Krugman: il problema della concentrazione della ricchezza

By: Riccardo Mollo – All Rights Reserved

Diverse persone mi hanno chiesto di commentare la difesa della ricchezza ereditata proposta da Greg Mankiw sulle pagine del New York Times (l’articolo lo trovate qui:nyti.ms/V33cwS). È un editoriale strano, che non tiene curiosamente conto di quelli che sono i timori reali riguardo al capitalismo patrimoniale. Ma voglio focalizzarmi su due problemi chiave dell’analisi di Mankiw, uno puramente economico e l’altro anche politico.

Cominciamo da quello economico: Mankiw sostiene che l’accumulazione di ricchezza dinastica è un bene per tutti perché incrementa le riserve di capitale, che filtra fino ai lavoratori sotto forma di salari più alti. È un’argomentazione valida?
Un economista, per formazione, dovrebbe sempre essere chiaro sul costo di sostituzione. La ricchezza dinastica andrebbe messa a confronto con usi alternativi delle risorse, invece di dare per scontato, come di fatto fa Mankiw, che se non venisse trasmessa agli eredi quella ricchezza semplicemente scomparirebbe. Forse parte dal presupposto che l’alternativa sarebbe ricchi che si danno alla pazza gioia finché sono in vita, ma questa non è una politica alternativa.

 Quello di cui stiamo parlando, di fatto, è la tassazione della ricchezza, e la domanda da farsi è cosa succederebbe a questi soldi se venissero tassati rispetto a cosa succederebbe se il ricco potesse tenerseli: se il Governo usasse i maggiori introiti per ridurre il disavanzo, allora sarebbero tutti soldi risparmiati, mentre se venissero trasmessi agli eredi solo una parte verrebbe risparmiata; se il Governo usasse gli introiti per finanziare l’assistenza sociale e/o beni pubblici, probabilmente porterebbero ai lavoratori molti più benefici che le ricadute offerte da una maggiore consistenza delle riserve di capitale.

Il punto è che la tesi che la ricchezza ereditata rappresenti necessariamente un bene per i lavoratori è sostenibile solo se si dà per scontato che il Governo non farebbe nulla di utile con gli introiti delle tasse di successione. È quello che io chiamo presupporre le conclusioni; e in ogni caso andrebbe detto apertamente, invece di lasciarlo intendere con la pretesa di stare facendo soltanto analisi economica.

Ma la critica più grossa da muovere all’articolo di Mankiw sta nel fatto che ignora la ragione principale dei timori per la concentrazione di ricchezza in dinastie familiari, e cioè la convinzione che stia provocando distorsioni politiche, che stia minando alla base la democrazia. Non c’è bisogno di essere dei radicali per condividere questa preoccupazione: ne parlava apertamente gente come Theodore Roosevelt o come (lo ha ricordato Thomas Piketty) Irving Fisher nel suo discorso all’Associazione economica americana nel 1919.

La cosa curiosa è che gli economisti di destra sono più che consapevoli del rischio di «cattura del regolatore», quando le istituzioni pubbliche finiscono ostaggio di interessi costituiti, ma ignorano allegramente (o rifiutano perfino di menzionare), il problema, essenzialmente equivalente, delle istituzioni democratiche che finiscono ostaggio della concentrazione di ricchezza. Io il problema della «cattura del regolatore» lo considero molto serio, ma mi preoccupa altrettanto la «cattura plutocratica». E non è una questione che si possa affrontare sostenendo che i benefici dell’accumulazione di capitale filtrano fino ai lavoratori.
Se Mankiw vuole sostenere che i costi di qualsiasi tentativo di limitare la concentrazione di ricchezza superano i benefici, va bene. Ma «più capitale è bello» non è un contributo utile al dibattito.

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