Megale: La ricchezza solo per pochi

Rassegna Sindacale – Giorgio Saccoia

Il salario netto mensile medio di un lavoratore italiano nel 2013 è pari a 1.327 euro. Coloro che guadagnano, pur lavorando, meno di mille euro al mese oscillano tra i sei e i sette milioni di persone. Un giovane neolaureato, peraltro mediamente precario, se va bene oscilla tra gli 800 e i 1.000 euro mensili fino a trentacinque anni. Mentre oltre sette milioni di pensionati percepiscono meno di 1.000 euro mensili”. L’incipit, diretto e senza mezze misure, del nuovo rapporto sui salari – curato come sempre da Agostino Megale, con la collaborazione di Nicola Cicala, e dal titolo Poveri salari. Difesa dei contratti, peso del fisco e produttività ferma – ci mette immediatamente di fronte a quella che lo stesso autore definisce essere la “drammatica questione salariale” che investe un paese invischiato nel settimo anno della “grande crisi”. Un testo come sempre corposo e sfaccettato, che analizza le diverse e intrecciate dinamiche, a partire dalla crisi e dalle sue cause fino al peso del fisco e dell’inflazione, passando per la scarsa produttività di “sistema”, che si riflettono sul salario. Ma è inequivocabile il punto di partenza dell’intera riflessione: il tema della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, essa stessa tra le origini della crisi per le conseguenze che si determinano sui consumi e sulla domanda e, per questa via, sulle dinamiche di sviluppo. Tesi ritornata in auge nella discussione accademica anche grazie alle riflessioni di Thomas Pikketty, l’economista francese autore de Il capitale nel XXI secolo, sulla distribuzione del reddito, sulla polarizzazione della ricchezza nelle mani di pochi e sulle influenze che tutto ciò produrrà sulla natura delle democrazie e nel conflitto che oppone finanza a politica. La diseguaglianza, come emerge dal rapporto, è il frutto di una progressiva sperequazione di lungo periodo – “nel 1970 un manager guadagnava venti volte di più di un operaio mentre oggi arriviamo a picchi che superano le duecentocinquanta volte”, si legge nel testo –, ma che con la crisi ha registrato una ulteriore, nonché marcata, accentuazione. Basta prendere in considerazione il segmento di tempo che va dal 2002 al 2013 perché venga alla luce il crollo del reddito delle famiglie e dei lavoratori. Nel decennio passato, infatti, il reddito dei lavoratori dipendenti si è contratto per una cifra pari a 5.496 euro mentre quello degli imprenditori e dei liberi professionisti è cresciuto di 3.142 euro. Diseguaglianze che si sostanziano anche dall’analisi delle dichiarazioni fiscali da dove emerge che oltre 15 milioni di lavoratori dipendenti guadagnano poco più di 1.300 euro netti al mese in media. Di questi circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000. I redditi maggiormente dichiarati sono quelli da lavoro dipendente e da pensione, sia in termini di frequenza (86%) che di ammontare (78%), mentre quelli da lavoro autonomo costituiscono solo il 4,20%. Inoltre, il 27 per cento dei contribuenti, pari a 11 milioni di persone, paga zero Irpef al fisco, il 50,8% dichiara meno di 15 mila euro l’anno e il 40,4% dichiara redditi tra i 15 e i 30 mila euro annui. Da segnalare, infine, sempre secondo quanto riportato dal rapporto sui salari e alla luce di analisi condotte su dati del ministero dell’Economia, che lo 0,9% dei contribuenti dichiara redditi superiori ai 100 mila euro annui. Per chiudere, quindi, in totale il 90,9%, ovvero 37 milioni di contribuenti, dichiara di guadagnare annualmente meno di 35 mila euro. Questo solo per stare alla categoria dei lavoratori. Passando ai pensionati, invece, i dati dello studio curato da Megale e Cicala mostrano come oltre 7 milioni di essi guadagnino meno di mille euro netti al mese, quota parte del numero complessivo di titolari di prestazioni pensionistiche pari attualmente a quasi 16,8 milioni di persone. Ma è soprattutto nel confronto tra le retribuzioni dei lavoratori dipendenti e i compensi dei top manager che diventa lampante la diseguaglianza. Il salario medio dei primi, infatti, si attesta sui 28.593 euro annui mentre i compensi dei secondi viaggiano sui 6,5 milioni di euro. Una distanza tale che si sostanzia in questa immagine riportata da Megale: per un lavoratore dipendente ci vogliono in media 225 anni, quindi “ben oltre due secoli”, per guadagnare quanto un top manager incassa in un anno. “Questa nuova edizione del rapporto, in perfetta continuità con le passate, richiama un’assoluta priorità: il necessario bisogno di mettere al centro il tema della questione salariale”, spiega l’autore del libro, nonché segretario generale della Fisac Cgil, Agostino Megale. “Non si esce dalla crisi più grave e più pesante dal dopoguerra senza una decisa azione di sostegno ai redditi e ai salari per rilanciare così i consumi e, di conseguenza, la crescita”, individua il dirigente sindacale. Da questa considerazione di carattere generale, l’ex presidente dell’Ires Cgil osserva come il bonus fiscale di 80 euro deciso dal governo Renzi “sia una prima, importante e apprezzabile risposta a una storica richiesta sindacale, ovvero quella di affrontare la questione fiscale, che produrrà effetti benefici sui consumi e ancor di più se venisse, come chiediamo, estesa ai pensionati che oggi ne sono esclusi”. Una decisione, quella degli 80 euro in busta paga, che però non deve essere estemporanea: “Come richiesto da Cgil Cisl Uil nella piattaforma unitaria – osserva Megale –, il governo dovrà in autunno aprire un confronto col sindacato perché sia resa strutturale e ampliata la platea di riferimento”. Ma è nella diseguale distribuzione del reddito che deve incidere la politica. Per questo, nella consapevolezza che la crescita delle diseguaglianze è tra le cause della crisi, che vede il nostro paese ai vertici secondo indagini dell’Ocse, Megale sottolinea la bontà dell’intervento del governo nel porre un tetto agli stipendi dei manager pubblici e rilancia: “Il limite va esteso con una norma ‘orientativa’ anche ai top manager privati: con le eccedenze si potrebbe finanziare un fondo di solidarietà per offrire occasioni di lavoro ai giovani”. Ed è proprio in linea con quest’ultimo punto che nel rapporto si individua una precisa strategia per invertire il trend, che si sostanzia nel Piano del lavoro della Cgil: “Serve una risposta organica per un grande cambiamento. Un nuovo e più qualificato intervento all’insegna dell’uguaglianza che coinvolga tutte le forze sane del paese”, suggerisce Megale, spiegando l’esigenza di mettere in campo un vero e proprio patto sociale fondato su tre elementi: “Uguaglianza, buona occupazione e crescita”. Una strategia che prevede, tra le altre cose, un piano straordinario per i giovani (come anticipato sopra), compartecipato dagli stessi lavoratori, per finanziare incentivi alla stabilità del lavoro per circa 500 mila giovani stessi. Ad una situazione di crisi straordinaria, insomma, deve corrispondere una eguale mossa di contrasto. “Serve una scossa, una terapia d’urto, una grande operazione di cambiamento da parte del governo – osserva l’autore dello studio – che in un quadro europeo sostanzialmente diverso, come le recenti elezioni hanno dimostrato, metta al bando le politiche di austerità e di rigore per seguire le scelte espansionistiche fatte oltreoceano”. Precise scelte strategiche di natura economica e politica per provare, conclude Megale, “a immaginare un piano per la crescita e l’occupazione fatto di investimenti pubblici e di rilancio di quelli privati, con una ritrovata funzione del sistema bancario volta al servizio dell’economia reale che possa interrompere la spirale recessiva e individuare una via d’uscita certa e definitiva dalla crisi”.

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