrente di pensiero ambientalista vede la decrescita (almeno quella demografica) come una benedizione. In effetti non è detto che debba essere una sciagura: purché siamo consapevoli che la decrescita demografica impone dei cambiamenti profondi nell’organizzazione delle nostre società e dei nostri modelli economici. Krugman usa una metafora: le nostre economie e i nostri sistemi sociali sono strutturati come delle biciclette, se si fermano perdiamo l’equilibrio e cadiamo. La risposta al declino demografico va cercata sia sul fronte del progresso tecnologico, sia una diversa organizzazione sociale.

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